Chloé Maurel
Dall’inizio degli anni 2020, l’intelligenza artificiale (IA) è diventata una questione centrale della governance globale e pone problemi economici, ambientali ed etici. I rapidi progressi dei sistemi di apprendimento automatico, in particolare dei modelli generativi e dei sistemi autonomi, hanno fatto emergere nuovi rischi politici, economici e sociali: manipolazione dell’informazione, automazione della guerra, sorveglianza di massa, amplificazione delle disuguaglianze tecnologiche e rischi sistemici legati ai sistemi avanzati.
Una tecnologia energivora
L’ascesa dell’intelligenza artificiale ha comportato un forte aumento del consumo di energia. Nel 2024, i data center hanno consumato circa 415 TWh di elettricità, pari a quasi l’1,5% del consumo mondiale, equivalente al consumo annuale di un paese come la Francia. Questa domanda cresce molto rapidamente. L’addestramento dei grandi modelli è particolarmente energivoro: un solo modello di dimensioni molto grandi può richiedere decine di gigawattora, equivalenti al consumo annuale di decine di migliaia di famiglie. Tutto ciò mentre milioni di esseri umani nel mondo non hanno accesso all’elettricità per la loro vita quotidiana…
Anche i data center consumano grandi quantità di acqua per il raffreddamento: l’IA potrebbe richiedere oltre 6 miliardi di m³ d’acqua entro il 2027. Nel complesso, le infrastrutture digitali legate all’IA contribuiscono già per circa lo 0,5% alle emissioni mondiali di CO₂, una quota in costante aumento.
È vero che non vi è necessariamente motivo di essere ostili a priori a questa nuova tecnologia che è l’IA: così come l’invenzione del treno a vapore e dell’automobile non ha fatto scomparire la camminata, così come il cinema non ha eliminato il teatro, così come Internet e la digitalizzazione non hanno fatto sparire le biblioteche e i libri cartacei, e così come la calcolatrice non ha eliminato il ragionamento matematico, si può pensare che l’IA, se utilizzata in modo intelligente e ragionato, non farà necessariamente scomparire il ragionamento e l’intelligenza umana, ma potrebbe anzi stimolarli.
Tuttavia, gli effetti negativi dell’IA sono evidenti: quasi il 40% dei posti di lavoro nel mondo è già minacciato dall’IA, in particolare nei settori amministrativo, giuridico, della traduzione o artistico. Questa percentuale potrebbe presto raggiungere il 60% dei posti di lavoro.
Perché l’IA svolga un ruolo positivo al servizio dell’intera popolazione mondiale e perché i suoi impatti negativi sull’umanità siano ridotti al minimo, è indispensabile una regolamentazione globale di questa nuova tecnologia. L’istituzione più adatta a farlo è l’organizzazione internazionale più universale, che riunisce 193 Stati membri su un piano di uguaglianza: le Nazioni Unite. Come realizzarlo?
Una sfida centrale per l’ONU
L’ambizione dichiarata dal Segretario generale dell’ONU António Guterres è quella di costruire un quadro multilaterale capace di regolamentare l’IA pur consentendone lo sviluppo al servizio del progresso umano. Questa ambizione si inserisce in una visione progressista della governance mondiale: un sistema internazionale capace di produrre norme globali per governare questa nuova tecnologia.
Una concentrazione ineguale del potere tecnologico
L’emergere dell’IA come questione internazionale deriva da una profonda trasformazione del panorama tecnologico e geopolitico. I sistemi di intelligenza artificiale sono oggi sviluppati principalmente da poche grandi potenze tecnologiche e aziende private, in particolare negli Stati Uniti e in Cina. Questa concentrazione del potere tecnologico solleva la questione di uno squilibrio globale nell’accesso alle risorse digitali, definibile come “divario dell’IA”.
Inoltre, le applicazioni militari dell’IA, come i sistemi d’arma autonomi o gli strumenti di cyberattacco automatizzati, alimentano crescenti preoccupazioni riguardo a una nuova corsa agli armamenti tecnologici.
Una problematica diluzione della responsabilità nelle guerre
Come osserva il giurista Ridwane Allouche, “uno dei principali pericoli dell’IA militare risiede in una progressiva diluizione della responsabilità”. Infatti, chi è responsabile quando un drone o un robot guidato dall’IA provoca la morte? Il militare che convalida la raccomandazione? L’ingegnere che ha progettato il modello? L’azienda che lo ha addestrato? Lo Stato che lo ha impiegato?
Il diritto della guerra, definito in particolare dalle Convenzioni di Ginevra (1949), dovrà quindi essere riscritto e aggiornato alla luce della nuova realtà dell’IA militare.
In questo contesto, l’assenza di un quadro giuridico internazionale specifico per l’IA rappresenta un problema importante. Le regolamentazioni esistenti sono principalmente nazionali o regionali, come il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale (“AI Act”, adottato nel 2024), mentre altre potenze privilegiano approcci più flessibili. Questa frammentazione normativa rischia di produrre un sistema internazionale incoerente, con regole diverse da una regione all’altra.
L’ONU appare quindi come lo spazio istituzionale più legittimo per cercare di costruire un quadro regolatorio universale.
Il Segretario generale dell’ONU ha sottolineato la necessità di una governance globale dell’IA paragonabile a quella delle altre tecnologie ad alto rischio, come l’energia nucleare o le armi biologiche. Si tratta di colmare giuridicamente un “vuoto pericoloso”, considerando che “il potere dell’IA è troppo grande per essere lasciato a una ristretta élite”.
