Giorgio Malfatti di Montetretto

L’ingresso dell’Azerbaigian in Asia Centrale

In questo contesto si è recentemente inserito unsignificativo sviluppo con l’ingresso dell’Azerbaigian nel gruppo consultivo dei paesi dell’Asia Centrale, trasformando il C5 in C6. Il gruppo ha sinora operato su tematiche quali commercio, politica estera e risoluzione delle controversie. Il nuovo assetto, che coinvolge ora entrambe le sponde del Caspio, rappresenta anche una reazione alle ripercussioni della guerra in Ucraina e alle sanzioni occidentali contro la Russia, che hanno reso necessaria la ricerca di soluzioni logistiche alternative. Grazie alle affinità etnico‑religiose e al comune retaggio sovietico, l’Azerbaigian si inserisce agevolmente nel contesto centrasiatico, dove il Tagikistan rappresenta l’unica eccezione per le sue origini persiane. Il paese partecipa attivamente ai programmi europei di vicinato e partenariato orientale e riveste un ruolo essenziale nei corridoi energetici verso l’Europa. Baku mantiene inoltre rapporti privilegiati con la Turchia e adotta una posizione di equilibrio tra Russia, Stati Uniti, Unione Europea e Cina. La risoluzione del conflitto del Nagorno-Karabakh e l’accordo, sul corridoio di Zangezur - fortemente sostenuto da Donald Trump - che collegherà l’Azerbaigian alla Turchia tramite l’Armenia, hanno poi rafforzato il prestigio internazionale del paese, consolidandone il ruolo di attore chiave nella regione.

Il corridoio di Zangezur

La realizzazione di un collegamento stradale e ferroviario lungo circa 43 km costituisce una delle principali novità nel panorama infrastrutturale e geopolitico del Caucaso meridionale. Formalmente, il progetto mira a connettere l’Azerbaigian con la propria exclave del Nakhchivan; in prospettiva, tuttavia, esso creerebbe un corridoio di continuitàterrestre tra il Mar Caspio e la Turchia, con ricadute dirette sull’accesso ai mercati europei. In tale quadro, l’iniziativa è percepita come funzionale anche alla diversificazione delle rotte energetiche eurasiatiche verso l’Occidente, riducendo la centralità dei corridoi di transito controllati da Mosca e, conseguentemente, la capacità russa di esercitare pressioni sui paesi dipendenti dai suoi approvvigionamenti. Il tracciato ipotizzato sisvilupperebbe lungo la fascia di confine tra Armenia e Iran. Secondo quanto riportato, Aliyev e Pashinyan avrebbero discusso, nel corso dell’incontro alla Casa Bianca (agosto 2025), la possibilità di affidare la gestione del percorsoagli Stati Uniti mediante un contratto di locazione fino a 99 anni; da qui ladenominazione TRIPP (Trump Route for International Peace and Prosperity).Teheran considera tuttavia il corridoio una minaccia diretta alla propria sicurezza nazionale. Oltre al coinvolgimento statunitense, esso potrebbe incidere sul breve ma strategico confine terrestre tra Iran e Armenia, compromettendo una direttrice di transito rilevante per l’Iran verso la Russia e il Mar Nero. Per Mosca, la questione di Zangezur rappresenta, più in generale, un indicatore dell’erosione della sua influenza nel Caucaso meridionale. Il confine armeno‑iraniano segue il corso del fiume Araks ed è pattugliato congiuntamente da guardie di frontiera armene e russe, secondo le intese di cooperazione militare tra i due paesi, tutt’ora in vigore. Ilcorridoio, nella sua formulazione, passerebbe immediatamente a nord di tale linea. Nel tentativo di evitare che il progetto si traduca in un riconoscimento esplicito della propria marginalizzazione, la Russia ha più volte sottolineato la natura ancora interlocutoria dell’iniziativa. Il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha affermato che «in realtà non tutto è stato concordato», una valutazione che non appare pienamente aderente allo stato delle intese emerse. In definitiva, la dinamica evidenzia la crescente difficoltà del Cremlino nel dettare condizioni a Baku, ormai in posizione di forza, mentre Erevan, anche alla luce del deterioramento della fiducia nei confronti di Mosca dopo l’esito del dossier Nagorno‑Karabakh, tende a privilegiare interlocutori alternativi.

La rotta alternativa in Afghanistan

Nella dinamica si sono poi inseriti altre idee e progetti per la determinazione di nuove rotte commerciali ed energetiche, altre tratte verso l’India o il Pakistan attraversando l’Afghanistan. In questa strategia di diversificazione delle rotte commerciali ha assunto un ruolo anche l’Afghanistan, verso cui dal 2022 la percezione degli Stati centroasiatici è cambiata. Da tradizionale fattore di instabilità regionale, il paese è stato gradualmente considerato come un interlocutore funzionale nei settori dell’energia, del commercio e delle infrastrutture. I rapporti con il governo talebano si basano su un approccio pragmatico. Gli Stati ex sovietici sono stati tra i primi a stabilire contatti diplomatici con i talebani, rimasti isolati dopo la presa del potere nel 2021. Il processo di normalizzazione si è accelerato inseguito all’invasione russa dell’Ucraina. L’Uzbekistan e l’Afghanistan non hanno mai chiuso le proprie ambasciate, mentre gli altri paesi hanno avviato rapporti diplomatici tramite incaricati di affari, senza riconoscere ufficialmente il governo talebano. La questione afghana è stata recentemente affrontata nell’ambito del formato C5 a Tashkent (senza la presenza delTurkmenistan), dove si è concordata una politica comune nei confronti di Kabul, focalizzata sulla tutela degli interessi vitali regionali. Ciò ha favorito una cooperazione pragmatica, che ha portato a garantire energia e generi di prima necessità ai talebani. Non si tratta di beneficenza, bensì prevenzione contro crisi e instabilità a nord. Gli Stati centroasiatici privilegiano la cooperazione con il governo talebano, evitando questioni che possano compromettere il dialogo in atto. In Asia Centrale le tematiche relative ai diritti umani e alla governance restano marginali rispetto alle minacce provenienti dal fondamentalismo islamico, in pa0rticolare dai gruppi affiliati allo Stato Islamico di Khorasan (ISIS-K), che richiedono una collabor0azionecostante con le autorità di Kabul. Il Turkmenistan, pur in posizione defilata, ha sviluppato forti legami con i talebani, principalmente per la realizzazione del gasdotto TAPI (Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India). Il Tagikistan, invece, pur mantenendo relazioni limitate con i talebani (influenzate da tensioni storiche legate alla figura del generale Massoud, leader della resistenza afghana di origine tagika), considera utile una cooperazione mirata a mitigare il rischio di attacchi terroristici e il reclutamento dei propri cittadini nei gruppi militanti islamisti.

Le prospettive di corridoi commerciali trans-afghani sono viste come opportunità di accesso ai mercati dell’Asia meridionale e quindi di riduzione della dipendenza da Cina e Russia. Tuttavia, tali disegni rimangono condizionate dall’instabilità dei rapporti tra Kabul e Islamabad. Le tensioni legate alla Durand Line, le accuse pakistane di sostegno al Tehrik e Taliban Pakistan (TTP) e i recenti scontri armati, poi confluiti in un fragile cessate il fuoco, hanno ridotto le garanzie di sicurezza per le infrastrutture strategiche, mettendo a rischio la sostenibilità di progetti chiave come il TAPI e la ferrovia transafghana. (4 - continua)