Giorgio Malfatti di Montetretto

Il Caspio rappresenta l’unico grande bacino marittimo dell’Asia Centrale. Uno specchio di acqua salata, privo di uno sbocco al mare aperto, in cui gli interessi dei paesi costieri hanno influenzato le trattative sul suo regime giuridico.

La questione del Mar Caspio ha acquisito rilevanza a seguito della dissoluzione dell’URSS. Evento che ha moltiplicato i paesi rivieraschi, da due (Iran e Unione Sovietica) a cinque (Iran, Azerbaigian, Russia, Kazakistan e Turkmenistan) e portato susseguentemente alla scoperta di nuovi importanti giacimenti di idrocarburi. La regione che va dal Caucaso all’Asia Centrale è una delle più antiche zone produttrici di petrolio delmondo ed era rimasta, in gran parte, inesplorata fino al crollo dell’Unione Sovietica, che aveva privilegiato le esplorazioni in Siberia. Da quel momento in poi Kazakistan, Azerbaigian, Turkmenistan e Uzbekistan sono stati considerati dalle multinazionali petrolifere paesi alternativi alla Russia per approvvigionamenti, e quindi, territori sui quali investire profondamente. 

Sotto il profilo geografico, il Mar Caspio è il più grande bacino idrico interno del pianeta ed è privo di collegamenti naturali con altri mari. Il suo specchio d’acqua è incastonato in un’ampia depressione a ventotto metri sotto il livello del mare. Ha circa seimila chilometri di costa e una profondità massima di poco oltre i mille metri. La sua unicità è determinata dalla diversità biologica di flora e fauna, con numerose specie vegetali e animali, tra cui il 90% degli storioni al mondo. Un ecosistema particolarmente fragile, date le diverse condizioni climatiche. Il confine tra Europa e Asia passa attraverso il Caspio: la sponda settentrionale, tra la foce del fiume Ural e la cosiddetta depressione del Kuma-Manyč, è europea, mentre la sponda orientale, la meridionale e quella occidentale sono asiatiche. 

In quanto completamente circondato da terre emerse, il Caspio non è stato incluso nella Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare di Montego Bay nel 1982 ed è ritenuto, quindi, un lago. Fino al 1991 Ursse Iran non avevano mai avuto interesse a risolvere la questione della linea di confine nel Mar Caspio. Il solo contrasto aveva riguardato non il petrolio bensì la pesca degli storioni, l’altra grande risorsa, le cui uova sono l’ingrediente del famoso beluga, che permise a Mosca di esercitare il monopolio del commercio mondiale di caviale. Gli iraniani essendo a loro volta esportatori di caviale, per la prima volta si impuntarono e impedirono la pesca al largo delle loro coste. L’URSS fu così costretta ad accettare la firma di un accordo che ristabilì un equilibrio nei rispettivi diritti. In pratica, intutto il periodo esaminato, il Caspio veniva vantaggiosamente considerato da entrambe le parti come un mare sovietico e iraniano.  

Nel 1991, dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, la questione del regime giuridico del Mar Caspio è diventata un problema geopolitico. Nonostante le sue dimensioni contenute è ricchissimo di risorse naturali sottomarine, idrocarburi in primis. I fondali sono tempestati digiacimenti off-shore di gas e petrolio, su cui i paesi rivieraschi cercano diallungare le mani per alimentare il proprio sviluppo economico. Sul Caspio si sono affacciati cinque Stati – Russia, Kazakistan, Turkmenistan, Azerbaigian, Iran – e vi incidono diverse civiltà, che si sovrappongono in qualche modo pacificamente, ma tra loro covano tensioni latenti. I tre nuovi stati indipendenti (Azerbaigian, Kazakistan e Turkmenistan), avendo scoperto importanti giacimenti grazie alle compagnie petrolifere internazionali e volendo trovare un tragitto alternativo alla Russia per i loro oleodotti, hanno contestato la validità legale dei precedenti trattati, che erano rimasti per decenni incontestati sia dalla Comunità internazionale sia dagli Stati firmatari. La rinuncia all’esistente, anche se nebuloso, regime giuridico del Mar Caspio era legata alla questione della successione giuridica delle nuove entità ex sovietiche. La Convenzione di Vienna sulla successione degli Stati in materia di trattati del 1978 prevede, in caso di separazione di uno Stato, che qualsiasi trattato in vigore alla data della successione degli Stati rimane valido, a meno che “essi non decidano diversamente”. Così, nel caso del Mar Caspio, i diritti e gli obblighi dello Stato predecessore (l’Unione Sovietica) e dei suoi successori derivanti da atti giuridici internazionali sono ugualmente vincolanti per entrambi. Ciò era stato affermato anche dalla Dichiarazione di Alma-Ata del 1991, in cui tutti i nuovi Stati, accettando di far parte della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), si erano impegnati a adempiere agli obblighi derivanti dai trattati e dagli accordi conclusi dall’exUnione Sovietica. Il fatto poi che il Mar Caspio non abbia alcuno sbocco verso l’esterno (quindi non corrisponda alla tradizionale definizione di mare prevista dalla Convenzione di Montego Bay), ha fatto sorgere il dubbio sulla reale natura di questo specchio d’acqua: si tratta di un mare o un lago? 

