Giuseppe Sacco
Con insolita spregiudicatezza il Financial Times ha pubblicato in prima pagina un pezzo fondato non su informazioni accertate, com’è la tradizione del quotidiano londinese, ma su rumors, indiscrezioni e fughe di notizie, provenienti da Bruxelles e da Oslo, ma che certo sono state lette con grande interesse a Berlino.
Secondo fonti comunitarie, o almeno ad esse vicine, i vertici della Unione Europea starebbero seriamente considerando la possibilità di rinnegare ulteriormente - dopo altre decisioni, sul tipo ad esempio del rinvio della data alla quale non sarà più possibile mettere sul mercato auto con il motore ascoppio - uno dei principali punti che caratterizzano l’attuale visione delmondo, dei suoi problemi, e delle sfide politiche, quale essa è venuta configurandosi negli ultimi cinquant’anni, la sensibilità ambientale. E, nel quadro di una vera e propria svolta, starebbero valutando la convenienza e l’opportunità di lasciar cadere la loro opposizione allo sfruttamento petrolifero della zona artica.
Una possibilità questa contro la quale la UE si è battuta con vigore crescente - almeno fino al 2021 - al fine di proteggere la qualità ambientale nell’emisfero boreale. Emisfero per il quale la UE condivide interessi responsabilità planetaria con la Russia e con il Canada. Ma emisfero che ha già subìto un grave vulnus con lo sfruttamento del petrolio dell’Alaska - territorio dell’estremo Nord del mondo, il cui sfruttamento è però fortemente condizionato dagli interessi dei lower fortyeights. Ed emisfero la cui parte più fragile, quella in cui il permafrost prevale sulla terra e sulla roccia, è oggi minacciato dall’apertura ormai più che verosimile di una nuova rotta, più rapida e conveniente che le tradizionali “vie della seta” per il commercio legato al rapidissimo – e fortemente estroverso – sviluppo della Cina.
L’autorità di Bruxelles - ricorda il quotidiano londinese del gruppo Nikkei - si erano sempre non solo opposte, ma avevano attivamente lavorato perché anord del Circolo Polare artico “petrolio, carbone e gas rimanessero sottoterra”. Almeno sino al 2021, l’Unione Europea è infatti sempre stata moltoattiva nel promuovere il bando di perforazioni e ricerche. Ma il gruppo dei 27 sarebbe oggi sul punto di cambiare radicalmente posizione.
Un capovolgimento strategico
Al momento si tratta solo di rumors, naturalmente! Supportarti però da documenti, bozze, progetti ancora provvisori, che starebbero circolando a Bruxelles. Ma che sono non di meno relativi ad un vero e proprio “capovolgimento strategico”, che non può non far sollevare un grido di orrore, e la più ferma opposizione, da parte di tutti coloro che sono consapevoli della tragedia che ne deriverebbe per tutti gli esseri viventi.
Anche se un po’ ammoniti dal discredito e del disprezzo universale in cui è precipitato l’attuale - ma già probabilmente effimero - squatter della Casa Bianca, gli avidi reazionari che pensano di accrescere con questo dietrofront il loro bottino ed il loro potere, procedono in questo stadio iniziale in maniera piuttosto cauta.
Eppure, le discussioni su questo argomento - e sul pretesto pergiustificarlo - è sono state già avviate, con studi pseudo-previsionali tendenti a calcolare l’impatto della crisi in atto nello stretto di Hormuz. E con la diffusione di previsioni pessimistiche secondo le quali l’aggressione all’Iran condotta da Israele e del suo servo sciocco americano potrebbe addirittura essere paragonata, per le sue conseguenze, quelle cumulative delle tre crisi petrolifere che abbiamo conosciuto nell’ultimo mezzo secolo. E che dovrebbero spingere la autorità di Bruxelles a liberalizzare l’estrazione delle risorse petrolifere carbonifere e e di gas naturale al di sopra del circolo polare artico.
L’incongruità di questo pretesto è evidente. Né sarebbe razionale che le manovre tattiche e contro tattiche che da due mesi si svolgono attorno ad Hormuz possano alterare gli obiettivi strategici di lungo periodo dell’Europa di sviluppi politici e militari non ancora definitivamente compromessi. Appare insomma un po’ frettoloso cambiare gli obiettivi di lungo periodo mentre Trump gioca una maldestra partita diplomatica insieme ad un attore arrogante quantosi vuole, ma ancora sostanzialmente solo regionale, come Israele. Partita che peraltro non è ancora definita e viene efficacemente contrastata dagli altri soggetti coinvolti sia a livello locale sia a livello globale, l’Iran e le potenze che simpatizzano con Teheran, come Mosca e Pechino.
