Philippe Ward
Dieci anni dopo il referendum del 2016 e più di cinque anni dopo l’uscita dal mercato unico, il Regno Unito non assomiglia né alla Global Britain promessa dai sostenitori della Brexit né al campo di rovine previsto dai suoi oppositori più radicali. In questo mese di aprile 2026, il paese attraversa una fase di difficile normalizzazione: un riallineamento pragmatico ma complesso con il blocco europeo, sullo sfondo di un rallentamento economico e di una frammentazione politica.
Il miraggio della divergenza e il ritorno alla realtà
Sotto il governo di Sir Keir Starmer - peraltro fortemente indebolito da uno scandalo legato al caso Epstein - la retorica della sovranità assoluta ha lasciato il posto a quella della riduzione delle frizioni. L’anno 2025 ha segnato una svolta simbolica con l’adozione del Product Regulation and Metrology Act, che consente al Regno Unito di allinearsi ad alcune norme ambientali dell’Unione europea (UE).
Questa scelta non è ideologica, ma dettata dalla necessità. I dati dell’Office for Budget Responsibility confermano un calo di lungo periodo del15% degli scambi commerciali del paese rispetto a uno scenario di permanenza nell’UE. Per le imprese britanniche, la libertà regolatoria prospettata dalla Brexit si è tradotta in un onere amministrativo piuttosto che in un vantaggio competitivo. Il recente accordo sulle misure sanitarie e fitosanitarie mostra inoltre che Londra accetta ormai di sacrificare una parte della propria autonomia per rilanciare le esportazioni agroalimentari verso l’UE.
Un paese in cerca di punti di riferimento
I dati del National Bureau of Economic Research indicano che l’economia britannica resta segnata da una persistente debolezza degli investimenti (-12%/ -18% rispetto alla tendenza pre-Brexit), dell’occupazione (-3% / -4%) e della produttività (-3% / -4%). Se il Regno Unito è riuscito a evitare una grave crisi del debito che lo minacciava nel 2022 durante il breve governo Truss, subisce comunque un’erosione silenziosa.
Il settore dei servizi finanziari, un tempo fiore all’occhiello dell’economia britannica, ha dovuto adattarsi anch’esso. La City di Londra non è più la porta d’ingresso unica dell’Europa, ma una piazza finanziaria tra le altre, messa in concorrenza dalla crescita di Francoforte e Parigi nei segmenti regolati dall’UE. L’accento posto dalla Financial Conduct Authority sulla competitività internazionale fatica a compensare la perdita del passaporto europeo.
Il Regno Unito cerca comunque di giocare le proprie carte in alcuni settori:
- Intelligenza artificiale (IA) e tecnologia: mantenendo un regime di protezione dei dati considerato adeguato da Bruxelles fino al 2031, Londra preserva il proprio ecosistema tecnologico.
- Energia verde: il paese resta un leader nell’eolico offshore, anche se il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere dell’UEimpone nuove sfide tariffarie agli esportatori britannici di elettricità già da quest’anno.
La frammentazione del panorama politico
Sul piano interno, la percezione della Brexit è profondamente cambiata. Nell’aprile 2026, i sondaggi mostrano una svolta storica: il 55% dei britannici esprime ormai il desiderio di rientrare nell’UE. Tuttavia, il governo resta paralizzato su questo tema, il che spiega la difficoltà nel definire con Bruxelles i termini precisi di un programma di mobilità giovanile.
Il Partito laburista al governo teme di alienarsi gli elettori delle ex aree industriali (la cosiddetta “Red Wall”) che hanno votato in massa per la Brexit. All’estrema destra, l’ascesa di Reform UK — che raccoglie ormai quasi il 25% delle intenzioni di voto — testimonia una crescente frustrazione nei confronti dell’immigrazione. Contrariamente alle promesse dei sostenitori della Brexit, l’immigrazione è triplicata nell’anno dell’uscita dall’UE e si è diversificata verso origini non europee per rispondere alla carenza di manodopera. In termini semplici, l’idraulico polacco è tornato nel suo paese(dove il livello di vita dovrebbe presto superare quello britannico), mentre numerosi lavoratori immigrati provenienti dall’Africa subsahariana e dal subcontinente indiano sono arrivati, in particolare per colmare la carenza di personale negli ospedali.
