Quali sono le tue valutazioni dopo l’ultimo Consiglio europeo informale, la sconfitta di Orbán e il cambiamento di governo in Bulgaria? Gli equilibri politici sono cambiati?
Soltanto in parte. Dobbiamo vedere quali priorità politiche porterà avanti Magyar, il nuovo Primo ministro ungherese. E comunque vorrei ricordare che, fino a due anni fa, faceva parte dello stesso partito di Orbán. Alcune cose si sono sbloccate, come il prestito di 90 miliardi di euro all’Ucraina, poichè è sparito il veto di Orbán. Ci sono però altre questioni sulle quali bisogna capire quale sarà la linea del nuovo governo. Tra l’altro, Orbán non si è presentato all’ultimo Consiglio europeo, mentre Magyar non era ancora ufficialmente nominato: quindi l’Ungheria non era rappresentata, mentre per la Bulgaria, c’erano ancora gli uscenti, in attesa che si facesse il nuovo governo.
Ci sono altre cose non chiare, come la discussione sull’adesione dell’Ucraina, fortemente spinta sia da Costa che da von der Leyen. Secondo il bilancio attuale, dovremmo spendere 85 miliardi l’anno per finanziare la politica agricola dell’Ucraina. Le condizioni per un’adesione rapida non ci sono. La mia convinzione è che, pur avendo una posizione diversa da quella di Orbán, anche Magyar frenerà sulla questione dell’allargamento.
Quali temi sono stati affrontati nell’ultimo Consiglio europeo?
In questo Consiglio europeo dovevano essere dedicate tre ore di dibattito al quadro finanziario pluriannuale. Le tre ore si sono progressivamente ridotte perché hanno avuto altro di cui discutere. Non siamo ancora usciti dall’era dei veti, perché il quadro pluriannuale entra in vigore se c’è l’accordo del Parlamento europeo. Tra l’altro, c’è un problema di carattere giuridico. Il Consiglio europeo si è arrogato il diritto di decidere sul quadro finanziario pluriannuale, ma il trattato prevede che non sia il Consiglio europeo, ma il Consiglio dell’UE. Inoltre il voto del Parlamento è determinante: nella risoluzione approvata dalla commissione Bilancio, è stato detto che il quadro finanziario pluriannuale sarebbe stato approvato a certe condizioni. E queste condizioni, per ora, non ci sono. I governi e la Commissione si illudono sul fatto che l’accordo avvenga entro la fine dell’anno. Non hanno una memoria storica adeguata. Salvo nel 2005, sotto presidenza di Tony Blair, quando venne approvato un anno prima, in tutti gli altri casi (nel 1992, nel 1999, ecc.), il quadro finanziario pluriannuale è stato sempre approvato a qualche settimana dalla scadenza. Quindi l’idea del Consiglio europeo, che ci sia un accordo tra Parlamento e Consiglio prima della fine del 2026, è totalmente infondata.
Quali anni dovrebbe coprire il nuovo quadro finanziario?
Per ora dovrebbe andare nel 2028 al 2034, però un quadro finanziario che in qualche modo scavalca le prossime elezioni europee, e condiziona tutta la prossima legislatura, non ha nessuna logica. Vuol dire che il prossimo Parlamento europeo sarà condizionato da un quadro finanziario deciso da questo Parlamento e da questa Commissione. Inoltre, da qui al 2034 ci saranno alcune adesioni - non molte - forse il Montenegro e l’Albania. Per la Bosnia, la Serbia e la Macedonia, ci saranno molte difficoltà, per non parlare dei paesi dell’Europa orientale, cioè Ucraina, Moldova e Georgia (fra l’altro il governo georgiano ha congelato la domanda di adesione). Ma forse avremo due o tre paesi in più nell’Ue. Il Montenegro è in pole position, è già pronto il trattato di adesione. Poi c’è l’Albania, e vedremo come andrà il referendum in Islanda nell’agosto di quest’anno. Però ci sono tante altre cose da mettere nel bilancio. Ed è la ragione per la quale il Parlamento ha scritto in un paragrafo che esige che la prossima Commissione presenti, entro il luglio 2031, un nuovo quadro finanziario. Il che significa che questo non sarebbe più settennale, ma quinquennale. Se invece il Parlamento non votasse il quadro finanziario entro la fine del 2027, dal 1° gennaio 2028 entreremmo nel “sistema dei dodicesimi”.
Fra l’altro, varrebbe la pena di ricordare il 1° gennaio 2028, il paese che prenderà la Presidenza di turno del Consiglio dell’UE sarà l’Italia. Al nuovo governo, qualunque esso sia, toccherà la patata bollente di riaprire un negoziato con il Parlamento.
Ci sono rischi di nuovi veti?
C’è il problema delle “risorse proprie” per finanziare il bilancio europeo. La Commissione ha presentato un pacchetto di cinque risorse proprie e molti governi sono contrari. Altra questione: la Commissione europea ha voluto in qualche modo nazionalizzare il bilancio, che sarà fondato su 27 piani nazionali, che riguardano soprattutto la politica agricola e la coesione (rappresentano il 40% del totale). Il testo della Commissione propone che ci sia un solo fondo che mette insieme la politica agricola, la pesca e la coesione sociale e territoriale. Ci sono alcuni paesi, come l’Italia (ma non solo), che non condividono l’idea di accorpare la politica di coesione con la politica agricola e ritengono che i due fondi debbano rimanere separati. Su questo non c’è accordo fra i governi.
