La caduta del regime di Bashar al-Assad, nel dicembre 2024, ha segnato una svolta nella storia recente della Siria, aprendo una fase segnata da profonda incertezza ma anche da possibili cambiamenti. In questo nuovo scenario, Abu Mohammad al-Julani, oggi noto come Ahmed al-Sharaa, è emerso come figura centrale nel processo di transizione del Paese. Il suo percorso segna un’importante evoluzione, non solo a livello personale, ma anche per la più ampia dinamica politica siriana, caratterizzata dal passaggio da un approccio insurrezionale a una struttura di governance ancora in fase di definizione. Comprendere il ruolo attuale di al-Sharaa richiede quindi di ricostruire il percorso che ha intrapreso per consolidare il suo potere durante la guerra in Siria. In questo processo, al-Sharaa non solo ha rafforzato la sua autorità, ma ha anche trasformato gradualmente la natura di Hay’at Tahrir al-Sham (HTS), l’organizzazione che guida.
A partire dal 2017, HTS è diventato il gruppo armato più importante nella parte nord-occidentale della Siria. Questa formazione ha preso il controllo di gran parte della provincia di Idlib e di alcune aree vicine. Inizialmente, HTS comprendeva diverse fazioni islamiste. Col tempo, però, è riuscito a rafforzare la propria posizione grazie alla superiorità operativa e alla capacità di coordinare efficacemente le sue azioni. La sua presenza sul territorio si è fondata su un equilibrio tra l’uso della forza e la gestione amministrativa. Questo gli ha permesso non solo di mantenere il potere, ma anche di governare efficacemente le aree sotto il suo controllo, creando le condizioni politiche e operative per l’ascesa di al-Julani.
La figura di al-Sharaa nasce all’interno dello jihadismo contemporaneo. Dopo essersi unito all’insurrezione jihadista in Iraq nel 2003, rientra in Siria nel 2011 e l’anno successivo crea Jabhat al-Nusra, un gruppo armato fondamentale nella lotta contro il regime. Inizialmente legato ad al-Qaeda e inserito in una prospettiva di jihadismo transnazionale, il suo percorso è segnato anche dal confronto con lo Stato Islamico, con cui entra rapidamente in competizione per il controllo delle reti e dei combattenti in Siria. Tuttavia, nel 2016 al-Julani rompe formalmente i legami con al-Qaeda e avvia una riorganizzazione del di al-Nusra che culmina, nel 2017, nella creazione di HTS. Questa scelta segna un passaggio cruciale poiché permette al gruppo di cambiare gradualmente il proprio ruolo e di diventare un attore locale, staccandosi ufficialmente dall’ideologia jihadista globale.
Negli anni successivi, HTS ha cambiato strategia sotto la guida del suo leader, spostando L’obiettivo su una prospettiva più locale, attraverso il controllo e la gestione delle aree sotto il suo dominio. Questo sviluppo è stato accompagnato dalla crescente centralizzazione del potere e dalla marginalizzazione delle componenti più radicali all’interno dell’organizzazione. Parallelamente, il gruppo ha iniziato a sviluppare strutture amministrative e istituzionali, occupandosi della sicurezza, della risoluzione delle controversie e della fornitura di alcuni servizi pubblici. In questo senso, la legittimità di HTS ha iniziato a basarsi soprattutto sulla sua capacità di mantenere l’ordine e la stabilità in un contesto di guerra civile.
Il consolidamento di questo modello nel nord-ovest della Siria ha rappresentato il punto di partenza per la successiva affermazione politica di al-Julani. Il progressivo indebolimento del regime, aggravato dalla riduzione del supporto russo e iraniano e dal mutamento degli equilibri regionali, ha aperto uno spazio che le forze ribelli sono riuscite a sfruttare rapidamente. Nel novembre 2024, queste dinamiche hanno portato a un’offensiva che ha condotto alla caduta di Damasco e alla fine del regime di Assad, sorprendendo osservatori e attori internazionali per la rapidità con cui si è realizzata. In questo nuovo contesto, il ruolo di al-Julani diventa ancora più rilevante, poiché la sua traiettoria riflette un cambiamento non soltanto politico, ma soprattutto ideologico e strategico. Se nelle fasi iniziali del conflitto il suo discorso era fortemente ancorato alla costruzione di uno Stato Islamico e a una visione jihadista, nel corso degli anni ha progressivamente adottato un linguaggio più orientato al pragmatismo politico e alla dimensione nazionale. Questo cambiamento emerge sia nella retorica pubblica, incentrata su unità nazionale e ricostruzione, sia nella costruzione della sua immagine come attore politico, attento alla stabilizzazione del Paese e al dialogo con altri attori.
