Giorgio Malfatti di Montetretto

La guerra in Ucraina ha evidenziato le debolezze degli “stan” ex sovietici dell’Asia Centrale, che, sebbene già conosciute, sono state accentuate dall’attuale scenario internazionale. La criticità principale e forse la più importante è la mancanza di accesso al mare aperto. Tutti i paesi rientrano nella categoria dei “Land Locked Developing Countries”, ovvero privi di accesso diretto al mare e quindi penalizzati nei flussi commerciali internazionali. Gli economisti sostengono che i paesi in questa situazione perdono il 20% del loro potenziale di sviluppo. Tale condizione risulta poi ulteriormente penalizzante per economie ricche di giacimenti di risorse energetiche, come Kazakistan, Uzbekistan e Turkmenistan, poiché per esportare petrolio e gas sono costrette a ricorrere a infrastrutture ereditate dall’epoca sovietica e tutt’ora controllate dalle società energetiche russe. Queste linee di trasporto attraversano Russia e Caucaso settentrionale per giungere al terminale di Novorossisk sul Mar Nero.La ricerca di alternative ha favorito lo sviluppo di collegamenti verso la Cina, sebbene ciò comporti il rischio di una nuova dipendenza da un’altra superpotenza. Un’ulteriore criticità riguarda la marcata dipendenza delle economie dei paesi centroasiatici dalle esportazioni di materie prime e dalle importazioni di beni strumentali e di consumo. Oltre la metà delle esportazioni regionali è costituita da petrolio, gas e minerali, mentre l’importazione di beni manufatturieri e macchinari resta elevata, conseguentemente l’apparato produttivo manufatturiero resta poco sviluppato. Questa struttura economica accentua la vulnerabilità agli shock esterni e alle oscillazioni dei prezzi internazionali.

A tali fragilità si sommano inefficienze strutturali ereditate dall’epoca sovietica, in particolare nei sistemi di approvvigionamento idrico ed energetico. Le reti di distribuzione risultano obsolete e caratterizzate da una copertura territoriale disomogenea. Il sistema di irrigazione, in larga parte risalente al periodo sovietico, comporta perdite che raggiungono quasi il 50% delle risorse idriche prima ancora dell’utilizzo agricolo, a causa di dispersione ed evaporazione. Di conseguenza la produttività dell’acqua (vale adire l’efficienza del suo utilizzo) in Asia Centrale è tra le più basse al mondo. Nonostante le raccomandazioni della Banca Mondiale, gli investimenti necessari per migliorare l’efficienza dell’irrigazione sono rimasti, nella maggior parte dei casi, insufficienti. Il quadro è ulteriormente aggravato da fenomeni di corruzione e da una gestione frammentaria delle risorse idriche transfrontaliere, con interessi spesso divergenti tra i paesi coinvolti. Tagikistan e Kirghizistan, dove nascono i due principali fiumi della regione, hanno un accesso privilegiato all’acqua, mentre Kazakistan e Uzbekistan dipendono dai loro vicini.

Queste carenze che hanno contribuito a un forte aumento dei prezzi al consumo, soprattutto nei settori alimentare ed energetico (un paradosso per produttori di risorse energetiche), determinando un’impennata dell’inflazione, che in media ha raggiunto livelli tra i più alti tra tutte le regioni in via di sviluppo. Le proteste scoppiate in Kazakistan nel 2022, innescate dall’aumento dei prezzi dell’energia, ne rappresentano un esempio emblematico.

Il cambiamento climatico, infine, rappresenta un ulteriore fattore di pressione strutturale per l’Asia Centrale. L’aumento delle temperature medie con la conseguente crescente frequenza della siccità stanno accelerando lo scioglimento dei ghiacciai montani, con ricadute dirette sulla disponibilità idrica, sul degrado del suolo e sulla sostenibilità dei sistemi agricoli. Sebbene la regione disponga di significative risorse idriche, la crescente domanda di acqua da parte dell’industria e dell’agricoltura, unita alla dipendenza dei bacini fluviali transfrontalieri, aumenta la preoccupazione sulla disponibilità idrica. Dalla metà del secolo scorso, il consumo di acqua ha superato le risorse disponibili negli altipiani e le infrastrutture idriche destinate all’agricoltura sono compromesse dalle inefficienze strutturali. Il cambiamento climatico ha peggiorato la situazione, in molti luoghi la mancanza d’acqua ha cambiato radicalmente il paesaggio e la vita degli abitanti. Inoltre, sotto la pressione della crescente carenza idrica e dell’aumento demografico stanno emergendo diatribe tra i paesi centroasiatici. I fiumi SyrDarya e Amu Darya continuano a rappresentare una risorsa vitale non solo di acqua potabile, ma anche di energia, risorse ittiche e agricole. La loro portata risulta tuttavia già in parte compromessa dalle politiche di irrigazione intensive staliniane per conseguire un aumento della produzione di cotone. La conseguenza più drammatica di questi sconsiderati progetti resta il prosciugamento del Lago d’Aral. Un tempo quarto lago più esteso del pianeta, con una superficie quasi pari a quella del Belgio e dei Paesi Bassi messi insieme, oggi questa vasta distesa di acqua salata ha perso il 90% del suo volume originario, configurandosi come uno dei più gravi disastri ambientali del XX secolo. In questo contesto, il cambiamento climatico agisce come moltiplicatore di vulnerabilità preesistenti, aggravando squilibri economici esociali e aumentando la competizione per l’accesso alle risorse naturali. (3-continua)