La sconfitta di Viktor Orbán ha una evidente dimensione geopolitica. Da sedici anni aveva instaurato in Ungheria un modello per l’estrema destra europea e americana. Lo stesso Donald Trump vi si era ispirato. Tale modello, definito “democrazia illiberale”, si stava progressivamente evolvendo verso una forma di regime autoritario. La sua caduta rappresenta quindi anche una nuova sconfitta simbolica per Trump.

Il regime di Orbán era diventato profondamente impopolare. Questa impopolarità è particolarmente forte tra gli under 30: il 65% di loro ha votato per il partito di opposizione Tiza e solo il 15% per Orbán.

È il segno di una forte frattura generazionale: i giovani soffrono di una disoccupazione strutturale e di una fortissima emigrazione lavorativa. Altri fattori convergenti possono spiegare la prevedibile sconfitta di Orbán. Già negli anni 2010 egli aveva chiaramente manifestato la sua ambizione di trasformare l’Ungheria. Come sottolineava Steve Bannon, ideologo del movimento MAGA, Orbán era «un Trump antetrumpiano». La prima fase di questa trasformazione è stata il controllo dei media: oggi circa l’85% dei media ungheresi è sotto l’influenza del governo. Dopo i media pubblici, anche i pochi organi privati indipendenti sono stati progressivamente presi di mira. I giovani hanno potuto accedere a un’informazione alternativa grazie a internet. La magistratura ha perso ogni indipendenza: è, insieme alla stampa, il principale bersaglio dei governi di estrema destra.

La memoria nazionale resta segnata dagli eventi tragici della Rivoluzione ungherese del 1956, in particolare dai massacri di civili a Budapest da parte dell’esercito sovietico. Tuttavia, il sentimento anti-russo non ha potuto esprimersi per 16 anni a causa della repressione e del controllo dei media. Il modello autoritario ispirato al tandem Vladimir Putin – Aleksandr Lukašenko suscitava comunque una forte repulsione. Il leader dell’opposizione Péter Magyar ha condotto la sua campagna denunciando la strettissima vicinanza tra Orbán e Putin. Oggi, gli ungheresi che celebrano la vittoria a Budapest gridano “fuori i russi”.

A ciò si aggiunge un significativo deterioramento economico e un sentimento di declino. Polonia e Repubblica Ceca hanno superato l’Ungheria, il cui modello economico è in crisi: basato su industrie tradizionali (chimica, automobili a combustione), ha mostrato i suoi limiti all’inizio degli anni 2020. Il calo degli investimenti – legato in particolare al congelamento dei fondi europei (l’Ungheria ha beneficiato solo di 800 milioni dal piano «NextGeneration EU») e al rallentamento della Germania – ha indebolito la crescita. L’inflazione resta elevata e il potere d’acquisto è in calo. In questo contesto, le preoccupazioni economiche hanno prevalso su quelle ideologiche. Le misure di bilancio adottate alla vigilia delle elezioni, spesso non finanziate, hanno aggravato gli squilibri.

Un terzo fattore determinante è la corruzione. L’Ungheria è oggi indicata dall’ONG Transparency Investigation come il paese più corrotto dell’Unione europea. Il sistema costruito attorno al potere si basa su logiche di clan, simili al modello russo. Il “clan Orbán”, composto da circa 13 persone, concentra il 25% del PIL del paese. La deviazione dei fondi europei ne rappresenta un motore centrale. Questa situazione è sempre più respinta dalla popolazione e alimenta il discorso dell’opposizione, incarnato in particolare dal suo leader Péter Magyar, ex membro del partito al potere, Fidesz.

Infine, la politica estera di Orbán, a lungo considerata un punto di forza, è diventata un punto debole. Il suo riavvicinamento alla Russia e il suo percepito allineamento con Vladimir Putin hanno suscitato una crescente diffidenza. Storicamente, gli ungheresi non sono filorussi. La dipendenza energetica, in particolare dagli idrocarburi russi, è mal percepita, soprattutto perché i benefici per la popolazione restano limitati.

Il sostegno esplicito di figure americane, come il vicepresidente J. D. Vance durante la campagna elettorale, è stato anch’esso percepito come un’ingerenza straniera. Allo stesso modo, la visita di Marine Le Pen per sostenere Orbán sottolinea l’importanza simbolica dell’Ungheria come modello per l’estrema destra.

La sconfitta di Orbán supera dunque il quadro nazionale. Segna un significativo arretramento per i movimenti ultraconservatori in Europa e negli Stati Uniti, per i quali l’Ungheria aveva finora rappresentato un laboratorio politico.

Eric Djabiev