Tuttavia, la fase successiva alla caduta del regime evidenzia chiaramente alcuni limiti e contraddizioni di questa evoluzione. La Siria sotto la guida di Ahmed al-Sharaa si presenta come un sistema ancora fragile, caratterizzato da un controllo territoriale incompleto e da una transizione politica che rimane, ad oggi, profondamente incerta e incompiuta. In particolare, la difficoltà nel ricostruire un’autorità statale pienamente legittima e funzionante continua a rappresentare uno dei principali ostacoli alla stabilizzazione del Paese.
Nel nord e nel nord-est della Siria, in seguito al vuoto di potere lasciato dalla caduta del regime, si sono verificati scontri tra l’Esercito Nazionale Siriano, sostenuto soprattutto dalla Turchia, e le forze curde, causando migliaia di vittime e oltre centomila sfollati. Infatti, una delle questioni più delicate per il nuovo governo riguarda l’integrazione delle Syrian Democratic Forces (SDF), coalizione a prevalenza curda, nelle strutture dello Stato. Le SDF controllano ampie aree del nord-est del Paese e dispongono di proprie forze militari e strutture amministrative autonome. La loro integrazione non è quindi soltanto una questione militare, ma implica la ridefinizione degli equilibri di potere interni e del grado di autonomia delle regioni a maggioranza curda. In questo senso, l’accordo siglato nel marzo 2025 tra il governo e le SDF ha rappresentato un potenziale punto di svolta per integrare le strutture militari e civili delle SDF nelle istituzioni statali siriane, garantendo costituzionalmente i diritti a tutti i gruppi. Nonostante un parziale risultato, l’attuazione dell’accordo si è rivelata fragile e incompleta.
A queste difficoltà si aggiunge la questione più ampia legata alla ricostruzione dell’apparato militare e di sicurezza. Il governo si trova a dover integrare una pluralità di gruppi armati, molti dei quali non sono ancora stati incorporati nelle forze statali. La diffusione capillare di armi tra la popolazione e la presenza di milizie autonome rende il cambiamento più complesso. Di conseguenza, il disarmo delle forze curde rappresenta una priorità politica e strategica, soprattutto alla luce della pressione esercitata dalla Turchia. Non si tratta quindi solo di riorganizzare formalmente le strutture esistenti, ma di gestire una transizione militare in un Paese ancora frammentato e militarizzato. Inoltre, la minaccia dello Stato Islamico continua a essere rilevante poiché il gruppo mantiene una presenza attiva, soprattutto nell’est del Paese, attraverso attacchi terroristici e sfruttando la frammentazione del territorio. Il mancato consolidamento di questo processo continua così ad alimentare tensioni e a ostacolare la stabilizzazione della Siria.
Parallelamente, persistono tensioni settarie che mettono in discussione la capacità del governo di garantire sicurezza e protezione alle minoranze. Nonostante le promesse di evitare ritorsioni contro la comunità alawita, nel marzo 2025 un’ondata di violenze ha causato la morte di centinaia di civili, in alcuni casi riconducibili a gruppi integrati nell’apparato di sicurezza statale. Contemporaneamente, nel sud della Siria, le tensioni tra comunità druse e tribù beduine hanno dato luogo a scontri particolarmente violenti, alimentando accuse nei confronti del governo centrale e rafforzando la percezione di una gestione selettiva della sicurezza.
