Allo stesso modo in cui, nel 1947-48, l’ONU aveva elaborato il progetto di fare di Gerusalemme una «città internazionale», nel corso dei decenni, un po’ ovunque, si sono levate voci per chiedere un’internazionalizzazione della foresta amazzonica, la più vasta estensione di foresta primaria del mondo. Alcuni ritengono infatti che la foresta amazzonica, fonte di acqua e ossigeno e straordinario serbatoio di biodiversità, dovrebbe appartenere a tutti, come bene pubblico dell’umanità. Un’idea che richiama in parte il concetto della terra nutrice, la Pacha Mama, dei popoli andini.
Il giurista Christian Caubet ricorda che i quasi 7 milioni di km² dell’Amazzonia costituiscono «il più grande bacino idrografico del mondo. I suoi 80.000 km di corsi d’acqua, spesso navigabili, forniscono complessivamente il 20% di tutta l’acqua dolce disponibile sulla Terra. Le sue ricchezze naturali, ben lungi dall’essere completamente censite, comprendono innanzitutto le innumerevoli specie vegetali della più grande foresta tropicale umida del pianeta. Le risorse minerarie conosciute ed economicamente sfruttabili sono molto varie: ferro, rame, manganese, cassiterite, bauxite, nichel, caolino, titanio, vanadio, oro, diamanti, gesso, calcare, salgemma».
All’indomani della Seconda guerra mondiale, l’Unesco, l’agenzia dell’ONU per l’educazione, la scienza e la cultura, sviluppò il progetto di creare un Istituto internazionale dell’ile (cioè foresta) amazzonica (IIHA), incaricato di internazionalizzare la ricerca scientifica e agronomica sull’Amazzonia, riunendo ricercatori di diversi Paesi. Si trattava anche, per l’Unesco, di contribuire, attraverso questa sinergia internazionale di scienziati, a stimolare lo sviluppo economico della regione, i cui abitanti restavano per la maggior parte ancora molto poveri.
L’Unesco organizzò conferenze nel 1947 e nel 1948, alla presenza dei Paesi della regione, degli Stati Uniti, della Francia, del Regno Unito e dei delegati dell’UNESCO, dell’OMS, della FAO e di organizzazioni panamericane, per elaborare, tramite una convenzione, lo statuto di questo istituto.
Così, alla fine, il progetto dell’Unesco non ebbe successo, per la prima volta. Già un secolo prima erano nati progetti in questo senso, ma non sempre concepiti in uno spirito progressista. Per esempio, «nel XIX secolo, l’idrografo e meteorologo Matthew Fontaine Maury, direttore dell’Osservatorio navale di Washington, propose di risolvere la questione razziale negli Stati Uniti colonizzando l’Amazzonia per trasferirvi la popolazione nera americana!» scrive Renaud Lambert, nel suo articolo «Main basse sur l’Amazonie», per Le Monde Diplomatique.
Negli anni Sessanta, l’Hudson Institute, think tank statunitense conservatore, elaborò il progetto «Grandi Laghi», un’ambiziosa iniziativa di sviluppo globale dell’Amazzonia. Il progetto prevedeva la creazione di sette laghi collegati tra loro da canali. «L’insieme avrebbe dovuto permettere la navigazione di navi da 20.000 tonnellate, per l’esportazione delle risorse da sfruttare nella regione. Il progetto ricevette ampia pubblicità. Diverse riunioni gli furono dedicate in Brasile, con la partecipazione di varie autorità di livello ministeriale. L’ampiezza del progetto, le sue gravi lacune e la minaccia che rappresentava per la sovranità brasiliana non tardarono a suscitare vive critiche», scrive ancora Caubet. Così, anche il progetto dell’Hudson Institute fallì.
Tutela della natura o desiderio di possesso? Diventa chiaro che il coinvolgimento delle potenze straniere rappresenta un ostacolo a un progetto globale, in particolare per il Brasile, Paese sul cui territorio sovrano si trova la maggior parte della foresta primaria. Nel decennio successivo viene quindi avviato un altro progetto, questa volta da otto Stati della regione: Bolivia, Brasile, Colombia, Ecuador, Guyana, Perù, Suriname e Venezuela. Chiamato Trattato di Cooperazione Amazzonica (TCA), o «Patto Amazzonico», viene firmato a Brasilia il 3 luglio 1978. Questo strumento multilaterale originale di cooperazione pan-amazzonica mira a «preservare gli equilibri ecologici di una regione particolarmente vulnerabile» e soprattutto ad affermare la sovranità degli Stati partecipanti sulle ricchezze dell’Amazzonia, contro le mire delle potenze straniere.
Negli anni Ottanta, le prime preoccupazioni per le conseguenze della deforestazione e le prime campagne di portata mondiale condotte dai popoli indigeni per difendere il loro ecosistema minacciato dallo sfruttamento economico riaccendono ancora una volta il dibattito. Nel 1989, il politico ecologista statunitense Al Gore affermava: «contrariamente a quanto pensano i brasiliani, l’Amazzonia non appartiene a loro, ma a tutti noi». Nello stesso anno, il presidente francese Mitterrand dichiarava: «il Brasile deve accettare una sovranità relativa sull’Amazzonia».
