Il mondo sta scoprendo Pedro Sánchez, il leader socialista spagnolo che guida un governo di coalizione di sinistra. Il suo “no alla guerra” in Iran risuona come un potente segnale di allarme di fronte al pericolo mortale che minaccia il sistema di sicurezza collettiva istituito nel 1945. Le Nazioni Unite — il cui vero significato era quello di “organizzazione di nazioni unite contro il fascismo” — erano state concepite per evitare qualsiasi nuova guerra. Questo “no” è anche un rifiuto netto del trumpismo. Pedro Sánchez è l’unico capo di governo europeo a opporsi frontalmente alla guerra voluta da Donald Trump, rifiutando all’United States Air Force l’uso delle basi americane situate in Andalusia. Al contrario, Francia e Regno Unito hanno concesso all’esercito statunitense l’accesso alle loro basi agli aerei americani che, in violazione del diritto internazionale, bombardano metodicamente l’Iran. Questo rifiuto è tanto più significativo che l’iniziativa bellica di Trump appare del tutto sconsiderata: una guerra contro un paese dalla storia millenaria potrebbe condurre la regione verso il caos generale. Pedro Sánchez si inserisce nella tradizione dei progressisti spagnoli. Il suo “no alla guerra” riflette una profonda cultura politica di rifiuto della guerra nella storia del paese. L’evento fondativo di questa cultura fu il massacro deliberato e sistematico di civili nella piccola città basca di Guernica da parte dell’aviazione fascista nel 1937. Tale bombardamento segnò una una svolta storica: inaugurò una nuova era in cui l’uccisione di massa dei civili divenne uno strumento strategico di pressione. Nel contesto della Guerra civile spagnola — che contrappose democratici e progressisti da un lato all’unione delle forze di destra attorno al generale Francisco Franco, sostenuto dagli stati fascisti — Guernica divenne un simbolo storico di libertà.

Questa pratica dell’aviazione nazista si sarebbe ripetuta tra maggio e giugno 1940 in Francia, quando colonne di civili in fuga dall’avanzata tedesca furono bombardate e mitragliate sulle strade. Nel 1937 il pittore Pablo Picasso creò un’opera di denuncia universale della barbarie con il suo dipinto Guernica. All’epoca, una parte della stampa di destra — tra cui Le Figaro — fece eco alla propaganda fascista accusando “i Rossi” di essere responsabili del massacro. Al contrario, il giornale L’Humanité riportò i fatti reali.

Sulla questione palestinese, Pedro Sánchez ha adottato una delle posizioni più apertamente opposte nel mondo occidentale a quella del governo israeliano di estrema destra. È stato tra i primi leader europei a riconoscere lo Stato di Palestina e l’unico a imporre un vero embargo sulla vendita di armi a Israele. È inoltre l’unico capo di governo occidentale a parlare dell’esistenza di un “genocidio a Gaza”. In Spagna, un recente sondaggio indica che oltre l’80% degli spagnoli condivide la sua posizione. Pedro Sánchez può dunque contare su un sostegno pubblico molto forte. Ma ovviamente condanna i massacri terroristici compiuti da Hamas il 7 ottobre e difende il diritto di Israele a esistere senza minacce.

In Spagna, come altrove, la politica estera è un potente indicatore dello scontro tra un blocco di sinistra e un blocco di estrema destra, rafforzato dall’adesione di una parte della destra tradizionale. Non appena entrato in carica come primo ministro, Pedro Sánchez ha dichiarato di voler costruire “un muro contro la destra e l’estrema destra”.

Pur non disponendo di una maggioranza per approvare il bilancio dal 2023, è comunque riuscito — grazie alle sue capacità retoriche, al suo senso della negoziazione e alla sua arte del compromesso — a costruire una coalizione che unisce tutte le forze della sinistra, inclusa la sinistra radicale. Ha inoltre ottenuto il sostegno dei partiti indipendentisti baschi e catalani. Questa coalizione è nata da quello che viene definito un “voto di sfiducia costruttivo”, una caratteristica specifica del sistema spagnolo. A differenza della Francia, una mozione di sfiducia può essere presentata solo da una coalizione che dispone già di un programma di governo.

L’accordo sul bilancio viene quindi rinnovato di anno in anno, con aggiustamenti che permettono di perseguire una politica di sinistra a sostegno della domanda interna. Dal 2023 il salario minimo è aumentato del 60%, raggiungendo i 1.200 € in un paese in cui il costo della vita rimane inferiore a quello della Francia. Pedro Sánchez persegue dunque una politica di trasformazione piuttosto che una semplice gestione. Il Partito Socialista Operaio Spagnolo dichiara chiaramente di non seguire un modello di gestione puramente socialdemocratico. I segni distintivi di sinistra sono evidenti: priorità alle energie rinnovabili, femminismo assertivo e politiche sociali chiaramente definite. Questa politica di trasformazione ha anche ottenuto un successo economico. Oggi la Spagna registra la crescita più forte dell’Unione Europea, superiore al 3%.

Questa crescita si basa sulla domanda interna, sullo sviluppo del turismo e su un’immigrazione lavorativa significativa ma controllata. La politica di Pedro Sánchez rimane pragmatica ma radicata in valori di sinistra chiaramente affermati. È accolta positivamente dalle agenzie di rating. La forte crescita consente inoltre una significativa riduzione del debito pubblico. Un fenomeno comparabile si era verificato in Francia sotto il governo di coalizione di sinistra guidato da Lionel Jospin tra il 1998 e il 2002.

Ciò non ha impedito alla destra europea di criticare le politiche di Pedro Sánchez. Tuttavia, il momento attuale rivela i limiti delle politiche di offerta e di austerità che essa sostiene, in un periodo in cui la questione centrale resta il potere d’acquisto delle classi medie e lavoratrici.

Eric Djabiev