Grégory Herpe

Nella notte tra il 23 e il 24 maggio 2026, ho guardato il cielo di Kyiv. Le sirene erano suonate poco dopo mezzanotte. Ero nella camera del mio hotel a lavorare sulle foto che avevo scattato durante il giorno, e sono uscito sulla terrazza: l’istinto di non perdermi ciò che le mura di un appartamento avrebbero nascosto. Il cielo sembrava trafitto dalle scie luminose dei missili che cadevano, rossastri come lampi di fuoco. Poi i boati sordi in lontananza, le esplosioni più vicine di cui si sentiva il soffio nella gabbia toracica ancor prima di sentirle davvero. Come se onde d’urto ci trapassassero da ogni parte. Le batterie antiaeree che crepitavano a raffiche. Poi i droni – piccoli punti rapidi, che ronzavano discretamente, prima dell’incendio totale del cielo, della città.

Quella notte, la Russia ha lanciato 90 missili e 600 droni sull’Ucraina. L’aeronautica ucraina ne ha intercettati rispettivamente 55 e 549. Questi sono i numeri. Ma la realtà che resta dopo questi numeri è tutt’altra.

Tra i missili, un Orechnik

L’arma che nessuno voleva vedere. L’Orechnik è un missile balistico ipersonico a raggio intermedio. Viaggia a una velocità che gli attuali sistemi di difesa faticano a gestire. La sua particolarità – e il suo messaggio implicito a ogni utilizzo – è che può trasportare testate nucleari. Quella notte non ne trasportava, ma il messaggio era chiaro. La Russia aveva già usato l’Orechnik due volte dall’inizio dell’invasione: nel novembre 2024 contro una fabbrica militare, nel gennaio 2026 contro un sito aerospaziale nell’Ucraina occidentale, a pochi chilometri dai confini della NATO. In entrambi i casi, nessuna carica nucleare confermata. L’arma esiste, vola, e Mosca sceglie quando mostrarla.

Quella sera, Zelensky ha confermato il suo utilizzo su Telegram, il social network preferito dagli ucraini. Anche il ministero della Difesa russo, sullo stesso network, con un comunicato accurato: i bombardamenti rispondevano agli “attacchi terroristici dell’Ucraina contro infrastrutture civili russe” e avevano colpito solo “obiettivi militari”. La mattina dopo, camminando nel quartiere di Podil, ho constatato che i bombardamenti russi avevano ampiamente colpito edifici residenziali civili.

Brucia il museo di Černobyl’

Nel quartiere di Podil, molto vivace e popolare, il Museo nazionale di Černobyl’ giaceva sventrato, fumante, a due passi dal Dnipro. Riaperto nell’aprile 2026 dopo diciotto mesi di restauro, per segnare il quarantesimo anniversario del disastro del 26 aprile 1986, non ne restava quasi nulla. Tutto ciò che una generazione aveva costruito perché l’incidente nucleare più grave della storia non scomparisse nell’astrazione aveva quindi preso fuoco un mese dopo la sua riapertura.

Secondo il ministero dell’Interno ucraino, il 40% dei reperti esposti è stato distrutto o danneggiato. Archivi, fotografie, oggetti recuperati dalla zona di esclusione. Parlo con i soccorritori che lavorano da ore, e con gli impiegati del museo seduti su un divano salvato dall’edificio e sistemato sul marciapiede. Sono sconvolti, gli occhi arrossati dal fumo e dalle lacrime. Una di loro mi dice che non è rimasto nulla del suo lavoro, ma conserva il sorriso e la fiducia nel suo esercito.

Nella stessa notte sono stati colpiti la Filarmonica Nazionale, il Piccolo Teatro dell’Opera di Kiev, la Biblioteca Nazionale «Yaroslav il Saggio», l’Istituto di Letteratura «Shevchenko», il Centro Culturale «Casa Ucraina» e il Museo Nazionale d’Arte. Quattro morti, un centinaio di feriti, due dei quali proprio a Kiev.

La Russia aveva preso di mira obiettivi militari. Nessun ucraino ci crede; e nemmeno gli osservatori.

