Non sappiamo come si concluderà la tragedia iraniana. Non sappiamo cos’abbia in mente Benjamin Netanyahu, che abbiamo capito essere il vero dominus della politica mondiale, né cosa sia disposto a concedergli ancora Trump, con la scusa dello Stretto di Hormuz e della brutalità del regime degli ayatollah.
L’apocalisse, rinviata appena due settimane fa, sembra sempre sull’orlo di scoppiare, con una falsa tregua che, in assenza di una trattativa concreta, prelude a un equilibrio globale fondato sul terrore.
Dubitiamo anche che l’attuale inquilino della Casa Bianca sia davvero un sociopatico incapace di intendere e di volere, come sostengono alcuni osservatori; siamo più propensi a pensare che un ruolo nelle sue decisioni ce l’abbiamo, invece, i famosi Epstein Files, ricchi di informazioni che evidentemente non sono ancora state rese note e forse non devono esserlo: da qui, come sostengono malignamente altri osservatori, deriverebbe una delle ragioni della sua sudditanza pressoché totale nei confronti del premier israeliano.
L’unica certezza, in uno scenario così fosco, è che stiamo ballando sull’orlo del precipizio, con l’uomo più potente del mondo che affida a Truth, il social network da lui stesso fondato, pensieri deliranti e minacce di distruzione totale in grado di far crollare le borse e mettere a repentaglio la tenuta dei già fragili equilibri occidentali, e il regime di Teheran che, anziché indebolirsi, grazie all’azione congiunta di Trump e Netanyahu, si è rafforzato. Del resto, se il tycoon avesse mai letto un libro in vita sua, saprebbe che non si può smantellare una civiltà plurimillenaria come quella iraniana nel corso di una notte: non basterebbe nemmeno l’atomica che, anzi, sortirebbe l’effetto di una sollevatore di tutto il mondo arabo dalle conseguenze imponderabili. E non è nemmeno da escludere, a tal proposito, che possa venir meno, magari nel lungo periodo, il rapporto quasi simbolico che si era venuto a creare con l’Arabia Saudita e le altre potenze emergenti del Golfo, in nome del petrolio e degli affari. Se di Gaza e delle sorti del popolo palestinese importa poco quasi a tutti, infatti, i persiani sono geopoliticamente di un altro livello. Per storia, prestigio e dimensioni siamo al cospetto di una media potenza, di un attore regionale tendenzialmente capace di assumere un ruolo egemonico: la paura israeliana circa l’arma nucleare in mano agli ayatollah non è infondata e non è da escludere che ci si arrivi, nella continua escalation cui stiamo assistendo.
Aggiungiamo che a Trump e ai suoi sodali, per mediare con personalità come quelle del regime, manca un altro aspetto che, purtroppo per loro, non si può comprare: la conoscenza del carattere mediorientale. Trump, di fatto, è un presentatore televisivo convinto di essere ancora in una puntata di “The Apprentice”: crede che gli basti gridare “You are fired!” per licenziare gli interlocutori sgraditi. I persiani, al pari dei cinesi e dimolti popoli insediati a est, hanno invece dalla propria parte il tempo, che scorre inesorabilmente a loro favore. Non essendo democrazie, non nel senso in cui le intendiamo noi occidentali almeno, non si pongono il problema delle elezioni di MidTerm né hanno un’opinione pubblica alla quale dover rendere conto; oltretutto, rifiutano da sempre la nostra frenesia e la nostra smania di successo, pur avendo abbracciato, come nel caso dei cinesi, la logica dell’economia sociale di mercato. Sono, insomma, in grado di pilotare qualunque trattativa volgendola a proprio favore, come sta facendo ad esempio Putin conl’Ucraina, approfittando della sua profonda conoscenza militare ed economica, delle risorse energetiche di un Paese grande quanto Cina e Stati Uniti messi insieme e di una concezione imperiale che non si pone scadenze immediate.
