Roberto Bertoni 

Ciò che sfugge a Donald Trump è che con uno come Leone XIV alzare i decibel, fino a lasciarsi andare a dichiarazioni da TSO, serve a poco. Questo mite agostiniano, infatti, a differenza di Francesco, non è un tipo da trincea o da prima linea, non compie gesti eclatanti, non possiede, forse, la stessa profezia del predecessore e non rilascia, almeno per ora, interviste a “Che tempo che fa”; fatto sta che le poche volte che parla, lo fa in modo netto e circostanziato, raccogliendo consensi unanimi in ogni angolo del mondo. E così, se Francesco è stato un papa che abbiamo amato quasi alla follia, se non altro per il suo coraggio, la sua determinazione e il suo essere portatore del messaggio universale del Vangelo, Leone ne è la versione moderata ma non per questo meno efficace.

Le differenze fra i due sono notevoli: l’uno era un gesuita, l’altro è un agostiniano; l’uno si presentò senza i paramenti sacri, a cominciare dalla mozzetta, l’altro, dopo l’elezione al soglio pontificio, non ha avuto remore a indossarli; l’uno abitava nella sobria residenza di Santa Marta, l’altro ha rimesso in funzione l’appartamento pontificio; e anche a livello espressivo e dottrinario fra i due ci sono alcune discrepanze visibili a occhio nudo. Ciò premesso, li accomuna il medesimo pacifismo, lo stesso senso di giustizia, la stessa attenzione agli ultimi, lo stesso ripudio della violenza e della ferocia e, diciamocelo chiaramente, la stessa avversione nei confronti di un soggetto come Trump, la cui irruzione sulla scena globale sta generando un processo di destabilizzazione senza precedenti. 

L’ultima accusa del magnate newyorkese, sferrata per giunta alla vigilia del viaggio in Italia del segretario di Stato Rubio, ossia la presunta accondiscendenza di Leone XIV nei confronti dell’atomica iraniana, la dice lunga sulla totale assenza di diplomazia del soggetto in questione e sulla sua mancata comprensione dei rapporti internazionali. Al nostro, difatti, sfugge non solo il prestigio del Pontefice ma anche l’abilità della Santa Sede nel dirimere le questioni mondiali: basti pensare al ruolo del segretario di Stato vaticano Pietro Parolin e alla netta ostilità dell’episcopato americano nei confronti di un Presidente che viene percepito sempre di più come un elemento di disturbo. Quanto all’Iran, nessuno pensa che si debba essere indulgenti nei confronti di un regime che continua a impiccare centinaia di persone, tra cui molti giovani e giovanissimi, colpevoli unicamente di essersi ribellati, e di continuare a ribellarsi, a una teocrazia ormai sull’orlo del collasso, con il suo portato di oscurantismo, disumanità e ferocia. Allo stesso modo, nessuno, tanto meno papa Leone, oserebbe mai appoggiare gli ayatollah né sostenere che il mondo sarebbe migliore se avessero l’atomica. Il punto è che le minacce di Trump circa una potenziale distruzione di Israele, dell’Europa e di non si sa quale altro stato o continente denotano la sua ossessione bellicista, la sua confusione mentale, il suo desiderio di arricchirsi con il petrolio iraniano, il suo affarismo spinto all’estremo e la sua propensione a dire bugie, divenuta ahinoi proverbiale ma in grado di mettere, comunque, a soqquadro le borse globali e di far schizzare il costo del petrolio a livelli incontrollabili. 

Leone, ribadiamo, è un uomo mite, apparentemente silenzioso ma fermissimo. La sua condanna della globalizzazione liberista è netta, e la stretta conoscenza della realtà americana gli consente di analizzarne le storture con la medesima competenza di Francesco, se non con uno sguardo addirittura più critico, riprendendo le denunce di Bergoglio in merito a un modello economico che scarta, esclude e spesso uccide i più deboli, che lascia indietro chi è nato in condizioni di indigenza e che distrugge il patrimonio della Terra fino a mettere a repentaglio la sopravvivenza stessa del pianeta. Anche il concetto della sinodalità di Prevost ricalca il “Todos, todos, todos!” di Francesco: la Chiesa aperta a tutti, il Dio d’Avvento, il cammino accanto agli esclusi, la vicinanza agli oppressi, la mano tesa verso chi ha sbagliato, il perdono e il ripudio di ogni forma di conflitto. 

Se qualcuno alla Casa Bianca auspicava una sorta di anti-Cristo, un predicatore MAGA pronto a benedire i cannoni, un pontefice accondiscendente nei confronti di una serie di personaggi blasfemi per loro stessa natura o un appartenente a quella galassia evangelica che fa furore soprattutto negli stati del Sud, ma che è quanto di più lontano dal messaggio cristiano e cattolico si possa immaginare, ci spiace per loro, ma hanno avuto l’opposto. Papa Leone non parteggia per questo o quel governo: si fa interprete della parola di Dio e la porta avanti con rara determinazione e incredibile coraggio. Un anno dopo possiamo, insomma, dire di essere stati conquistati da lui. Certo, ci manca lo stile bergogliano, il suo essere alla mano, il suo porsi con estrema umiltà, la sua incredibile gentilezza e tutto ciò che abbiamo adorato nei dodici anni del suo pontificato, ma non ci sentiamo orfani. E non ha senso nemmeno tracciare paragoni: il bilancio storico di Prevost lo trarremo alla fine. Per il resto, ognuno è se stesso e merita rispetto in quanto essere umano. La continuità fra i due ci sembra sufficiente per essere soddisfatti, la lontananza da Trump ci rincuora e ci rassicura e l’attenzione al dolore del mondo non ci stupisce ma non potevamo darla per scontata, mentre invece è sotto i nostri occhi in ogni momento: dodici mesi di Leone XIV ci hanno trasmesso la stessa sensazione di autenticità che provavamo ascoltando Francesco, e l’idea di una “pace disarmata e disarmante” costituisce, al momento, il cardine del suo pensiero. 

Del resto, ci permettiamo di sospettare che un gesuita come Bergoglio, ben cosciente di non avere ancora molto da vivere, abbia preparato la successione con cura, creando determinati cardinali e non altri e aprendo la Chiesa al mondo, al fine di renderla davvero portatrice di un messaggio universale. Leone XIV,  insomma, cammina lungo il sentiero tracciato da Francesco, interpretando i singoli passaggi in base alla sua personalità. “Todos,todos, todos!”: un’esortazione più attuale che mai, mentre la democrazia vive una delle stagioni più buie ed è messa in discussione anche dove mai avremmo immaginato che lo sarebbe stata e mentre ci aggrappiamo a valori spirituali in grado di restituirci un senso di pienezza interiore, dato che la carnalità della politica sembra essere svanita pressoché ovunque. 

Un anno, e la nostra preghiera di laici va a quell’uomo venuto “dalla fine del mondo” e oggi sepolto nella nuda terra a Santa Maria Maggiore perché se abbiamo un successore che ci ricorda la sua bellezza interiore è anche, se non soprattutto, merito suo.