A metà marzo, la Romania ha firmato, insieme a Austria, Croazia, Grecia, Italia, Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia e Slovacchia, una lettera indirizzata alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e al presidente del Consiglio, António Costa, chiedendo una revisione urgente delle scadenze fissate dal piano di transizione energetica. Questo tema, apparentemente molto tecnico, riunisce un gruppo di Stati con interessi particolari: alcuni manifestano una chiara ostilità verso le istituzioni europee nella loro configurazione attuale (il caso estremo è quello di Orbán, che fonda la sua campagna elettorale su video generati da intelligenza artificiale in cui l’UE e l’Ucraina sono presentate come nemici pubblici); altri hanno interessi economici diretti, legati alla natura del loro consumo o a progetti infrastrutturali, fortemente incompatibili con le scadenze adottate a livello europeo.

Ciò avviene in un contesto di guerra israelo-americana contro l’Iran, che genera squilibri strutturali mondiali nell’approvvigionamento di petrolio e gas e che, secondo diverse analisi europee e rumene, richiederebbe piuttosto una strategia di rafforzamento delle energie rinnovabili in Europa. D’altra parte, in un contesto di guerra di confine russo-ucraina che dura da quattro anni, la Romania sembra fondare tutta la sua strategia di «sovranità energetica» sul progetto Neptun Deep, situato non lontano dalla linea di fronte marittimo.

Lo scorso marzo, la Romania era stata invitata dalla Francia a partecipare all’iniziativa “ombrello nucleare europeo”. L’amministrazione presidenziale non ha ancora dato una risposta chiara (dopo diversi giorni di comunicazioni estremamente evasive all’inizio di marzo). La risposta all’invito di Donald Trump, il 19 febbraio, a partecipare al Comitato per la pace è stata invece molto più rapida: un’iniziativa che somigliava più a un’operazione piramidale a vantaggio personale del presidente americano, il quale comunque ha ignorato le strutture di cooperazione internazionale di cui la Romania fa parte e alle quali il presidente Dan si è recato come “osservatore”.

La scorsa settimana, le autorità di Bucarest hanno riservato un’accoglienza piuttosto calorosa a Robert Fico, il controverso primo ministro slovacco ultraconservatore, filoputinista ed euroscettico. L’ospite dell’esecutivo a Bucarest è oggetto di un’inchiesta in relazione alla decisione di interrompere le forniture di elettricità all’Ucraina. La retorica filorussa (il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, vi è definito “amico”) è stata premiata lo scorso anno con un invito a Mosca alla parata del 9 maggio. E dall’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, i reazionari filoputiniani hanno finalmente l’occasione di conciliare l’apparente dissonanza cognitiva della loro doppia vicinanza a Russia e Stati Uniti. Il primo ministro slovacco ha quindi iniziato, come ogni reazionario che si rispetti, a coltivare assiduamente entrambi i cerchi. Lo scorso gennaio è stato invitato a Mar-a-Lago, dove ha assicurato Trump di non essere “un pappagallo di Bruxelles”.

La visita di Fico si inserisce tuttavia nella continuità di progetti più datati, concretizzati dalla presenza rumena, nell’aprile 2025, tramite il presidente ad interim Ilie Bolojan, alla Conferenza dei Tre Mari. Il contesto generale nella regione testimonia un rafforzamento progressivo del blocco euroscettico dell’Europa centrale, strutturato attorno all’ex gruppo di Visegrád. Trentacinque anni dopo la sua creazione, il gruppo sembra fondare la propria unità politica su un equilibrio tra vicinanza al Cremlino e a Washington.

Persino la Polonia, finora baluardo pro-ucraino, si allinea a questa tendenza dopo l’insediamento del presidente Karol Nawrocki. Il 24 marzo, dopo un discorso virulento contro Vladimir Putin, il presidente Nawrocki si è recato a Budapest per portare pubblicamente il suo sostegno al primo ministro Viktor Orbán, allora in piena campagna elettorale per le elezioni del 12 aprile. Gli osservatori hanno notato che la linea euroscettica prevale nelle scelte di alleanze strategiche del presidente polacco.

Nella Repubblica Ceca, le elezioni dell’autunno 2025 hanno segnato anch’esse una svolta verso la destra conservatrice euroscettica. Il partito ANO del primo ministro Andrej Babiš è alleato con il Fidesz, partito al potere in Ungheria di Viktor Orbán, all’interno della coalizione Patriots for Europe, che raggruppa partiti di estrema destra. Qualche giorno fa, in Repubblica Ceca, si sono svolte manifestazioni contro una legge che regolamenta il finanziamento delle ONG secondo un modello che i suoi oppositori denunciano come ispirato alla Russia.

Nicușor Dan ha vinto le elezioni presidenziali con un programma «pro-europeo», e nel tumulto della campagna elettorale, quasi un anno fa, ci sono state poche occasioni per analizzare in profondità questo concetto così come si delinea nella visione del nuovo governo. Undici mesi dopo, un bilancio può già essere tracciato, sia in materia di politica estera sia riguardo alle grandi linee di politica interna ed economica presentate dal candidato alla presidenza nelle sue proposte.

Quanto si delinea indica piuttosto la direzione di una «Europa delle nazioni»: un eufemismo largamente utilizzato da un progetto politico euroscettico molto più antico, ma avviato da una coproduzione americano-ungherese discussa nel marzo 2024 a Mar-a-Lago durante una visita di Viktor Orbán e integrata nel Progetto 2025.