Alcuni dei documenti fino ad ora intravisti in questa partita che si gioca Bruxelles e dintorni sembrano però prendere in considerazione una evoluzione di tipo più planetario e di più lunga portata. In altri termini si tratterebbe di valutare l’interesse dell’Europa in un ipotetico, ma non impossibile, e forse neanche improbabile, quadro in cui l’eventuale evoluzione delle relazioni con gli Stati Uniti fosse di tale tipo e di tale ampiezza da non poter garantire che gli equilibri globali tra le attuali superpotenze consentissero all’Europadi aver accesso alle risorse energetiche ad essa necessarie.
In altri termini, c’è un inizio di presa in considerazione di un’evoluzionedel sistema economico planetario per grandi blocchi di tipo autarchico evogliosi di autosufficienza. Naturalmente l’impatto di tale svolta sarebbe scandaloso, per le tragedie che rischia di riprodurre. Ma è un dato di fatto che l’Europa ne sarebbe la parte del mondo più coinvolta e più danneggiata.
Essa appare inaccettabile agli occhi di chi attribuisce agli equilibri ambientali planetari di lungo periodo una rilevanza superiore a qualsiasi situazione congiunturale, o dovuta a crisi economico strategiche risolubili con mezzi forse anche militari ma comunque di breve periodo.
Sarebbe infatti catastrofico, se non criminale, operare oggi scelte finalizzate a realizzare la visione di un mondo frammentato in parti tendenzialmente autosufficienti, ciascuna chiusa su sé stesse, in assenza diquadro globale di compatibilità economica ed ambientale. Si tratterebbe altrimenti di accettare per inevitabili e scontati non solo la fine, ma addirittura un regresso del processo di globalizzazione. Un regresso effettivamente drammatico da una condizione che ha permesso un quarto di secolo di sviluppo senza inflazione e il trasferimento di un miliardo di esseri umani dalla povertà assoluta verso un relativo benessere.
Cui prodest ?
Come é ovvio, in questi casi è abbastanza immediata la necessità di porsila domanda: cui prodest? Chi trarrebbe vantaggio da un’evoluzione di questo genere?
Interrogativi cui il Financial Times risponde senza mezzi termini, sottolineando che – è spiegando le ragioni per cui – il principale beneficiario sarebbe un paese non appartenente alla Unione Europea, la Norvegia, che con la Russia é il paese più attivo nello sviluppare l’estrazione di olio e di gas dalla zona artica. Posizione che ha di fatto trasformato la Norvegia in un “profittatore di guerra”, secondo la cruda definizione datane da Trump, ovviamente invidioso che ci sia qualcun altro oltre a lui e ai suoi manutengoli a trarre profitto – e senza fare insider trading – dagli sbalzi da lui stesso provocati nei prezzi del petrolio. Che, per di più, è una democrazia che si permette di andare in rotta di collisione con Washington, disinvestendo da quelle compagnie, come l’americana Caterpillar, che collaborano con Israele nella repressione dei Palestinesi, come riportato dello stesso giornale londinese. E che lo ha messo in condizione di avere allo stato un piccolo tesoretto di US$2.200,00 (duemiladuecento miliardi di dollari) ottenuti attraverso lo sfruttamento del Mar di Barents.
II quotidiano finanziario non manca peraltro di fare brevissimo cenno anche agli interessi e delle posizioni dei paesi baltici. I cui rappresentanti non a caso occupano nel cuore del sistema di potere brussellese, la Commissione Europea, posizioni di rilievo abbastanza notevole, seconde solo a quelle della Germania, in maniera totalmente non corrispondente agli equilibri economici e demografici della UE.
Ed é questo un segno indubbio ed evidente di un processo in corso in Europa. Un processo verso la riproduzione di una situazione in cui la Germania tornerebbe ad essere non solo la principale potenza militare del continente, ma anche una grande potenza economica. Caratterizzata dagli stessi fattori che erano stati evidenti già all’inizio della prima e della seconda guerra mondiale e che garantivano, per esempio, alla Germania l’autosufficienza in campo alimentare e nei campi del carbone e dell’acciaio, che erano allora le principali risorse strategiche. Inserita peraltro in un’Europa fortemente integrata, ma assai diversa dalla Casa Comune europea di cui si vagheggiò al momento iniziale dell’implosione dell’URSS e della fine della guerra fredda.
Prima pubblicazione: www.ultimaedizione.eu (25 aprile 2026)
