Giorgio Malfatti

Tutto il contesto sopra descritto a volte fa dimenticare che il Mar Caspio non gode affatto di buona salute. Diversi studi hanno dimostrato che il livello delle sue acque potrebbe calare rapidamente a causa del riscaldamento globale: si parla di una discesa che va dai nove ai diciottometri entro la fine di questo secolo. Le temperature stanno aumentando, l’acqua sta evaporando e le precipitazioni stanno diminuendo. Un mix perfetto per un incerto futuro. I principali immissari del Caspio sono i fiumi Volga e Ural, la cui portata è diminuita per le ragioni già presentate. Il resto lo fanno i crescenti prelievi delle nazioni costiere (anche per rimediare alla penuria di acqua potabile in alcune zone) e le numerose dighe costruite dai russi sull’Ural e sul Volga. Ciò si tradurrebbe in una perdita di circa un quarto della sua area con la conseguente scoperta di approssimativamente 93.000km² di terraferma, l’equivalente dell’estensione del Portogallo. Le acque poco profonde nella parte meridionale pullulano di molluschi, crostacei e pesci; d’inverno le foche d’acqua dolce (specie rarissima) allevano i loro cuccioli sul ghiaccio che si forma solo in questa zona del lago. Inoltre, l’esteso sistema fluviale e le vaste zone paludose attraggono diverse varietà di uccelli migratori e forniscono un habitat ideale per una flora e fauna uniche al mondo. La minaccia per questo ecosistema non è soltanto il prosciugamento, ma anche le acque reflue non trattate, la pesca incontrollata e gli scarti della produzione di gas e petrolio: fonti principali, queste ultime, di lavoro e ricchezza per la popolazione costiera. 

Il cambiamento climatico ha reso poi particolarmente complessa anche la gestione idrica, ittica e dell’industria del sale. L’esempio più lampante è la grande baia di Garabogazköl in Turkmenistan, contraddistinta da una fluttuazione stagionale dei livelli d’acqua (non ci sono maree) che generano gravi problemi idrici. Il timore è che la baia si prosciughi, come è successo con il Lago d’Aral, con cui il Caspio condivide le origini geologiche. Per evitare questo problema, nel 1980 le autorità sovietiche decisero di separare il Mar Caspio dalla sua appendice tramite una diga artificiale. Lo scopo era impedire il costante prosciugamento delle acque in ingresso dal Caspio, abbassando il livello di quest’ultimo. Ma gli accumuli di sale nella baia, trasportato dai venti nell’entroterra, hanno generato ingenti danni ambientali, con inaridimento della vegetazione e riduzione della fauna selvatica. Le autorità del Turkmenistan indipendente hanno dovuto pertanto riaprire la diga, permettendo alla baia di tornare a riempirsi di acqua.

In passato, il mar Caspio è stato uno degli specchi d’acqua meno militarizzati al mondo. Nell’ultimo decennio, tuttavia, questa caratteristica è progressivamente venuta meno, a causa di alcune tensioni regionali e soprattutto dal deterioramento del contesto di sicurezza internazionale, ulteriormente aggravato dai conflitti in Ucraina e in Medio Oriente. La Russia rappresenta l’attore militarmente dominante nel bacino, avendo ereditato la maggior parte della flottiglia del Caspio sovietica. Dall’inizio della guerra in Ucraina, Mosca ha rafforzato la presenza navale nell’area, trasferendo unità dal Mar Nero attraverso il canale Volga-Don. Il Caspio ha così assunto una rilevanza operativa crescente, venendo impiegato come piattaforma di lancio per missili da crociera e bombardieri diretti contro obiettivi ucraini. In risposta, le forze ucraine hanno colpito la principale base navale russa in Daghestan, danneggiando l’ammiraglia della flottiglia e altre unità. Parallelamente, il bacino caspico ha acquisito un crescente ruolo strategico nel consolidamento della cooperazione militare tra Russia e Iran. Le sue acque sono state utilizzate come corridoio logistico per il trasferimento di armamenti, inclusi droni e missili.

In questo contesto si inseriscono anche le operazioni militari israeliane, che hanno colpito obiettivi navali iraniani nel Caspio, neutralizzando diverse unità e infrastrutture, in un’azione senza precedenti per questo teatro. Non è il Caspio il centro vitale della marina di Teheran, ma per i russi e per gli iraniani è un punto di congiunzione, di rifornimento. Un centro di monitoraggio delle attività ostili a Israele, aveva infatti registrato un aumento delle spedizioni clandestine di missili e droni dall’Iranverso la Russia e almeno quattro di queste erano avvenute tramite le acque del Caspio.

L’accresciuta militarizzazione ha indotto anche gli altri Stati rivieraschi a potenziare le proprie capacità navali. Kazakistan, Turkmenistan e Azerbaigian hanno avviato programmi di modernizzazione delle rispettive flotte. L’Iran, dal canto suo, pur disponendo di una marina caspica strutturalmente limitata, ha incrementato la propria presenza nel bacino, confermandone l’importanza strategica nel quadro della sua proiezione regionale.

Questa dinamica ha avuto ripercussioni anche sulla sicurezza civile. L’intensa attività militare ha reso il Caspio uno spazio sempre più rischioso per la navigazione aerea e marittima, come dimostra l’abbattimento accidentale, nello spazio aereo della federazione Russa, di un volo civile dell’Azerbaigian Airlines diretto a Grozny e precipitato vicino alla città caspica di Aktau.

In assenza di progressi significativi sulla delimitazione dei fondali e nella definizione di meccanismi condivisi di gestione della sicurezza, il Mar Caspio si configura oggi come un’area ad alto potenziale di instabilità, intrecciando rivalità geopolitiche, interessi strategici e crescenti rischi per tutti gli attori regionali. (6 - segue)