Inoltre, la Commissione europea propone che nel prossimo bilancio sia inserito anche il rimborso del NextGenerationEU, il che vuol dire ridurre nell’insieme il bilancio. Se questo passasse, l’Italia avrebbe il 12% di meno del bilancio, perché ha molto da rimborsare. In Commissione Bilancio, il Parlamento ha chiesto di aumentare il bilancio europeo dall’1,26% all’1,38% del PIL dell’Unione europea, scorporando dal quadro finanziario il rimborso del NextGenerationEU.
Quali sono le tue impressioni sulla situazione della Bulgaria, di cui si parla poco?
L’ingresso nell’euro è andato abbastanza bene. Il nuovo governo capo del governo, Radev, è un nazionalista, chiamiamolo socialdemocratico. Sulla stampa italiana, è stato definito “il nuovo Orbán”. Non è vero. Certamente, Radev è uno che difende gli interessi nazionali della Bulgaria, però non può essere definito un politico di destra. Dovrebbe essere collocato piuttosto nel quadro del centrosinistra, un centrosinistra nazionalista. Certamente Radev è molto prudente sull’allargamento verso i paesi dell’Europa orientale.
Anche in Romania è molto probabile un cambiamento di maggioranza, come del resto in Slovenia, dove potrebbe arrivare al ppotere un Primo ministro euroscettico. Insomma, l’uscita di Orbán non chiarisce le cose all’interno del Consiglio europeo, rimarranno sempre delle positioni problematiche.
Cosa pensa di fare il MFE nell’ultimo scorcio di legislatura?
Nei prossimi due anni, non si può rilanciare la prospettiva costituente. Il Parlamento stesso si è dimenticato delle conseguenze istituzionali del rapporto Draghi. Non c’è una sua volontà di rilanciare una riforma dei trattati, né tantomeno della Commissione o dei governi. In questa legislatura, bisognerà andare avanti a trattati costanti, utilizzare ad esempio la clausola passerella, anche se non è molto facile. Qualcuno pensa che il miracolo verrà dalle cooperazioni rafforzate. Non bisogna ignorare che dal 1999 ad oggi, di cooperazioni rafforzate, ne abbiamo fatte solo quattro, due sulla famiglia, una sulla procura e l’altra sui brevetti. Non ce ne sono state altre.
Per quanto riguarda le elezioni del 2029, quale potrebbe essere la piattaforma per rilanciare una prospettiva costituente?
Il 9 settembre, lanceremo una campagna che si chiama “Obiettivo 1000”, perché mancheranno esattamente mille giorni alle elezioni europee del 2029. Siccome non è detto che il prossimo Parlamento sia costituente, affinché questo avvenga, occorre una campagna politica. Alcuni partiti devono impegnarsi ad inserire questa idea nei loro programmi. Ma perché questo avvenga, bisogna lavorarci su. Bisogna capire se ci sono partiti politici europei disponibili a impegnarsi in questa strada. Siamo ancora al 2026, quindi mancano tre anni a questa scadenza.
Nel 2024, il 50% dei cittadini europei non sono andati a votare. Quindi la campagna deve essere rivolta agli astensionisti, cioè quelli che non hanno ritenuto importante, utile o necessario andare a votare. Inoltre nel 2029 voteranno, per la prima volta, 10 milioni di nuovi elettori. Quindi dobbiamo fare una campagna per i giovani, fra l’altro sapendo che nel 2024, sono quelli che hanno votato di meno.
Ci sarà un ricambio ai vertici di Bruxelles?
Vorrei ricordare un’ultima cosa: il Trattato consentirebbe, alla prossima scadenza, di unificare le cariche di Presidente della Commissione e del Consiglio europeo. Il problema è che ci sono almeno tre grandi partiti, e ognuno di essi vuole un incarico: più cariche ci sono (presidente del Parlamento europeo, del Consiglio europeo, e della Commissione) e più è facile distribuirle. Tra l’altro, si vocifera della possibilità che Ursula von der Leyen possa diventare presidente federale della Germania, alla scadenza del mandato di Steinmeier nel 2027. Se Ursula von der Leyen traslocasse a Berlino, bisognerebbe trovare una o un nuovo presidente della Commissione. E allora le possibilità sono due. O i popolari propongono un loro nome (gli ex Primi ministri greco o irlandese). E ci si chiede se dovrebbe cambiare solo il presidente, o tutto il collegio dei commissari (come era successo dopo le dimissioni di Santer, nel 1999). E qualcuno comincia a dire, visto che scade anche il mandato del presidente del Consiglio europeo, António Costa (è un mandato rinnovabile di due anni e mezzo), perché non rilanciare la proposta di un presidente unico? E questa sarebbe la seconda opzione. E nei corridoi europei, l’unico nome che si fa, senza mai citarlo, è quello di Mario Draghi. Nel caso in cui ci si trovasse in una situazione di grave crisi, ci si affiderebbe a Draghi, come già è avvenuto in Italia.
Tuttavia, non c’è grande entusiasmo per questa opzione. All’ultimo Consiglio europeo, il rapporto Draghi è stato messo in un cassetto, e si è parlato soltanto del rapporto Letta. Quest’ultimo si potrebbe applicare a bilancio costante, mentre il rapporto Draghi costerebbe molto. Questo è il motivo per cui si è data la priorità al primo, e questo non è un buon segnale affinché Draghi diventi il presidente unico di Commissione e Consiglio europeo, anche perché i partiti perderebbero un incarico da assegnare.
