Chloé Maurel
Nel giugno del 1985, i ministri della Cultura dei dieci Stati membri della Comunità economica europea adottarono ad Atene un’iniziativa senza precedenti, destinata ad avvicinare i popoli del continente attraverso le arti e il patrimonio culturale. Questo programma, inizialmente denominato «Città europea della Cultura», fu promosso con determinazione da una personalità fuori dal comune: la cantante, attrice e ministra greca della Cultura Melina Mercouri. Quarant’anni più tardi, le «Capitali europee della Cultura» sono divenute uno dei progetti culturali più emblematici dell’Unione europea. Più di sessanta città hanno già ottenuto questo riconoscimento, che ha profondamente trasformato metropoli storiche come Atene, Firenze o Parigi, ma anche città industriali in crisi quali Glasgow, Lille o Liverpool. Dietro questo successo si delinea tuttavia una duplice realtà: da un lato, la democratizzazione della cultura e la rigenerazione urbana; dall’altro, fenomeni di speculazione immobiliare, turismo di massa e, talvolta, marginalizzazione sociale. Che cosa rivela la storia delle Capitali europee della Cultura sulle tensioni permanenti tra l’ideale culturale europeo e la logica economica? In che modo questo programma contribuisce a rafforzare il progetto europeo?
Alle origini del progetto: un’artista e ministra greca impegnata
L’origine del progetto è inscindibile dal percorso personale di Melina Mercouri. Nata ad Atene il 18 ottobre 1920 in una famiglia impegnata in politica, negli anni Cinquanta e Sessanta divenne una delle grandi figure del cinema greco e internazionale. Il suo ruolo nel film Mai di domenica (Never on Sunday) di Jules Dassin, premiato al Festival di Cannes nel 1960, le procurò una fama mondiale. Ma Melina Mercouri fu anche profondamente segnata dalla storia politica della Grecia contemporanea. Dopo il colpo di Stato dei colonnelli dell’aprile 1967 e la dittatura che ne seguì, si impegnò attivamente contro questo implacabile regime militare, che governò il Paese fino al 1974. Privata della cittadinanza greca dal regime, condusse dall’esilio una campagna internazionale a favore del ritorno della democrazia.
Quando ebbe luogo la transizione democratica, con l’ascesa al potere nel 1981 del partito socialista PASOK guidato da Andreas Papandreou, Melina Mercouri fu nominata ministra della Cultura. Mantenne questo incarico fino alla sua morte, avvenuta nel 1994, diventando una delle figure più influenti della politica culturale europea degli anni Ottanta. Fin dal suo ingresso nel governo sviluppò una visione progressista della cultura come strumento di avvicinamento tra i popoli europei. Ai suoi occhi, l’Europa economica costruita a partire dal Trattato di Roma del 1957 soffriva di un deficit identitario e simbolico. Mercouri comprese con lucidità che l’integrazione europea non poteva fondarsi esclusivamente sul commercio e sulle istituzioni: doveva poggiare anche su una comune coscienza culturale.
La genesi e la realizzazione del progetto: Atene 1985, un simbolo politico e culturale
Fu in questo contesto che, nel 1983, nel corso di una riunione dei ministri europei della Cultura, Melina Mercouri propose la creazione di una manifestazione annuale destinata a valorizzare la ricchezza artistica delle città europee. Il suo obiettivo era duplice. Da un lato, si trattava di far conoscere agli Europei la diversità delle culture nazionali del continente. Dall’altro, Mercouri desiderava utilizzare la cultura come strumento diplomatico per rafforzare il sentimento di appartenenza a una comunità europea ancora fragile. La proposta ricevette un’accoglienza favorevole, in particolare da parte della Francia di François Mitterrand e di Jack Lang, allora ministro della Cultura, che condividevano una visione ambiziosa delle politiche culturali pubbliche.
Il 13 giugno 1985, ad Atene, i ministri della Cultura della Comunità economica europea ufficializzarono la creazione delle «Città europee della Cultura». Atene divenne naturalmente la prima città designata per l’anno 1985. La scelta della capitale greca aveva un forte valore simbolico: associava l’eredità democratica della Grecia antica alla costruzione dell’Europa contemporanea. La manifestazione comprendeva mostre archeologiche, concerti, rappresentazioni del teatro classico ed eventi internazionali destinati ad attirare visitatori provenienti da tutta Europa.
L’ampliamento e il consolidamento del programma: un successo dalle molteplici sfaccettature
All’origine, il programma rimase relativamente modesto. Le prime edizioni si basavano principalmente sull’organizzazione di festival culturali temporanei. Dopo Atene nel 1985 seguirono Firenze nel 1986, Amsterdam nel 1987, Berlino Ovest nel 1988 e Parigi nel 1989. Quest’ultima edizione beneficiò di una visibilità eccezionale grazie al bicentenario della Rivoluzione francese. Ma ben presto il programma assunse una dimensione molto più ampia. Negli anni Novanta, le Capitali europee della Cultura divennero veri e propri laboratori di trasformazione urbana.