Fotografavo le facciate sfondate, i vetri sparsi per la strada, i pompieri indaffarati tra un edificio e quello che un tempo era un ristorante alla moda. Il tipo di scena di cui, vedendola, si sa che sarà dimenticata nel giro di quattro-otto ore dai canali di informazione - sostituita dalla successiva, poi da quella dopo ancora.

È questa, forse, la vera guerra di logoramento. Non i corpi, ma la progressiva indifferenza dei testimoni lontani.

Brovary – i bambini tra un allarme e l’altro

Brovary è una città satellite di Kiev, a una ventina di chilometri a nord-est. È stata tra le prime località prese di mira durante l’invasione del febbraio 2022: le colonne corazzate russe che risalivano dalla Bielorussia l’hanno attraversata o aggirata nel loro tentativo di conquistare la capitale. I carri armati si sono ritirati. La città è rimasta.

Lavoravo li’ nell’ambito del mio progetto con i bambini ucraini. Insegnare loro la fotografia in modo ludico, senza tecniche difficili, per poi organizzare mostre delle loro foto e delle mie. Una sorta di programma di arte-terapia, che avevo già sperimentato in Moldavia, in Cambogia e altrove. Un programma che li valorizza e dà loro la giusta sensazione di essere importanti.

Ciò che non si dice abbastanza dei bambini che crescono qui da quattro anni è che hanno sviluppato un rapporto con il pericolo che non ha più nulla a che vedere con il nostro. Sanno distinguere il rumore di un drone da quello di un aereo. Quando suona l’allarme durante uno dei laboratori fotografici che ho organizzato, sanno quanti secondi ci vogliono per raggiungere il rifugio senza correre ma senza indugiare. Lo fanno con una calma efficienza che ti stringe lo stomaco.

Un ragazzo di undici anni mi ha spiegato, con grande serietà, che preferiva le notti con i droni perché «almeno li si vede arrivare». I missili sono più complicati. Arrivano troppo in fretta.

Undici anni e una maturità, un sangue freddo, che incutono rispetto.

Fin dal primo allarme, quando è suonata la sirena e ci siamo rifugiati nel bunker dell’associazione che li ha accolti, ho capito di avere a che fare con dei bambini fuori dal comune. Continuavano a cantare, a giocare, come per ingannare il pericolo e rimanere nel mondo dei bambini; il più lontano possibile dalla realtà degli adulti, così pietosa.

Kharkiv - sotto il livello del suolo

A Kharkiv ho visitato diverse scuole sotterranee.

La seconda città dell’Ucraina si trova a quaranta chilometri dal confine russo. Costruire scuole in superficie qui significa costruire dei bersagli. Ho visto la vecchia scuola materna della Honey Academy, distrutta da tre droni alla fine del 2025; ne restano solo le rovine, qualche giocattolo dei bambini, un peluche di Sponge Bob, una pallina con l’Ape Maya… Fortunatamente, i bambini si erano rifugiati in tempo nei sotterranei.

La città ha quindi iniziato a scavare – letteralmente. Sette strutture sotterranee sono oggi operative, con l’obiettivo di aprirne quarantatré per accogliere 80.000 bambini entro la fine dell’anno.

Si tratta per lo più di vere e proprie scuole. Non di rifugi improvvisati. Aule con arredi adeguati, schermi, libri, laboratori di scienze dove ho visto gli studenti costruire stampanti 3D con compensato, cavi e materiale di recupero. I più piccoli la mattina, fino alla quinta elementare, i più grandi il pomeriggio. Dalle 9 alle 15.30. C’è una mensa, un sostegno psicologico in loco: uno screening regolare rivela che tre bambini su cento presentano disturbi preoccupanti; e come potrebbe essere altrimenti.

Tre su cento. In una città bombardata quotidianamente da più di quattro anni.

Gli insegnanti che ho incontrato non sembravano distrutti. Fanno il loro lavoro con i vincoli che vengono loro imposti – la stessa espressione concentrata, la stessa attenzione ai dettagli pedagogici di un insegnante di Parigi o di Roma. La normalità come atto di resistenza.

Un soffitto in cemento armato sopra i quaderni. I bambini fanno i compiti. La vita continua a 10 o 15 metri sotto il livello del suolo. (1 - continua)