A partire da questo momento si sono delineati quindi due blocchi opposti che difendono una visione antitetica della problematica. 

Iran e Russia, richiamando la prima parte della definizione di “mare racchiuso” contenuta nell’articolo 122 della Convenzione ONU sul diritto del mare (“enclosed or semi-enclosed sea means gulf, basin or sea surrounded by two or more States and connected to another sea or the ocean by a narrow outlet”), sostengono che non essendo il Caspio collegato ad alcun altro bacino marino, sia da considerarsi piuttosto un lago o comunque una superficie in cui si debba esercitare una gestione congiunta di tutte le attività economiche da esso derivanti  e i cui proventi andrebbero suddivisi in maniera equa tra gli Stati rivieraschi. In pratica, un regime di condominio. A sostegno di questa tesi si richiamano i trattati stipulati prima della disintegrazione dell’URSS, insieme agli usi e ai costumi relativi alla gestione dei laghi transfrontalieri, vista l’assenza di una convenzione in merito al diritto dei laghi.

La posizione sostenuta da Azerbaigian, Kazakistan e in misura altalenante dal Turkmenistan, sostiene che, in virtù della seconda parte dello stesso articolo in questione, la superficie caspica possa essere definita come un mare e di conseguenza devono essere applicate a essa tutte le normative previste dalla Convenzione di Montego Bay, che regola il diritto del mare. La seconda parte dell’articolo 122 recita “or consisting entirely or primarily ofthe territorial seas and exclusive economic zones of two or more coastal States”, per cui l’esistenza di questi due elementi preluderebbe da sé una classificazione come mare.

Lo status del Caspio e la conseguente suddivisione delle sue acque tra i paesi rivieraschi sfuggono in realtà alla codifica del diritto internazionale marittimo, in base al quale non sembra rientrare appieno nella categoria di mare, né in quella di lago. In quest’ultimo caso, per la determinazione delle frontiere marittime si applicherebbe il diritto internazionale consuetudinario, lasciando spazio all’accordo tra gli Stati. La connotazione di mare implicherebbe l’applicazione del principio della “linea mediana”, in base al quale la frontiera sarebbe data dalla linea costituita da tutti i punti equidistanti dalle coste. In questo caso, il regime applicatosarebbe quello stabilito dalla Convenzione ONU, secondo la quale i rivieraschi governano entro le 12 miglia nautiche, ma oltre queste possono sfruttare una zona economica esclusiva che può estendersi fino a 200 miglia dalla linea di base. Tale regime è detto di dominio. 

Lo sfruttamento delle risorse nel caso in cui fosse riconosciuto come lago sarebbe invece diverso. Gli Stati eserciterebbero la loro competenza territoriale esclusiva solo entro le 12 miglia, al di là di queste lo sfruttamento diverrebbe comune e necessiterebbe di una autorità internazionale chiamata a coordinare l’estrazione e la divisione delle ricchezze presenti nei fondali. Tale regime è detto di condominio.    

Nell’impossibilità di ricorrere all’ausilio del diritto internazionale, l’unica strada percorribile per fissare la divisione del letto e della superficie del Caspio tra i paesi rivieraschi era quella di un accordo, nonostante le diverse posizioni degli attori coinvolti.

La Convenzione di Aktau

Nel 2018, dopo oltre vent’anni di mediazioni diplomatiche, i paesi costieri hanno firmato una convenzione sullo status del Caspio. Dopo oltre cinquanta di negoziati si è decisa la natura: non si tratta né di un lago né di un mare. Il 12 agosto 2018, infatti, Federazione Russa, Iran, Kazakistan, Turkmenistan e Azerbaigian hanno firmato, nella città portuale kazaka di Aktau, la Convenzione sullo stato legale del Mar Caspio definendolo un bacino idrico intercontinentale, dotato di uno status speciale. La Convenzione rappresenta un compromesso che supera la dicotomia mare/lago e indubbiamente un passo importante per stabilizzare e sviluppare l’area delCaspio (forse anche del Mediterraneo allargato). Tuttavia,  non è certo una pietra tombale sulle irrisolte questioni di un’area, tuttora alla ricerca di una propria dimensione di integrazione regionale. Da un punto di vista prettamente giuridico, il trattato, non chiarisce ancora in maniera definitiva se il Caspio sia un lago o un mare. Di fatto però, l’uso e la gestione delle risorse vengono disciplinati per molti aspetti utilizzando istituti giuridici del diritto del mare, pur con significative differenze. La convenzione ha quindi permesso di delimitare leacque territoriali – che si estenderanno per 15 miglia marine (22km) dallacosta – e le zone esclusive di pesca, stabilendo al contempo lo status di spazio marittimo comune per le zone restanti. Tuttavia, non ha risolto le criticità legate all’aspetto cruciale delle dispute, ossia la suddivisione e la proprietà del fondale del bacino, elemento chiave per l’avvio di attività di esplorazione e sfruttamento delle risorse energetiche presenti. Sulla spinosa questione dei gasdotti e oleodotti, viene sancito il diritto degli Stati rivieraschi alla posa di tubature all’interno dell’intero bacino, a condizione però di essere concordata con i paesi direttamente coinvolti, che possono opporsi se subiscono pesanti “ripercussioni ambientali”. Per Azerbaigian, Turkmenistan e Kazakistan, che avevano ovviamente premuto su questo punto, è un successo a metà, perché non è chiaro quanto questo diritto potrà essere liberamente esercitato. Gli Stati costieri potranno infatti impugnare i progetti di posa proposti da uno o più paesi che si affacciano sul bacino in virtù di loro studi sull’impatto ambientale, il che apre la questione di quanto il fattore ambientale potrà essere utilizzato, anche pretestuosamente, per impedire nuove rotte nel trasporto di idrocarburi. 

