Ora che alla Casa Bianca siede un personaggio che definire discutibile significa usare un eufemismo, in molti cominciano a rendersi conto di un elemento geo-politico che ai più è sfuggito per oltre un trentennio: gli interessi europei e quelli americani non coincidono. Non hanno mai coinciso, a dire il vero: basti pensare alle ragioni profonde della Rivoluzione grazie alla quale le tredici colonie si emanciparono dalla madrepatria inglese nel 1776, esattamente duecentocinquant’anni fa. “No taxation without representation” era lo slogan: nessuna tassa senza rappresentanza. E per rendere palese il proprio sdegno, gettarono a mare un carico di tè (il movimento ultra-conservatore del TEA Party, che oggi esprime il segretario di Stato Marco Rubio, prende il nome da lì), onore e vanto della corona britannica.

Eravamo nel Settecento, certo, ma la Rivoluzione americana non aveva la stessa matrice di quella che tredici anni dopo, nel 1789, avrebbe modificato per sempre l’assetto della Francia e del Vecchio Continente. Se nonostante il lungo periodo della Restaurazione, la Francia si è mantenuta, anche nell’Ottocento, la patria dei lumi, se Napoleone Bonaparte, pur essendo senza dubbio una sorta di despota, è comunque considerato dai francesi un padre della patria e se grandi affreschi della Francia post-napoleonica come “I miserabili” di Victor Hugo devono essere letti pure come una rivendicazione degli ideali di libertà, uguaglianza e fratellanza, è infatti perché quella rivoluzione aveva un afflato egualitario che quella americana possedeva solo in parte. Certo, Alexis de Tocqueville, andando a scrutare da vicino e in profondità le vicende d’oltreoceano, ne ha colto i tratti peculiari, i punti in comune e le differenze rispetto a quelle europee, ma nessun osservatore ha mai potuto mancare di riconoscere che la vera natura di quel popolo, per quanto discendente della vecchia Europa, fosse l’isolazionismo.

Non a caso, le due dottrine cardine del Diciannovesimo secolo furono quella di James Monroe, “L’America agli americani”, e quella di Andrew Jackson, padre putativo del Partito Democratico, ossia, per l’appunto, l’isolazionismo, basato sull’idea che l’America vive e costruisce il proprio destino e il resto del mondo al massimo si ispira alla sua luce e alla sua grandezza. Seguirono, nei novant’anni successivi, una serie di miti alquanto posticci: l’eccezionalismo americano, la città sulla collina (“The city upon a hill”), il “Destino manifesto” e tutta un’altra serie di autonarrazioni che precedettero di circa un secolo quella che sarebbe stata, nel Novecento, l’epopea hollywoodiana dei western e del racconto enfatico di sé. Basti pensare che anche la questione della schiavitù venne risolta, in America, solo grazie alla caparbietà di Abraham Lincoln (repubblicano, perché all’epoca, e per almeno altri cent’anni, i democratici erano i veri rappresentanti del Sud schiavista e segregazionista), capace di sfidare i venti secessionisti che avevano condotto il Paese a una guerra devastante, durata un quadriennio e caratterizzata dall’assassinio dello stesso Lincoln. 

Senza approfondire ogni singolo aspetto della vicenda statunitense, ci limitiamo a sottolineare che anche Theodore Roosevelt, in realtà, aveva una concezione muscolare del ruolo del Paese nel mondo: lo riteneva, difatti, un gendarme ma senza compiere alcuna concessione al prossimo. Per avere una visione interventista e non isolazionista, bisogna arrivare dunque a Woodrow Wilson, demoratico, la cui esperienza fu segnata dalla furia degli stati del Sud, sempre più inclini a linciaggi e indescrivibili atti di barbarie, in particolare nei confronti dei neri, ma soprattutto dall’ingresso dell’America nella Prima guerra mondiale. La Società delle Nazioni, antesignana dell’ONU, nacque, nella mente di Wilson, proprio in quella temperie, mentre l’Europa vedeva i suoi imperi dissolversi e il suo ruolo di egemone globale venire meno. 

Chi è, pertanto, Donald Trump? Al netto delle sue innumerevoli controversie, politicamente parlando, ne esistono almeno due. Il primo (2017-2021) è un presidente paleocon, ossia improntato alla visione jacksoniana (non ci dimentichiamo che il nostro è stato, per lungo tempo, un assiduo finanziatore dei democratici, non poi così lontano dalle posizioni del clan Clinton) e al pensiero dei presidenti dei “Roaring Twenties”, gli Anni Ruggenti del pribizionismo, degli anarchici che volavano misteriosamente dalla finestra di un ufficio dell’FBI (Andrea Salsedo) o venivano assassinati sulla sedia elettrica (Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti) e del trio composto da Warren Harding, Calvin Coolidge ed Herbert Hoover, responsabili del disastro del Paese e, nel caso di Hoover, del tutto incapaci di far fronte alla crisi del ‘29, al punto che quando si parlava di baraccopoli, da quelle parti si parlava di “hooverville”. Il secondo Trump (2025-2029), che dichiara guerra all’intero pianeta pur pretendendo il premio Nobel per la Pace, è invece assai più interventista, sulla scia di repubblicani come i neocon Reagan, Bush senior e Bush junior e di democratici come Clinton.