Anche sul piano politico e istituzionale emergono elementi di ambiguità. Nonostante la retorica ufficiale richiami pluralismo e apertura, il bilancio del governo di al-Sharaa appare attualmente discontinuo. Un esempio significativo è rappresentato dalla gestione della questione curda. Il governo ad interim ha assunto il controllo militare di gran parte del nord-est del Paese, segnando di fatto il ridimensionamento del progetto autonomista del Rojava (regione curda). Parallelamente, al-Sharaa ha promosso alcune aperture simboliche verso la popolazione curda, tra cui il riconoscimento della lingua curda, l’introduzione del Newroz come festa nazionale e la promessa di includere elementi della cultura curda nei programmi scolastici. Tuttavia, questa apertura sembra limitarsi al piano culturale. Sul piano politico ed economico il governo non appare disposto a cedere il controllo delle principali risorse del nord-est né a riconoscere forme di autonomia locale, mantenendo una linea orientata verso una forte centralizzazione del potere. Questa impostazione riflette una più ampia tendenza del nuovo assetto politico siriano, che, pur dichiarando l’intenzione di costruire uno Stato rappresentativo della diversità del Paese, continua ad essere percepito da molte comunità minoritarie come poco inclusivo e poco tutelante. Le elezioni parlamentari di ottobre 2025 hanno visto una presenza limitata di donne e minoranze, mentre la nuova costituzione provvisoria solleva interrogativi per il rischio di una forte centralizzazione del potere in assenza di adeguate garanzie per i diritti civili e politici.
Sul piano economico e internazionale, la situazione resta altrettanto complessa. La parziale sospensione delle sanzioni statunitensi nel 2025 e i primi segnali di apertura da parte di alcuni attori regionali non sono stati sufficienti a rilanciare l’economia, ancora fortemente compromessa da anni di conflitto. La persistente instabilità, la debolezza delle istituzioni e le difficoltà nella ricostruzione continuano a incidere negativamente sulle condizioni di vita della popolazione, ostacolando anche il ritorno dei rifugiati, che avviene solo in misura limitata. Il ruolo degli attori esterni contribuisce a ridefinire ulteriormente gli equilibri della transizione. Gli Stati Uniti hanno adottato un approccio più pragmatico nei confronti del nuovo governo, in linea con le posizioni di alcuni attori regionali come Arabia Saudita e Qatar. La posizione di Israele appare invece più articolata. Da un lato, ha continuato a espandere il proprio controllo nel sud del Paese attraverso operazioni militari volte a limitare le capacità del nuovo governo. Dall’altro, i recenti sviluppi hanno favorito anche forme di coordinamento indiretto finalizzate a ripristinare l’accordo del 1974, attraverso l’aiuto delle Nazioni Unite, con l’obiettivo di raggiungere un più ampio accordo di sicurezza regionale.
In conclusione, la trasformazione di al-Sharaa mette in luce un aspetto centrale: si tratta di un reale sviluppo di deradicalizzazione o di un adattamento strategico finalizzato alla sopravvivenza politica? Il graduale abbandono della dimensione jihadista transnazionale e l’attenzione alla governance suggeriscono un’evoluzione significativa. Allo stesso tempo, la persistenza dell’uso della forza e la centralizzazione del potere richiamano elementi di continuità con il passato. Anche sul piano ideologico emergono segnali contrastanti, poiché nonostante il gruppo non abbia mai abbandonato una visione critica della democrazia, il nuovo discorso politico insiste su concetti come rappresentanza, elezioni e costruzione di istituzioni. In questo senso, al-Sharaa appare come una figura ibrida, capace di combinare pragmatismo politico e controllo autoritario. Il futuro della Siria dipenderà dalla capacità del nuovo assetto di tradurre questo equilibrio in un processo di istituzionalizzazione stabile. Nel breve termine, la priorità resta la stabilizzazione economica, in un contesto in cui la maggior parte della popolazione vive in condizione di forte precarietà e in cui la sopravvivenza quotidiana prevale su dinamiche politiche. Nel medio periodo, la sfida sarà quella di costruire un sistema realmente inclusivo, capace di integrare non solo le diverse componenti etniche e religiose, ma anche categorie sociali profondamente segnate dal conflitto. Infine, nel lungo periodo, l’obiettivo riguarda la “giustizia di transizione” e la riconciliazione nazionale, ovvero la capacità di ricomporre le fratture prodotte da decenni di repressione e anni di guerra. Solo la gestione efficace di queste tre dimensioni potrà consentire il superamento della fase insurrezionale e la costruzione di un sistema politico realmente inclusivo.
Valentina Cannito
