Francesco Segoni
A Port‑au‑Prince le raffiche di kalashnikov fanno parte del paesaggio sonoro quotidiano. Ma la violenza non si combatte più solo con armi leggere. Lanciarazzi, mitragliatrici pesanti e fucili d’assalto di provenienza militare circolano ormai stabilmente tra i gruppi armati, segnando una militarizzazione avanzata dello scontro urbano. Quartieri interi sono sotto il controllo di coalizioni di gang; i principali assi viari vengono aperti o chiusi in base agli equilibri criminali; la capitale vive in uno stato di asfissia permanente.
A due anni dal dispiegamento della missione multinazionale di supporto alla sicurezza guidata dal Kenya – autorizzata dalle Nazioni Unite e sostenuta logisticamente dagli Stati Uniti – l’obiettivo iniziale di stabilizzazione appare fuori portata. Avendo rinunciato a invertire la traiettoria della crisi, l’intervento internazionale sta progressivamente ridefinendo le proprie ambizioni: il progetto di ricostruzione dell’ordine si è trasformato in strumento di gestione degli effetti più destabilizzanti del collasso haitiano.L’idea è contenere la violenza quanto basta per evitarne le conseguenze regionali(soprattutto migratorie).
La forza kenyana opera del resto in un panorama urbano frammentario e sfilacciato che è il riflesso tangibile della realtà politica. La città è in larga parte sottratta al controllo statale. Il potere territoriale delle gang resta vastissimo e la violenza colpisce regolarmente infrastrutture strategiche. L’aeroporto internazionale Toussaint‑Louverture è stato costretto a chiudere per lunghi periodi a causa dei combattimenti ravvicinati, isolando fisicamente il paese. La riapertura dei voli commerciali, tuttora fragile e intermittente, rappresenta uno dei pochissimi risultati concreti dell’intervento internazionale: un guadagno essenzialmente logistico, più che politico, che evita l’isolamento totale ma non modifica gli equilibri di forza sul terreno.
Il vuoto di autorità spinge le comunità locali a organizzarsi più o meno spontaneamente per la propria autodifesa. Gruppi di vigilantes riuniti sotto il nome Bwa Kalé, nati come reazione popolare all’inerzia delle forze dell’ordine, fanno giustizia sommaria. I loro metodi non sono differenti da quelli delle gang: linciaggi ed esecuzioni pubbliche. Bwa Kalé non costituisce un argine alla violenza delle gang, ma ne riflette e amplifica la logica: la normalizzazione dell’arbitrio in un contesto in cui lo Stato non esercita più né il monopolio della forza né quello della giustizia.
Questo quadro non è il frutto di un collasso improvviso, ma l’esito di una lunga decomposizione istituzionale culminata nell’assassinio del presidente Jovenel Moïse nel luglio 2021. La sua morte non ha creato soltanto un vuoto di potere:ha fatto saltare l’ultimo equilibrio, per quanto instabile, tra élite economiche, apparati di sicurezza e reti criminali. Da quel momento Haiti è entrata in una dinamica di failed state. Le gang non si sono limitate a occupare spazi lasciati liberi dallo Stato, ma hanno costruito veri e propri meccanismi di governance parallela, imponendo tassazioni informali, controllando traffici e accessi ai beni essenziali. Coalizioni come il gruppo armato G9, guidato dall’ex poliziotto Jimmy Chérizier, noto come “Barbecue”, hanno trasformato il controllo armato del territorio in potere politico di fatto.
La relazione tra gang e potere politico ad Haiti non è peraltro un’anomalia recente. Per decenni, gruppi armati hanno funzionato come milizie informali al servizio della competizione politica, utilizzate per intimidire avversari, presidiare il territorio urbano, distribuire vantaggi e controllare flussi economici e sociali che lo Stato non era in grado — o non voleva — governare direttamente. Le gang sono state a lungo strumenti: alimentate, tollerate, protette in cambio di fedeltà e utilità politica.