Nel 1992, il Consiglio mondiale delle Chiese cristiane, riunito a Ginevra, riteneva: «l’Amazzonia è patrimonio dell’umanità. Il possesso di questo vasto territorio da parte del Brasile, del Venezuela, della Colombia, del Perù e dell’Ecuador è solo una circostanza». Sempre nel 1992, anche l’ex dirigente sovietico Michail Gorbačëv affermava: «il Brasile deve delegare una parte dei suoi diritti sull’Amazzonia agli organismi internazionali competenti».
Nel 2000, l’economista e politico brasiliano, allora membro del Partito dei Lavoratori, Cristovam Buarque rispose a queste posizioni opponendo la seguente riflessione: «prima ancora dell’Amazzonia, vorrei vedere l’internazionalizzazione di tutti i grandi musei del mondo. Il Louvre non dovrebbe appartenere solo alla Francia (…) Questo patrimonio culturale, come il patrimonio naturale amazzonico, non può essere lasciato alla discrezione e alla distruzione secondo il gusto di un proprietario o di un Paese». Egli sviluppò questa idea in un articolo del quotidiano O Globo, affermando che, se si internazionalizzasse l’Amazzonia, si dovrebbero allora internazionalizzare anche tutte le riserve petrolifere del mondo.
Come in un ciclo ricorrente, la questione riemerge ancora nel 2019, anno in cui la foresta amazzonica è stata colpita da circa 90.000 incendi, riportando nuovamente l’Amazzonia «al centro del mondo». La controversia si è riaccesa quando, durante il vertice del G7 a Biarritz, il presidente francese Emmanuel Macron ha evocato l’ipotesi di attribuire «uno status internazionale» all’Amazzonia, arrivando a definire gli incendi una «crisi internazionale» . Ciò ha suscitato una dura reazione del presidente brasiliano Jair Bolsonaro, che nel suo primo discorso all’Assemblea generale dell’ONU ha affermato che «è un errore dire che l’Amazzonia è patrimonio dell’umanità». Senza sorpresa, ieri come oggi, il tema resta estremamente sensibile per i brasiliani e per i loro vicini.
Pensare a soluzioni alternative Ormai, giuristi brasiliani e internazionali, in mancanza di una reale prospettiva di internazionalizzazione dell’Amazzonia, stanno valutando di perseguire lo Stato brasiliano per crimine di ecocidio. Secondo il professore di scienze politiche brasiliano Mauricio Santoro, la distruzione della foresta amazzonica dovrebbe infatti essere considerata analoga a «un crimine contro l’umanità». Per Valérie Cabanes, giurista internazionale, questo crimine di ecocidio, insieme al crimine di etnocidio (di cui sono vittime i popoli indigeni della foresta amazzonica), dovrebbe essere riconosciuto dalla Corte Penale Internazionale.
I responsabili dovrebbero essere incriminati, ad esempio la società Texaco, che ha danneggiato la foresta amazzonica dell’Ecuador dal 1964 al 1990 sfruttando il petrolio; un’associazione che rappresenta 30.000 vittime di questa contaminazione ha depositato una denuncia in tal senso nel 2014.
I popoli indigeni dell’Amazzonia (che oggi rappresentano circa 2 milioni di persone, appartenenti a più di 350 tribù), negli ultimi decenni, grazie a campagne internazionali, hanno inoltre imposto la loro legittimità sulla questione della «proprietà» dell’Amazzonia.
Les leaders indigènes se font cependant de plus en plus présents dans les sommets internationaux sur le climat et les droits humains, comme Sonia Guajajara, Davi Kopenawa Yanomami ou encore Raoni Metuktire, qui a bientôt 90 ans a repris les chemins de la lutte. L’articulation des peuples indigènes du Brésil (APIB) lance désormais des appels à boycotter les produits brésiliens qui sont responsables de la déforestation et des violations des droits des populations locales.
D’autres mécanismes internationaux ont aussi été pensés pour préserver l’Amazonie. Ainsi, le Fundo Amazônia, créé en 2008, administré par le Brésil avec des fonds provenant essentiellement de la Norvège et de l’Allemagne, a pu un temps être un exemple de collaboration internationale contre la déforestation. Mais, le projet est aujourd’hui mis à mal par le gouvernement Bolsonaro qui ne souhaite plus respecter les engagements initiaux de son pays.
Il existe cependant encore des pistes comme l’une suivi par la FAO en collaboration avec l’ Union internationale pour la conservation de la nature (UICN), le Programme des Nations unies pour l’environnement (PNUE) et d’autres partenaires, qui a développé le projet « intégration des aires protégées de l’Amazonie » (IAPA), qui « en assurant une approche régionale et transfrontalière de l’Amazonie, protège mieux la biodiversité ainsi que les collectivités et les économies locales qui dépendent de l’Amazonie pour leur nourriture et leurs moyens de subsistance. »
Chloé Maurel Prima pubblicazione: https://www.equaltimes.org/au-nom-de-sa-richesse-patrimoniale