Il Regno Unito del 2026 ha certamente ripreso il controllo delle proprie leggi, in linea con lo slogan dei sostenitori della Brexit. Tuttavia, i suoi dirigenti constatano che il controllo dei flussi globali — finanziari, migratori o climatici — è un’illusione per una potenza di medie dimensioni separata dal suo principale partner economico.
Geopolitica: tra Europa e la tentazione del largo
Sulla scena internazionale, il concetto di Global Britain ha dovuto essere ricalibrato. Il pivot commerciale verso l’Indo-Pacifico produce solo guadagni marginali in termini di PIL — stimati allo 0,1% su 15 anni — da confrontare con una perdita stimata del PIL pro capite tra il 6% e l’8% dovuta alla Brexit.
Nel frattempo, la realtà geografica si è riaffermata. L’invasione dell’Ucraina, la minaccia russa e il progressivo distacco dell’amministrazioneamericana hanno spinto Londra a riavvicinarsi al continente europeo. Rachel Reeves, cancelliera dello Scacchiere, ha ribadito il mese scorso la priorità del partenariato con i vicini europei del Regno Unito, riflettendo i dubbi crescenti dei dirigenti britannici sul futuro dell’alleanza atlantica. Per una classe politica un tempo così legata all’idea di una “relazione speciale” con gli Stati Uniti, si tratta di un cambiamento significativo.
Questo desiderio di allineamento sui grandi temi è condiviso anche dall’élite amministrativa. Un esempio recente è una lettera aperta firmata da numerosi alti diplomatici che chiedono a Londra di adottare le sanzioni imposte dall’UE contro la politica del governo Netanyahu nei territori palestinesi occupati dal 1967.
Logicamente, il nuovo dialogo avviato con Bruxelles include il negoziato di un patto di sicurezza e difesa, ambito in cui l’UE può beneficiare dell’esperienza britannica. Le trattative restano tuttavia molto difficili, come dimostra l’assenza di un accordo sul prezzo che il Regno Unito dovrebbe pagare per partecipare al programma di riarmo dell’UE Security Action For Europe (SAFE).
Conclusione: il tempo del pragmatismo
Nonostante le promesse del 2016, il Regno Unito non si è trasformato in una “Singapore sul Tamigi”. Si colloca piuttosto in una zona grigia, quella di uno Stato-satellite la cui economia dipende strettamente da decisioni prese a Bruxelles senza avere un posto al tavolo dei negoziati. Una situazione che alimenta naturalmente la stampa nazionalista dominante, sempre pronta a denunciare qualsiasi “tradimento” della Brexit.
Nonostante queste proteste, la questione alla fine del decennio non è più sapere se l’imposizione di barriere commerciali a sé stessi sia stata un errore. Fatta eccezione per alcuni irriducibili che auspicano una prossima scomparsa dell’UE, la causa è ormai chiusa. Anche Nigel Farage, leader di Reform UK, ha riconosciuto che la Brexit comporta un sacrificio economico. Lavera domanda è piuttosto come arrestare il declino relativo di uno Stato che cerca ancora il proprio ruolo in un mondo multipolare instabile. Per Londra, la sfida consiste ormai nel trasformare un’autonomia pagata a caro prezzo in una reale capacità di adattamento, pena il rischio di restare intrappolata in una stagnazione duratura.
Per Bruxelles, la posta in gioco è diversa. Se l’estrema destra di Farage dovesse vincere le elezioni legislative previste per il 2029 e allineare il paese su un asse putiniano-trumpiano, tutti i progressi recenti verrebbero rimessi in discussione. Questo rischio è tutt’altro che teorico. Si ricordi, a tal proposito, che il leader di Reform UK in Galles è stato condannato nel 2025a oltre dieci anni di carcere per aver accettato tangenti russe quando era deputato europeo. Non vi è dubbio che la cautela dell’UE nei negoziati in corso rifletta anche il desiderio di prevenire uno scenario “alla Orbán”.