Con il tempo, la relazione strumentale si è rovesciata. Le gang hanno accumulato risorse, armi, capacità organizzative e consenso locale; si sono federate in coalizioni capaci di condurre attacchi coordinati. Da milizie pilotate sono diventate decisori autonomi, fino a prendere in ostaggio quegli stessi poteri che le avevano sostenute. Oggi non si limitano a rispondere ai centri di potere: li condizionano. Questa dinamica spiega perché la violenza non sia solo criminale, ma profondamente politica. La minaccia di paralizzare il paese diventa un linguaggio di negoziazione.
La polizia è numericamente inferiore, peggio armata e strutturalmente surclassata rispetto alle gang. È a sua volta attraversata da infiltrazioni clientelari e criminali che ne compromettono la catena di comando. In molti quartieri è assente; in altri, tollerata o subordinata agli equilibri imposti dagli attori armati. Il monopolio della forza, fondamento dello Stato moderno, risulta di fatto dissolto.
Il collasso securitario si accompagna a una paralisi istituzionale pressoché totale. Le elezioni non hanno più potuto essere organizzate e oggi Haiti non dispone né di un presidente né di un parlamento in carica. L’esecutivo è concentrato nelle mani del primo ministro Alix Didier Fils‑Aimé, alla guida di un governo di transizione privo di legittimità elettorale. In assenza di rappresentanza e mediazione politica, la violenza armata è diventata l’unico linguaggio regolativo rimasto.
Non è la prima volta che la comunità internazionale tenta di “aggiustare” Haiti attraverso un intervento esterno. Il precedente più noto e controverso resta la MINUSTAH, la missione ONU dispiegata tra il 2004 e il 2017 dopo la caduta del presidente Jean‑Bertrand Aristide. Per oltre un decennio, i caschi blu hanno contenuto la violenza urbana e sostenuto le istituzioni centrali. Ma il costo politico e umano della missione è stato elevatissimo: violazioni sistematiche dei diritti umani, sfruttamento sessuale della popolazione locale e, soprattutto, la devastante epidemia di colera introdotta nel 2010 dai caschi blu nepalesi, che ha causato migliaia di morti e che per anni le Nazioni Unite hanno faticato a riconoscere apertamente.
Quel trauma ha lasciato un segno profondo nella memoria collettiva haitiana. La scelta“minimalista” del 2024 con le truppe kenyane sembra condizionata dalla paura d’infiammare ulteriormente il contesto, imponendo alla popolazione una riedizione di quell’esperienza dolorosa.
Appoggiando la missione internazionale guidata dal Kenya, gli Stati Uniti hanno evitato d’immischiarsi in un’occupazione diretta nei Caraibi, delegando il ruolo operativo a un partner africano. Se l’unico risultato tangibile della missione è la messa insicurezza dei nodi logistici prioritari, ciò permette comunque all’amministrazione Trump di considerare riunite le condizioni per invertire la rotta sul piano migratorio. La decisione di revocare le protezioni temporanee garantite agli haitiani dal governo Biden segnala un cambio di paradigma: Washington non intende più assorbire indefinitamente le conseguenze del collasso. Missione di sicurezza e politica migratoria appaiono così come elementi complementari di una stessa strategia di contenimento esterno.
Gli scenari possibili per Haiti oscillano attorno a tre traiettorie principali. La prima è una stabilizzazione securitaria parziale sotto tutela internazionale, con elezioni rinviate ma non abbandonate. È lo scenario auspicato formalmente dai partner occidentali, ma rischia di tradursi in una gestione prolungata del collasso. La seconda è una cristallizzazione del caos, una forma di “somalizzazione” urbana: autorità centrali nominali, nodi strategici protetti, e vaste aree governate da attori armati locali. In parte, questo scenario è già realtà. La terza possibilità, più difficile da digerire, è una ricomposizione politica negoziata che includa i gruppi armati, trasformando le gang in attori semi‑istituzionali di un nuovo ordine fondato sul fatto compiuto.
L’Haiti attuale è il prodotto storico di relazioni ambigue tra potere politico e violenza armata, di interventi internazionali intermittenti e di istituzioni mai davvero consolidate. La comunità internazionale può forse contenere temporaneamente il collasso. Ma non può sciogliere, al posto degli haitiani, il nodo centrale che lega politica e coercizione. Ed è da quel nodo irrisolto che dipenderà, in ultima analisi, il futuro del paese.
