Giorgio Malfatti di Montetretto

A seguito della dissoluzione dell’Unione Sovietica, il cuore dell’Asia Centrale ha conosciuto una profonda trasformazione geopolitica con la nascita di cinque nuove repubbliche nel 1991, mentre nella vicina area del Caucaso ne emergevano tre. Tale processo ha posto fine a oltre due secoli di dominazione russa e sovietica sulla regione. Sebbene l’indipendenza sia stata proclamata contestualmente, le singole dichiarazioni formali sono avvenute in momenti differenti per mere ragioni di carattere organizzativo. Il Kirghizistan il 31 agosto, l’Uzbekistan il 1° settembre, il Tagikistan il 9settembre, il Turkmenistan il 27 ottobre e, infine, il Kazakhstan il 27 dicembre. 

L’indipendenza, ottenuta senza conflitti armati, ha colto di sorpresa società che non avevano mai sperimentato una reale sovranità nazionale. A differenza delle repubbliche baltiche o di quelle caucasiche, nessuno dei paesi centroasiatici era stato indipendente. Dalla Rivoluzione d’Ottobre in poi, si era imposto nel Turkestan un ceto di leader solo parzialmente autoctono, il cui potere derivava in primo luogo dalla legittimazione del PCUS e in seconda istanza, dal controllo di reti clientelari locali. Erano personaggi formatisi all’interno dell’apparato sovietico che furono in seguito, durante la perestroika di Gorbaciov, sostituiti in maggioranza da dirigenti di origine locale al fine di attenuare le resistenze generate dall’imposizione di dirigenti unicamente di etnia russa, ma sempre e ovviamente subalterni alle esigenze del Cremlino. Una subordinazione testimoniata, tra l’altro, dall’accettazione nei propri territori della devastante monocoltura del cotone funzionale all’industria tessile dell’URSS, nonché dall’installazione di siti destinati a test nucleari. Con la costituzione della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), le neonate repubbliche si ritrovarono pertanto governate da esponenti della vecchia élite comunista, che tramite un formale processo elettorale veniva confermati alla guida dei paesi.  La democratizzazione in questi Stati è stata un processo complesso e non uniforme: ognuno di questi ha seguito percorsi distinti e lungi dall’esser terminati.

La regione, per diversità etnica e culturale, ha sempre rappresentato un territorio lontano sia dalla tradizione politica russa sia da quella occidentale. La russificazione dell’epoca sovietica mirava a recidere le radici identitarie locali attraverso l’imposizione della lingua russa, la deportazionedi interi gruppi etnici (tedeschi del Volga, ceceni, ingusci, bielorussi, siberiani) e la repressione della maggioritaria religione musulmana. In tale contesto, non poteva certo nascere una cultura politica pluralista, né un partito che non fosse autoritario come quello comunista. Al momento dell’indipendenza, le repubbliche adottarono sistemi di governo fortemente presidenziali, la composizione dei parlamenti veniva costituita da partiti in cui più che l’ideologia contava la persona a cui facevano capo. Parallelamente, le insegne comuniste furono immediatamente sostituite da simboli che richiamavano la tradizione storica e culturale, l’insegnamento delle lingue locali fu promosso a discapito del russo, talvolta accompagnato dal passaggio dall’alfabeto cirillico a quello latino. La libertà di culto fu formalmente ristabilita, consentendo la costruzione di moschee e l’islam acquisì una maggiore presenza nella sfera pubblica, mentre i presidenti assunsero il ruolo simbolico di padri fondatori della nuova nazione.

Le tendenze autoritarie, anche attualmente denunciate dalle organizzazioni per la difesa dei diritti umani, non implicano necessariamente un pericolo di instaurazione di regimi dittatoriali nel senso classico del termine. Piuttosto, esse devono essere interpretate come deviazioni rispetto al concetto occidentale di democrazia, riconducibili a quelle che alcuni analisti internazionali definiscono “vie locali di sviluppo democratico”. Tuttavia, nell’attuale scenario internazionale, l’Asia Centrale,per storia e posizione geografica, resta esposta al rischio di essere ostaggio di autoritarismi e forti pressioni geopolitiche.

Collocate ad est del Mar Caspio, i loro territori sono costituiti principalmente da steppe, deserti e montagne, bagnati dai fiumi Amu Darya e Syr Darya, nonché dai ghiacciai Tian-Shan e Pamir. Oltre al comune passato sovietico hanno anche altre caratteristiche strutturali in comune. Sono prive di uno sbocco al mare aperto, poco densamente popolate, ricche di materie prime (chi più, chi meno) e possiedono élite politiche personalistiche, impegnate a interagire con le potenze globali al fine di poter garantire la stabilità e con questa la propria permanenza al potere.  (1 - continua)