Alessandro Giacone

Il Tadjikistan viene definito “l’altro tetto del mondo” (dopo il Nepal), perché il 90% del territorio è coperto da montagne. La cima più elevata è il Picco Ismail Samani (7495 m), ex Picco del comunismo. Contrariamente ai vicini, è un paese ricco di risorse idriche, grazie alla presenza di un migliaio di fiumi. E’ in costruzione la centrale idroelettrica di Rogun nel Pamir: con i suoi 335 sarà la più alta del mondo. Nel cantiere sono attive imprese italiane. Il progetto è fortemente avversato dall’Uzbekistan, che teme una diminuzione dei flussi d’acqua sul proprio territorio.

Il Tadjikistan si distingue dai paesi vicini perché la sua popolazione è di lingua persiana. Essa si concentra in gran parte nella capitale, Duschanbé, e nella valle della Fergana, dove si trovano le due altre grandi città, Khodjent e Pendjikent. La religione dominante è l’islam sunnita, ma esiste una minoranza ismaelita (la cui massima autorità era il principe Aga Khan). Anche il comandante Massud (1953-2001), “il leone del Panchir”, era tagika.  

Come le altre Repubbliche d’Asia centrale, il Tadjikistan diventa indipendente nel 1991, ma le tracce del settantennio sovietico non sono del tutto scomparse. Le statue di Lenin non sono state abbattute, ma spostate in luoghi più discreti. Nelle piazze centrali, sono state sostituite dalle grandi personalità nazionali, come Ismail Samani (fondatore della dinastia Samanide, al potere dall’819 al 999 dc) o il grande poeta Rudaki. In Tadjikistan, l’alfabeto cirillico è tuttora in vigore (contrariamente all’Uzbekistan, dove dal 1995 è iniziato un processo di adozione dell’alfabeto latino).

Più che dall’occupazione sovietica, il paese rimane segnato dalla ferita della guerra civile del 1992-1997. Dopo l’indipendenza, emersero movimenti estremisti con l’obiettivo di costituire una Repubblica islamica sul modello iraniano. La guerra civile provocò la morte di 100.000 persone e la fuga all’estero di moltissimi tadjiki. Circa un milione vivono in Russia: le rimesse degli emigrati contribuiscono circa alla metà del reddito nazionale. Di recente, la Russia ha riaperto una base militare nel sud del paese.

Da questa storia, consegue un rapporto complesso con la religione. Dopo l’ateismo di stato del periodo sovietico, l’islam è tornato ad essere praticato dagli anziani, che accorrono in massa alla preghiera del venerdì. Tuttavia, l’accesso alle moschee è vietato a giovani e adolescenti per evitare l’islamizzazione del paese. Le ragazze non portano il velo. Praticamente dovunque si vedono nugoli di bambini che vanno a scuola in camicia e cravatta: la formazione scolastica mette l’accento sulle lingue e le materie scientifiche.

Dal punto di vista economico, il Tadjikistan è molto più arretrato del vicino Uzbekistan. Il salario minimo è inferiore ai 100 euro mensili. Quello medio è pari a circa 250 euro, con forti divergenze tra le metropoli e le zone rurali. La crescita, tuttavia, supera l’8% e nelle grandi città si nota una frenesia di costruzioni immobiliari, di qualità estetica non proprio eccelsa (un’altra eredità del periodo sovietico?). Il Tadjikistan si sta aprendo ai grandi flussi commerciali ed ha rapporti economici con 180 paesi. La presenza della Cina si è molto rafforzata: gli investimenti  cinesi sono visibili soprattutto nelle infrastrutture: nelle zone di montagna, le strade russe di alta quota sono state sostituite da autostrade cinesi costruite a più bassa altitudine grazie ad innumerevoli tunnel. Il paese è quindi diventato un anello importante della “nuova via della seta”, al prezzo di una forte dipendenza nei confronti del potente vicino cinese.

Dal punto di vista politico, il Tadjikistan è un’autocrazia. Il presidente Emomali Rahmon, che ha il titolo di “padre della nazione” è al potere dal 1992 ed è stato costantemente rieletto dal 1994. Gli viene riconosciuto il merito di aver messo fine alla guerra civile. I suoi ritratti sono onnipresenti (e opprimenti) in ogni angolo il paese. Il figlio Rustam è sindaco di Dushanbé e non bisogna essere un indovino per sapere che sarà il suo successore.

Ci troviamo insomma di fronte a una forma di presidenzialismo autoritario sostanzialmente simile a quello esercitato da Islam Karimov, al potere in Uzbekistan dal 1991 al 2016. Dopo la morte di Karimov, l’Uzbekistan ha conosciuto una certa democratizzazione. Resta da vedere quel che succederà alla fine del “regno” ultradecennale di Rahmon. Fino a quel momento, il Tadjikistan sarà un paese politicamente bloccato.