Gaia Marchi

Le elezioni del 29 ottobre 2025 hanno segnato un punto di rottura nella storia della Tanzania: il Chama cha Mapinduzi (CCM, Partito della Rivoluzione) ha trionfato ottenendo il 98% dei consensi. Viene così rieletta la presidente Samia Suluhu Hassan, donna musulmana originaria di Zanzibar. Hassan aveva già ricoperto il ruolo a seguito della scomparsa dell’ex presidente John Magufuli, avvenuta durante la pandemia di Covid-19, e viene ora riconfermata dal voto popolare. La presidente necessitava di una vittoria eclatante per ricompattare il CCM, al cui interno non tutti erano concordi nel sostenerla.

È proprio il risultato quasi unanime a far divampare le prime proteste. È sotto gli occhi di tutti che le elezioni siano state truccate: era dal 1961, anno dell’indipendenza, che non si assisteva a scontri e proteste violente in quello che è riconosciuto come il paese modello di coesione nell’est dell’Africa. A partecipare alle manifestazioni, che spesso sono sfociate nel sangue, sono soprattutto i giovani. Come accaduto in Marocco o in Iran, anche nel caso della Tanzania sono i ragazzi della GenZ a mobilitarsi. Stanchi della corruzione che attanaglia il paese e dell’assenza di prospettive, arrivano a sfidare l’esercito per le strade dei grandi centri, soprattutto a Dar Es Salaam.

Nelle prime ore fonti indipendenti confermano il decesso di due manifestanti, ma il numero è destinato a salire. Nei giorni successivi alle elezioni diverse organizzazioni internazionali e l’ONU arrivano a confermare “centinaia di vittime”, senza una cifra definitiva verificabile. L’opposizione tanzaniana accusa il governo di aver causato la morte di circa settecento manifestanti, ma questo dato non è confermato in modo indipendente. È infatti estremamente difficile conoscere la vera portata delle proteste e il numero delle vittime, soprattutto per quanto riguarda gli scontri avvenuti nelle aree più rurali della Tanzania e distanti dalla capitale. Per impedire ai manifestanti di comunicare tra loro e organizzarsi, il governo ha bloccato internet in tutto il paese per quasi una settimana, contribuendo a diffondere il panico tra la popolazione. Inoltre, l’esecutivo ha deciso di schierare l’esercito perché ben visto rispetto alla polizia, la cui violenza avrebbe rischiato di accendere ancora di più gli scontri.

Ma come si è giunti a questa situazione? Come abbiamo già visto, il CCM domina la scena politica dal 1961. Durante la prima parte della sua attività, ha svolto il ruolo di partito unico, promuovendo un modello di cittadinanza postcoloniale che, se da un lato limitava l’esercizio dei diritti politici, dall’altro prometteva opportunità di sviluppo economico e sostegno sociale. Queste promesse venivano incanalate nella politica dell’Ujamaa (“socialismo” in swahili) con la dichiarazione di Arusha del 1967. Il manifesto impegnava ilgoverno nel realizzare un modello di sviluppo basato sull’agricoltura, sull’autosufficienza e sulla proprietà collettiva dei mezzi di produzione.

Ma dal 1992 la situazione cambia a causa dei mutamenti internazionali. Sebbene da indagini condotte dal governo dell’epoca si evince come la maggiorparte della popolazione fosse favorevole al mantenimento del partito unico, il Governo decise di reintrodurre il multipartitismo. Da questo momento si assistea un progressivo disimpegno dello Stato nell’economia e nei servizi sociali, sulla base dell’idea che interventi massicci dello stato aumentassero inefficienze e corruzione. Anche in questo repentino cambio di prospettiva vanno ricercate le ragioni che hanno portato, nei successivi trent’anni, aun’importante crescita economica che non ha però prodotto alcun miglioramento delle condizioni economiche per ben un terzo della popolazione.

La persistente crisi sociale è una delle motivazioni del progressivo deterioramento della fragile democrazia tanzaniana e ha contribuito a condurre il paese nella situazione di caos attuale. Il CCM è riuscito a mantenere unaposizione di potere dominante all’interno del sistema politico per diverse ragioni. In primis, ha sfruttato la concentrazione del potere dell’esecutivo e la marginalità del parlamento per ostacolare i partiti d’opposizione e controllarne le attività, riuscendo così a circoscrivere il dissenso. Questo fenomeno non ha trovato grande resistenza a causa della debolezza politica e organizzativa dell’opposizione: rimanendo geograficamente confinata alle zone urbane, non è riuscita a creare un vero e proprio programma elettorale e a rendersi indipendenti da singole personalità di leader carismatici.

A questo ha sicuramente contribuito la cooptazione portata avanti per decenni dal CCM nei confronti di opposizioni, società civile e economica, raffreddando la mobilitazione popolare e accompagnando in modo più ordinato la realizzazione dell’Ujamaa. Il CCM ha inoltre mostrato grande abilità nel gestire in maniera verticistica la transizione dal monopartitismo al multipartitismo, riuscendo a controllare e adattare al nuovo modello le consolidate pratiche di spartizione delle risorse tra governo centrale e distretti.

Ha inoltre gestito il processo di liberalizzazione dell’economia e privatizzazione, costruendo un’alleanza con i nuovi ceti imprenditoriali, i quali hanno accresciuto i già alti tassi di corruzione. Un ruolo importante è giocato dall’eredità politica e istituzionale del partito unico e dell’Ujamaa, visto il grande supporto di cui, nonostante i limiti e le contraddizioni, hanno goduto tra la popolazione. Questo è servito al CCM per delegittimare l’opposizione, accusandoli di alimentare le divisioni etniche e religiose, mettendo a rischio la stabilità politica che ha contraddistinto la Tanzania fin dalla sua indipendenza.

Tutto ciò fa emergere anche il forte nazionalismo del paese e la fierezza del suo popolo per essere stato un punto di riferimento politico così importante. Tutti questi ed altri fattori hanno fatto in modo che la Tanzania venga oggi definita un paese non libero, in cui gli scontri sociali si sono fortemente inaspriti. In particolare, colpisce lo scontro generazionale tra gli adulti che hanno vissuto la Ujamaa e la transizione del modello politico, i quali guardano alla situazione politica con rassegnazione, affermando spesso “almeno sappiamo quanto rubano i politici del CCM, mentre se andasse al potere un altro partito avremmo paura perché non sappiamo in che situazione potremmo poi ritrovarci”, alimentando così l’astensionismo, e, dall’altra parte, un’immensa schiera di giovani che, davanti a quanto sta accadendo, non si arrendono e continuano a lottare, rischiando la vita per un futuro migliore.