Il nuovo status del bacino consente comunque di applicare il diritto internazionale alle acque caspiche e di sfruttare le sue risorse. Così, ogni capitale si sente in qualche modo giustificata nel reclamare una “zona economica esclusiva (ZEE)”, con la quale può rivendicare la porzione di mare adiacente alle acque territoriali fino a 200 miglia dalle linee di base dalle quali è misurata l’ampiezza del mare territoriale. Ogni Stato costiero, secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, sarebbe titolare dei diritti per la gestione delle risorse naturali, della giurisdizione in materia di installazione e uso di strutture artificiali o fisse, della ricerca scientifica e della protezione e conservazione dell’ambiente marino. Il problema è che il Mar Caspio non è tanto vasto, quindi, le zone economiche esclusive rivendicate da ciascun paese finiscono col sovrapporsi. Così, Russia e Kazakistan si contendono una striscia mediana chedivide la metà settentrionale del bacino, povera di sale ma ricca di gas. Mentre Azerbaigian, Turkmenistan e Iran si disputano invece la porzionemeridionale, relativamente abbondante di sale ma ancor più di petrolio. La ripartizione consensuale delle ZEE è stata sinora ostacolata dalle autorità russe, poiché pone fuori dal controllo di Mosca la realizzazione di condotte sottomarine e impianti estrattivi, che farebbero concorrenza alle aziende energetiche russe. Da notare che di recente Teheran, d’intesa con Mosca, sta partecipando allo sfruttamento delle zone franche russe, sia nel Daghestan sia nella regione di Astrakhan. 

Ovviamente le mire di estendere le zone economiche esclusive sono particolarmente vive in Kazakistan, Turkmenistan e Azerbaigian, paesi che hanno spinto per il riconoscimento ufficiale del Caspio come “mare”, accantonando la dicitura “lago”. Dispute inevitabilmente connesse alla questione degli oleodotti. In base alla Convenzione di Aktau, gli Stati costieri possono costruire infrastrutture sui fondali marini solo a condizione che i progetti rispettino le norme ambientali condivise per la protezione dell’ambiente marino.

Queste furono concordate a Teheran nel 2003, mediante un’intesa che aveva costituito il primo accordo regionale giuridicamente vincolante firmato da tutti gli Stati costieri. Russia e Iran hanno, di conseguenza, ripetutamente citato la Convenzione di Teheran per bloccare la costruzione di oleodotti che collegassero l’Azerbaigian al Kazakistan e al Turkmenistan. È facile prevedere che i due paesi, malgrado i conflitti chestanno attualmente affrontando, invocheranno nuovamente la questione ambientale per frenare lo sviluppo di altri progetti trans-caspici. La cooperazione tra questi due paesi nella regione del Caspio funge da sempre anche da contrappeso ai progetti guidati dall’Europa e con le attuali tensioni con l’Occidente, è improbabile che Mosca e Teheran concedano all’Europa l’accesso a fonti energetiche alternative senza una significativa contropartita di natura politica o economica. Russia e Iran stanno inoltre riorganizzando i loro scambi commerciali lungo l’asse eurasiatico, sostituendo i prodotti europei con mercati alternativi.

Il corridoio di trasporto terrestre e marittimo International North-South Transport Corridor (INSTC), guidato dalla Russia, ha rafforzato i collegamenti tra i paesi caucasici e dell’Asia Centrale con l’Iran. Mosca ha spostato la sua attenzione verso est a causa delle sanzioni occidentali e il suo rapporto con Teheran, in particolare attraverso l’accesso ai porti iraniani nel Caspio e nel Golfo Persico, è diventato sempre più vitale. In questo ambito si inserisce l’accordo per potenziare i collegamenti marittimi tra i porti dei due paesi di Makhachkala e Amirabad. Il porto commerciale di Makhachkala, situato nel Daghestan, è l’unico in acque profonde che non ghiaccia durante l’inverno, ma è soprattutto un nodo cruciale nel sopraccitato corridoio di trasporto nord-sud (V - continua).