Ioan-Victor Popa

Novembre 2025: le elezioni presidenziali e legislative in Romania sorprendono l’Europa. L’avanzata dell’estrema destra alle legislative e l’accesso al secondo turno delle presidenziali (poi annullate dalla Corte costituzionale rumena) di un personaggio piuttosto oscuro, dalle idee stravaganti, hanno segnato una rottura profonda e improvvisa con un panorama politico fin lì caratterizzato soprattutto dalla stabilità. Lo status quo definito dall’alleanza tra il Partito socialdemocratico (PSD) e il Partito nazionale liberale (PNL) ha subito allora uno shock inatteso, tanto più che il candidato socialdemocratico, Marcel Ciolacu, non è arrivato al secondo turno, una prima nella storia del partito. Il Parlamento diventa così piuttosto frammentato e la precedente alleanza tra PSD e PNL deve cercare nuovi alleati.

In quel momento, uno dei dirigenti socialdemocratici, Sorin Grindeanu, attuale presidente del partito, aveva fatto esplicito riferimento alla Bulgaria come a un controesempio politico: la creazione di una nuova coalizione di governo avrebbe dovuto permettere alla Romania di evitare lo scenario bulgaro, in cui l’instabilità governativa e politica ha portato a una moltiplicazione di elezioni legislative. In effetti, questo vicino a sud della Romania viveva da diversi anni una forte volatilità politica, con scioglimenti successivi del Parlamento. Solo nell’aprile 2026 si è delineata chiaramente una maggioranza, in seguito a un ottavo scrutinio legislativo. Un certo vantaggio comparativo della Romania avrebbe dovuto essere così preservato.

Il confronto con la Bulgaria, sebbene poco frequente nei discorsi dei politici rumeni, ha qualcosa di naturale: i due paesi, usciti nel 1989 dal blocco comunista, sono entrati nell’Unione europea nello stesso momento, durante la quinta ondata di allargamento del 2007, e hanno conosciuto tappe di integrazione quasi identiche. Ad esempio, hanno aderito allo spazio Schengen in due fasi, nel 2024 e nel 2025. Quando veniva evocato in Romania, questo confronto sembrava più favorevole al paese di Eugène Ionesco ed Emil Cioran che a quello di Hristo Botev.

Questa retorica conosce tuttavia un inatteso rovesciamento dopo l’adozione dell’euro da parte della Bulgaria all’inizio del 2026: la Romania si è ritrovata in qualche modo in ritardo su uno dei dossier più importanti dell’integrazione europea, rispetto a un vicino dal destino europeo simile, ma che essa considerava in una situazione molto più precaria della propria.

Un divorzio tra opinione pubblica e istituzioni

Il contrasto tra i due paesi è rivelatore delle priorità e delle istituzioni rumene, sia in materia finanziaria sia in termini di integrazione europea. Le autorità rumene vedono l’adozione dell’euro soprattutto come il possibile risultato di un calcolo costi/benefici, e meno come una questione di principio legata all’integrazione europea (è lo schema proposto da un rapporto della Banca nazionale di Romania nel 2012). Quanto all’opinione pubblica, i sondaggi Eurobarometro registrano un vero entusiasmo della popolazione rumena a favore dell’adozione dell’euro, che tuttavia ha conosciuto recentemente un certo calo. Sorprendentemente, l’ultimo Eurobarometro del 2025 mostra che i rumeni favorevoli all’adozione dell’euro sono molto più numerosi dei bulgari che auspicano l’introduzione della moneta unica (71% contro appena il 45%, mentre la media europea si attesta al 55%).

Nei due paesi si può dunque riscontrare un divorzio tra l’opinione pubblica da un lato e i meccanismi istituzionali e la volontà politica dall’altro. L’adesione all’euro richiede il rispetto di diverse condizioni piuttosto stringenti: un deficit di bilancio inferiore al 3% del PIL, un tasso d’inflazione contenuto e stabile, un debito pubblico sostenibile e l’integrazione nel meccanismo di stabilità dei tassi di cambio (ERM II) per due anni. Nonostante un entusiasmo popolare limitato nei confronti dell’euro, la Bulgaria ha a lungo beneficiato di una struttura istituzionale che ha reso l’adozione della moneta unica un naturale prolungamento della sua situazione monetaria.

La ricetta bulgara

In seguito a una crisi economica nel 1997, la Bulgaria ha creato un sistema di currency board, ancorando il lev bulgaro al marco tedesco e, successivamente, all’euro. L’obiettivo era contrastare le turbolenze sociali, economiche e fiscali successive alla crisi, garantendo stabilità macroeconomica attraverso la disciplina fiscale. La Bulgaria ha quindi limitato quasi completamente la propria autonomia in materia finanziaria ed economica: non poteva più intervenire direttamente nell’economia, condurre una politica autonoma sui tassi d’interesse o emettere moneta (se non in condizioni specifiche). In questo modo, per quasi tre decenni, le istituzioni bulgare hanno favorito un’armonizzazione dell’economia e delle politiche con i criteri di adozione della moneta unica. Più che altro, si potrebbe dire che l’ingresso nella zona euro rappresenta il riconoscimento formale di una realtà economica e fiscale costruita istituzionalmente da tempo.

