Giorgio Malfatti di Montetretto

Nonostante la definizione arbitraria dei confini territoriali tracciati a tavolino in epoca sovietica, non vi sono state rivendicazioni in grado di compromettere l’equilibrio regionale, a parte la persistente disputa relativa alla valle di Fergana. Quest’area è politicamente suddivisa politicamente tra Uzbekistan orientale, Kirghizistan occidentale eTagikistan settentrionale e rappresenta un nodo di primaria importanza per i tre paesi coinvolti. Estesa quanto la pianura Padana, la valle di Fergana è riccadi risorse agricole e idriche ed è storicamente collocata lungo le principali rotte terrestri che collegano la Cina con il Caucaso, l’altopiano iranico e le steppe euroasiatiche. Essa costituiva, non a caso, un settore fondamentale dell’antica Via della Seta e un centro strategico per tutti gli imperi che sisono succeduti nella regione.

All’inizio del 2022, dopo trent’anni di circoscritti scontri di frontiera, è scoppiato un conflitto armato tra Kirghizistan e Tagikistan, nella parte del territorio conteso dalle due nazioni in prossimitàdi una infrastruttura di distribuzione delle risorse idriche. Si è trattato del primo conflitto interstatale nell’area dalla dissoluzione dell’URSS. Alla base della disputa vi è il controllo dell’acqua, risorsa idrica divenute sempre più scarse e strategica (il Tagikistan ne possiede importanti risorse), la cui disponibilità potrebbe essere compromessa dallo scioglimento dei ghiacciai.

Il conflitto ha coinvolto due paesi che, paradossalmente, erano e sono entrambi membri della stessa alleanza militare (il Trattato di Sicurezza Collettiva – CSTO) e della medesima organizzazione internazionale (l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai – SCO). Grazie a una mediazione dell’Uzbekistan e della SCO, approvata in seconda battuta anche da una Federazione Russa distratta dalla guerra in Ucraina, il conflitto si è attenuato rientrando nella situazione precedente allo scontro. Nel febbraio 2025 i Presidenti del Kirghizistan e del Tagikistan hanno poi firmato un trattato per delimitare i mille chilometri di confine tra i due paesi, ma forse una piena pace idrica nella regione è ancora lontana. Comunque, malgrado tensioni e rivendicazioni latenti tra le parti, le operazioni su ampia scala sono cessate e rientrate nei confini dei rispettivi paesi. 

La Comunità internazionale è rimasta poco coinvolta nella questione, essendo impegnata in altre vicende di conflitti, ma recentemente molte autorità di intelligence stanno monitorando il pericolo di infiltrazione del terrorismo islamico nel piccolo territorio. In special modo nei territori gestiti da Tagikistan e Kirghizistan, anche se non si può sottostimare la minaccia alla sicurezza presente nel territorio uzbeko, dove ha operato in passato in maniera consistente il Movimento Islamico dell’Uzbekistan. Non va dimenticato che uno dei più feroci leader jihadisti ceceni aveva combattuto prima nella guerra civile tagika e poi nella valle di Fergana. Sia il Governo di Dušanbe che quello di Biškek hanno confermato come negli ultimi anni si siano registrati un numero superiore di episodi legati al terrorismo e alla radicalizzazione e come la minaccia jihadista stia divenendo sempre più tangibile in Asia Centrale. Ciò è soprattutto dovuto alla comparsa dell’ISIS-K o Stato Islamico del Khorasan, la branca afghana dell’ISIS apparsa per la prima volta nel 2014 nell’est dell’Afghanistan e subito contraddistintasi per la ferocia delle sue azioni, tra cui l’attentato nell’aprile del 2024 alla Crocus City Hall di Mosca. L’ISIS - K attinge militanti, stimati in almeno duemila combattenti, con un raggio d’azione che va dall’Afghanistan a Mosca, passando per l’Iran e per il Caucaso. Kazakistan e Uzbekistan, i due paesi più importanti e solidi della regione, possono essere un obiettivo della Jihad terroristica e in quest’ambito non sono al riparo da eventuali ingerenze di Mosca, che potrebbe addurre il controterrorismo come pretesto per intromissioni all’interno delle loro frontiere. Da notare che nella rivendicazione dell’ISIS-K, l’attentato di Crocus City Hall era una sanguinaria risposta ad una operazione russa che aveva sgominato una loro cellula kazaka.

Infine, nella complessa rete di rivalità sulla gestione delle risorse idriche potrebbe avere un impatto la costruzione in Tagikistan della diga di Rogun, che con i suoi oltre i tremila metri sarà la più alta al mondo. Un grandioso e irrealizzato progetto sovietico, per garantire l’indipendenza energetica del paese, ripreso oggi con finanziamenti della Banca Mondiale, della Banca Islamica, della Banca Asiatica nonché da obbligazioni interne. La diga è costruita sul fiume Vakhsh, affluente dell’Amu Darya da cui dipendono per l’irrigazione Turkmenistan e Uzbekistan. In particolare, l’agricoltura uzbeka è quasi interamente subordinata dalle acque dell’Amu Darya. Tashkent ha sempre osteggiato il progetto, minacciando addirittura un intervento militare se si fosse realizzato. La rilevanza dell’Amu Darya perl’Uzbekistan è paragonabile a quella del Nilo per l’Egitto. (2-continua)