Perché questo mutamento? Perché gli Stati Uniti sono in declino. Se il bellicismo dei predecessori era legato alla necessità di espandere il potere e l’influenza americana, cogliendo l’occasione irripetibile offerta dal crollo dell’Unione Sovietica e dal disfacimento della sua sfera d’influenza, con tanto di annessione alla NATO (e poi, non per caso, anche all’Unione Europea) di quasi tutti gli ex paesi del Patto di Varsavia, il trumpismo ha oggi bisogno di riaffermare la funzione storica di un Paese che, a pensarci bene, non ne ha più nessuna.

L’America, infatti, non è più una potenza culturale, nonostante l’industria hollywoodiana sia ancora fiorente, stenta in ambito economico, è incalzata da una Cina sempre più arrembante, deve vedersela con una Russia che Putin, sia pur con metodi atroci, ha riscattato dalla stagione del declino caratterizzata da El’cin e non sa come fare fronte a una polveriera mediorientale nella quale Netanyahu ha scatenato il finimondo senza riuscire a chiudere un solo fronte.

E così, attualmente, l’America è una nazione sconfitta: in Venezuela ha cacciato Maduro ma non ha dato vita ad alcun “regime change”, lasciando al potere la sua vice, in Iran idem, con l’aggravante di dover fronteggiare un popolo di cento milioni di abitanti e un paese con tremila anni di storia gloriosa alle spalle, e,  per quanto riguarda Gaza, ha lasciato che l’oligarca di Tel Aviv compisse un genocidio senza riuscire a far approvare nemmeno uno straccio di piano di pace, limitandosi al massimo a un’effimera tregua, mai davvero rispettata dagli israeliani.

In Ucraina, infine, un po’ per l’innata ammirazione che Trump prova nei confronti di Putin, un po’ perché con la Russia non è possibile per nessuno alzare troppo la voce, l’America ha manifestato tutta la propria debolezza e inconcludenza, peraltro dopo essersi ritirata in maniera ignominiosa, nell’estate del 2021, dall’Afghanistan.

Ci troviamo, dunque, al cospetto di un Paese stanco, in guerra con se stesso, improvvisamente riscopertosi fragile e assediato da una tecnoligarchia di multimiliardari che pretende di dettar legge non solo alla Casa Bianca ma all’intero pianeta, lasciandosi andare a ridicole predicazioni sull’Anticristo e pretendendo l’immortalità e la conquista di Marte.

In pratica, quello che è stato il Paese di Camelot e della Nuova frontiera kennediana, di registi come Elia Kazan, di drammaturghi come Arthur Miller, di attori come Marlon Brando, di dive come Marylin Monroe, del giornalismo indipendente e cane da guardia del potere, di editrici come Katharine Graham, del jazz, del charleston e di mille altri elementi e personalità che lo rendevano grande al netto delle sue contraddizioni, si trova adesso prigioniero di una sorta di setta fuori controllo che si avvale della compiacenza di un Presidente sulla cui sanità mentale più di un analista ha cominciato ad avanzare seri dubbi. 

In tutto questo, un’Europa finora postasi in una posizione di vassallaggio, incapace di esprimere una politica estera autonoma e unitaria, in grado di farsi distruggere il gasdotto North Stream 2 mandando in recessione la Germania e mettendo a repentaglio le forniture energetiche dell’intero continente, più che mai divisa e in preda alla revanche di fascismi e autoritarismi d’ogni genere, questa Europa sta forse iniziando a rendersi conto di dover cambiare atteggiamento. 

Non a caso, dopo la scomparsa di papa Francesco, per la prima volta nella storia è stato eletto un Papa americano, come a dire che il potere temporale del Paese dominante è terminato e che un po’ di spiritualità, anche a quelle latitudini, non guasta. Non a caso, si comincia a ragionare di una difesa autonoma e di una NATO europea. Non a caso, ci si interroga su come muoversi sullo scacchiere internazionale, preso atto che nessun paese, nemmeno l’Ungheria di Orbán, può davvero pensare di seguire Trump e Netanyahu nella follia di scatenare un armageddon in Iran senza pagare per questo un prezzo altissimo. E anche i dazi, gli insulti continui, le accuse, gli attacchi, le diffidenze ostentate e la posizione indegna assunta nei confronti di Zelens’kyj, che non è uno statista ma non può essere scaricato dall’oggi al domani, e soprattutto del popolo ucraino non hanno certo contribuito a rasserenare gli animi.

Voglio illudermi, insomma, che l’Unione Europea, benché mal rappresentata e ostaggio di una classe dirigente fra le più deboli che si siano mai viste nella sua lunga storia, stia prendendo atto della necessità di remare in direzione ostinata e contraria rispetto a un modello divenuto insostenibile e ormai del tutto opposto ai nostri interessi. 

La vera domanda, pertanto, è: siamo attrezzati per detrumpizzarci? È in grado il pensiero progressista di produrre anticorpi adeguati e, più che mai, di esprimere delle leadership all’altezza delle sfide elettorali che avranno luogo nei prossimi anni in paesi chiave come Italia, Francia, Spagna e Germania? E cosa farà nei confronti dell’Unione Europea la pentitissima Inghilterra, che sempre più ricorda la parabola del figliol prodigo? Se esistono degli statisti, si facciano avanti perché il tempo è scaduto e o ci si emancipa, una volta per tutte, dall’abbraccio con una Nazione che di fatto ci ha dichiarato guerra, in ambito valoriale ed economico, o finiremo con l’affondare con essa, senza avere nemmeno le risorse energetiche adeguate per far fronte a un’emergenza senza precedenti e con molteplici fronti di guerra che si stagliano all’orizzonte cingendoci d’assedio.

Roberto Bertoni