L’eterna procrastinazione

In Romania, sebbene l’euro sia diventato un tema politico, soprattutto nel contesto della competizione regionale con la Bulgaria, non è tuttavia diventato una priorità per il governo e per le élite politiche e finanziarie del paese. In più occasioni, la Romania si è impegnata ad adottare l’euro entro un orizzonte di tre o quattro anni, ma tale scadenza è stata costantemente rinviata, indipendentemente dall’orientamento politico del governo in carica.

Nonostante l’integrazione nella zona euro derivi dal trattato di adesione del 2005, oggi l’adozione della moneta unica appare forse più lontana che mai. Il contesto finanziario del paese è estremamente difficile: la Romania registra il più alto deficit dell’Unione europea (9,3% alla fine del 2024) e il tasso d’inflazione più elevato (quasi il 10% nel marzo 2026), oltre a prospettive poco incoraggianti per il debito pubblico (che potrebbe raggiungere l’80% del PIL in assenza di correzioni, secondo le stime della BNR). Il contesto internazionale, segnato da crescenti tensioni, dalla moltiplicazione dei conflitti e da una forte instabilità, esercita ulteriori pressioni sull’inflazione, già aggravata dalle politiche di riduzione del deficit adottate dal governo rumeno.

Il nuovo orizzonte per l’adozione dell’euro sembra essere il 2030 nella migliore delle ipotesi, come dichiarato dal presidente Nicușor Dan nel febbraio 2026, ma è forse più significativo osservare che oggi questo progetto non rappresenta una priorità: secondo il governatore della BNR, Mugur Isărescu, il passo più importante per la Romania è l’adesione all’OCSE, prevista per il 2026. Questo obiettivo gode infatti di un ampio consenso tra le élite politiche. Ma perché l’ingresso nella zona euro è così poco rilevante ai loro occhi?

Per comprendere questa mancanza di volontà politica, si possono individuare due elementi principali: la tradizione di politiche di spesa a fini elettorali e la resistenza dei partiti tradizionali alle riforme necessarie per l’adozione dell’euro, come la riforma delle imprese pubbliche.

Il processo di adozione dell’euro richiede una certa disciplina fiscale, ad esempio evitando aumenti salariali superiori alla crescita della produttività del lavoro. Tuttavia, i partiti tradizionali (PSD e PNL) hanno spesso aumentato il salario minimo rumeno, la media degli stipendi nel settore pubblico o le pensioni, con l’obiettivo di fidelizzare l’elettorato prima delle elezioni. Questa strategia è stata adottata nel 2024, prima delle elezioni presidenziali e legislative, sotto un primo ministro socialdemocratico, ma ha anche mostrato i suoi limiti: i partiti tradizionali hanno subito significative perdite elettorali, di fronte alla rapida ascesa dell’estrema destra.

Per quanto riguarda le riforme necessarie all’adozione dell’euro, la BNR ritiene che la Romania debba avviare cambiamenti profondi nella gestione delle imprese pubbliche, nell’organizzazione del settore turistico, ecc. Tuttavia, queste riforme non sono desiderate dai partiti tradizionali, che negli ultimi anni si sono configurati come una sorta di “cartello politico”, secondo i politologi Vlad Adamescu e Răzvan Petri, riprendendo un concetto elaborato da Richard Katz e Peter Mair. Le imprese pubbliche, spesso poco trasparenti e talvolta prossime al fallimento, rappresentano uno spazio in cui i partiti possono collocare i propri membri garantendo loro un reddito. Qualsiasi politica volta a riformare queste aziende si rivela quindi difficile da elaborare e attuare, soprattutto a causa dell’inerzia delle pratiche clientelari dei partiti-cartello. La prova è sotto gli occhi di tutti: la nuova crisi politica iniziata giovedì 23 aprile in Romania con il ritiro del PSD dal governo è legata, almeno in parte, a questa resistenza alle riforme.

Il momento dell’adozione dell’euro da parte della Romania non sembra dunque imminente: gli sforzi istituzionali e politici necessari si scontrano con la resistenza delle élite finanziarie e politiche del paese, che preferiscono preservare gli strumenti tradizionali della vita politica. L’euro appare in contraddizione con le priorità che esse si danno e il discorso ufficiale sul calendario di adozione non è che un modo per conciliare gli impegni internazionali. È particolarmente interessante notare che l’entusiasmo popolare non si traduce in una pressione effettiva sulle autorità affinché rispettino il calendario proposto. In definitiva, l’apparente ritardo della Romania nell’integrazione nella zona euro rispetto alla Bulgaria non è che un sintomo dei meccanismi profondi della vita politica rumena.