Con sommo dispiacere per Trump, che si crede Dio e si raffigura come tale, la spiritualità presente nei popoli orientali è ben altra cosa e non accetta la blasfemia pagana di un capitalismo straccione e ormai giunto al capolinea, come non accetta i toni roboanti di chi non ha in mano vere armi di ricatto. Qualcuno potrebbe obiettare che l’esercito americano è quello meglio equipaggiato: certo, ma se il Comandante in capo non vuole perdere rovinosamente consensi non può riportare indietro nemmeno una bara, a differenza del mondo arabo che reputa la morte in battaglia un onore assoluto. Basterebbe conoscere la storia delle crociate per rendersi conto della differenza fra la nostra civiltà, che pone al centro la persona umana e i suoi diritti, e la loro, che pone al centro l’obiettivo superiore della difesa della comunità e non distingue personale e collettivo, meno che mai in guerra. Se siamo giunti a uno “scontro di civiltà”, come quello teorizzato da Huntington in un celebre saggio, lo abbiamo già perso. E lo abbiamo già perso anche per un altro motivo: siamo diventati di un cinismo che non possiamo permetterci.
La riduzione di ogni questione sul piano geo-politico, difatti, è quanto di più simile al pensiero hitleriano si possa immaginare. Equivale all’operazione Condor, sostenuta dagli Stati Uniti, nel Sud America degli anni Settanta, al colpo di Stato dei Colonnelli in Grecia, ai continui golpe che hanno funestato l’Africa e ad altre barbarie che, almeno noi, abbiamo sempre condannato, chiunque se ne sia reso protagonista. Nel momento in cui l’unico tema diventa il posizionamento sullo scacchiere globale, ribadiamo, è l’umanità a venire meno, ma senza umanità non può vivere la democrazia, cioè non può esserci Occidente: un universo che ha fatto della propria superiorità valoriale, un tempo oggettiva, la sua ragione di esistere. Se ci poniamo sullo stesso piano di Putin, Xi Jinping e degli ayatollah, non abbiamo un domani. Se della vicenda iraniana non vediamo anche la ferocia con cui il regime reprime nel sangue ogni forma di opposizione, a cominciare da quella della Generazione Z in lotta per i propri diritti e la propria libertà, non siamo migliori degli ayatollah. Se non ci poniamo il problema di come ricostruire e dare un futuro al popolo palestinese dopo la distruzione totale e sistematica che ha subito, siamo carnefici anche noi. Se dell’Ucraina vediamo solo le mire disperate diZelens’kyj e la crudeltà del battaglione Azov, ignorando del tutto la popolazione civile e coloro che arrivano persino a ferirsi gravemente pur di disertare il fronte, infine, siamo diventati simili ai mercenari della Wagner.L’America di Trump ha perso tutto perché ha smarrito l’epopea. L’Europa ha perso quasi tutto perché ha smarrito la sua unicità e le sue peculiarità in termini di diritti umani, capaci di riscattarci, almeno parzialmente, dalla sanguinosa stagione del colonialismo. I nuovi despoti, per giunta in coalizione a causa dei nostri errori di valutazione e della nostra lettura razzista e panoccidentalista della realtà, hanno vinto perché a loro, per prevalere, basta la legge della giungla.
E così, comunque si concluda la mattanza iraniana, Trump appare sempre più un generale nel suo labirinto, illuso di poter dettare ancora legge e al contrario accerchiato, travolto dagli scandali e costretto a dare man forte a un soggetto che o scatena una guerra al giorno o finisce in galera, ormai anche per acclarati crimini contro l’umanità. Quanto a noi europei, per via di classi dirigenti formatesi nell’era dei social network e incapaci di immaginare un orizzonte che non sia il vassallaggio acritico nei confronti di America e Israele, siamo rimasti spettatori, cioè complici di una guerra mondiale non più a pezzi che, anche qualora dovesse terminare, avrà comunque devastato la nostra economia, le nostre certezze e le nostre prospettive per il futuro.
Roberto Bertoni
