Jacques de Larosière

Il minimo che si possa dire è che la situazione politica ed etnica dell’Ucraina è complessa.

Ciò che è certo è che nell’ovest del Paese prevalgono nettamente gli abitanti la cui lingua madre è l’ucraino; fu questa popolazione ad animare le manifestazioni di Maidan, nella piazza di Kiev, contro la corruzione e contro la Russia, dove i movimenti di estrema destra – e, in misura marginale, i gruppi neonazisti – finirono per imporsi nel rovesciare il presidente Janukovyč, democraticamente eletto, il quale era sì favorevole a una collaborazione con Mosca, ma non ne era affatto un vassallo.

Anche la situazione della Crimea è abbastanza chiara, nella misura in cui la popolazione russofona vi rappresenta circa il 70% del totale. Va ricordato che nel 1944 Stalin e Berija espulsero dalla Crimea i Tatari, presenti nella penisola da secoli, costringendoli con la forza a trasferirsi in Uzbekistan.

Per quanto riguarda il Donbass, la situazione è più complessa. All’epoca della creazione dell’URSS, l’Ucraina dovette cederlo alla Russia. Vi furono allora migrazioni di russi e continui movimenti di popolazione in entrambe le direzioni. Oggi il Donbass è composto per il 44% da russi e per il 46% da ucraini. Nelle città i russofoni rappresentano il 48% della popolazione; a Luhans’k essi raggiungono l'87%.

I dati etnici sono dunque comparabili e non possono fornire la chiave della soluzione del problema del Donbass.

Nel complesso, l’Ucraina è dunque un vero mosaico etnico. Gli abitanti che parlano esclusivamente l’ucraino rappresentano il 57% della popolazione totale: vivono soprattutto nella parte occidentale del Paese. Gli ucraini russofoni costituiscono il 29% della popolazione, mentre i russi di origine rappresentano il 17%.

I russofoni del Donbass hanno partecipato al gioco ucraino dopo il referendum post-sovietico del 1990, e sono stati i voti di questa regione a permettere l’elezione di uomini come Ianukovyč, che hanno governato collaborando con Mosca (si può dire quasi lo stesso del presidente Juščenko che, pur essendo profondamente e appassionatamente “ucraino”, ha avuto l’intelligenza di coltivare rapporti di collaborazione e fiducia con il grande vicino).

Infine, il Donbass rappresenta solo il 12% del PIL ucraino. Questa regione, un tempo prospera, fu la patria dello stachanovismo e il centro dell’alta tecnologia industriale sovietica – in particolare nei settori spaziale e degli armamenti – ma, essendo basata sul carbone, è entrata in una crisi profonda da vent’anni (in una depressione economica massiccia con perdite di reddito annue dell’ordine dell’80%) ed è quindi diventata dipendente dagli aiuti finanziari dell’Ucraina. Ora, l’Ucraina non ha né i mezzi né la volontà di aiutare questa regione orientale, e ancor meno di procedere alla sua ristrutturazione. Lo ha fatto capire ai rappresentanti del Donbass. Di conseguenza, questa regione, che aveva optato per l’Ucraina nel referendum successivo al crollo del comunismo, si è allontanata da Kiev e ha finito, nel 2014, per dichiarare guerra al governo ucraino, cioè otto anni prima dell’invasione dell’Ucraina da parte di Putin nel 2022. Il Donbass ha capito di non poter aspettarsi nulla da un paese lontano, esausto e corrotto, mentre ha bisogno di ritrovare un vero “hinterland” che non può essere – per ragioni geografiche – che la Russia.

Nessun accordo potrà riportare la pace in questa zona se non si affronta il problema della rivitalizzazione di una regione in stato di agonia umanitaria. Sarà necessario che le istituzioni multilaterali (Banca mondiale, BERD, BEI…) partecipino attivamente a questa indispensabile ristrutturazione e pongano fine al blocco dei crediti internazionali alla Russia…

In sintesi, la zona è molto eterogenea dal punto di vista etnico. Solo la parte occidentale dell’Ucraina presenta un’unità che potrebbe “esistere” senza la Russia. Ma se si vuole integrare nell’Ucraina la parte centrale del paese, detenuta dalla Russia per 250 anni a partire da Pietro il Grande sotto il nome di “Piccola Russia”, e dalla quale non si può chiedere alla Russia di disinteressarsi, anche solo per ragioni di sicurezza e di prossimità, è indispensabile che ucraini e russi diano prova di collaborazione: l’opposto dello “spirito di Maidan”, fatto di odio e violenza, che non permetterà mai una convivenza. Il presidente Zelensky è la figura emblematica di questo stato d’animo anti-russo. Ora, bisogna tornare alla saggezza di Kravčuk, primo grande presidente dell’Ucraina dopo il crollo sovietico, che insisteva sempre sulla necessità di intendersi con il “grande vicino”.

Un modo per gestire le tensioni in un insieme così eterogeneo potrebbe essere quello di fare dell’Ucraina una federazione, con un grado di autonomia sufficiente per le entità federate, piuttosto che uno Stato centralizzato.

Questo era il senso degli Accordi di Minsk, iniziativa saggia firmata nel 2021 da Putin e da tutte le parti interessate, ma non applicata sul terreno e poi denunciata dalle autorità ucraine alla vigilia del conflitto.