L’esempio più frequentemente citato è quello di Glasgow, designata nel 1990. Antica grande città industriale scozzese colpita dalla deindustrializzazione e dalla disoccupazione di massa negli anni Settanta e Ottanta, Glasgow utilizzò il marchio europeo per trasformare la propria immagine internazionale. Furono realizzati importanti investimenti pubblici per il rinnovamento dei musei, delle sale da concerto e degli spazi pubblici. La città sviluppò una strategia di marketing urbano incentrata sulla creatività culturale. Il successo fu spettacolare: l’afflusso turistico aumentò considerevolmente e Glasgow divenne un modello di riconversione postindustriale attraverso la cultura.
Questa logica di rigenerazione urbana si confermò nei decenni successivi. Lille, Capitale europea della Cultura nel 2004, costituisce un altro esempio significativo. Antica metropoli tessile colpita dalla crisi industriale, la città guidata da Martine Aubry mobilitò oltre 70 milioni di euro per trasformare la propria immagine. Centinaia di eventi culturali furono organizzati in tutta la regione del Nord-Pas-de-Calais, attirando, secondo le stime ufficiali, quasi nove milioni di visitatori. Il progetto contribuì a rafforzare l’attrattività economica di Lille e ad accelerare la riqualificazione di diversi quartieri.
Da Glasgow a Marsiglia: un entusiasmo straordinario
Il programma europeo acquisì progressivamente un’importanza considerevole. Nel 1999, l’Unione europea adottò ufficialmente la denominazione di «Capitale europea della Cultura». Da allora, ogni anno vengono designate più città, secondo un sistema di rotazione tra gli Stati membri. In quarant’anni, oltre sessanta città hanno ottenuto questo riconoscimento, tra cui Lisbona (1994), Avignone (2000), Liverpool (2008), Marsiglia (2013), Matera (2019) ed Eleusi, in Grecia, nel 2023. Il bilancio destinato a questi eventi varia notevolmente da una città all’altra, ma alcune edizioni hanno superato diverse centinaia di milioni di euro di investimenti pubblici e privati.
Il successo del programma si fonda in larga misura sulle sue ricadute economiche. In numerosi casi, le Capitali europee della Cultura hanno determinato un forte incremento del turismo. Liverpool, ad esempio, accolse quasi dieci milioni di visitatori supplementari durante il suo anno culturale nel 2008. Marsiglia, Capitale europea della Cultura nel 2013, attirò invece oltre undici milioni di visite culturali e beneficiò di investimenti stimati in circa 660 milioni di euro nelle infrastrutture urbane e museali. Tra gennaio e dicembre 2013 furono organizzati oltre novecento eventi artistici in un territorio comprendente novantasette comuni, da Arles ad Aix-en-Provence, passando per Martigues, Aubagne e Salon-de-Provence.
L’evento segnò soprattutto la spettacolare trasformazione del lungomare di Marsiglia. Il Vieux-Port fu completamente riqualificato dall’architetto britannico Norman Foster, con la parziale pedonalizzazione dell’area, la soppressione di numerose corsie automobilistiche e l’installazione della celebre pensilina a specchio (Ombrière), divenuta uno dei simboli contemporanei della città.
Soprattutto, l’apertura del Museo delle Civiltà dell’Europa e del Mediterraneo (MUCEM), inaugurato il 7 giugno 2013 e progettato dall’architetto Rudy Ricciotti, trasformò durevolmente l’immagine culturale della città focese. Collegato da una passerella al Fort Saint-Jean, questo cubo nero traforato affacciato sul Mediterraneo divenne immediatamente uno dei musei più visitati della Francia. Tra giugno e dicembre 2013 accolse oltre 1,8 milioni di visitatori, di cui circa 600.000 per le sole esposizioni. Fu un grande successo e una straordinaria valorizzazione della città più antica di Francia (fondata oltre 2.600 anni fa dai Focei), che troppo spesso soffre di un’immagine negativa (criminalità, delinquenza, degrado urbano, narcotraffico…).
Ma anche critiche ed effetti potenzialmente perversi
Tuttavia, questo successo economico ha suscitato anche numerose critiche. Diversi studiosi e urbanisti denunciano una crescente strumentalizzazione della cultura al servizio del marketing territoriale e della competizione tra le metropoli europee. In alcune città, gli ingenti investimenti destinati ai turisti e ai ceti medi più abbienti hanno contribuito ad accelerare la gentrificazione dei centri storici. A Liverpool, Marsiglia o Matera, l’aumento dei prezzi degli immobili dopo l’ottenimento del titolo ha provocato importanti tensioni sociali. Alcuni abitanti denunciano talvolta una trasformazione delle città in vetrine culturali destinate ai visitatori internazionali piuttosto che alle popolazioni locali.
Il programma è stato inoltre oggetto di critiche per la sua omogeneizzazione culturale. Mentre Melina Mercouri desiderava inizialmente valorizzare la diversità delle culture europee, alcuni osservatori ritengono che oggi le Capitali europee della Cultura tendano a produrre modelli urbani simili, fondati sulle industrie creative, sui grandi poli culturali e sul turismo legato agli eventi. Le città candidate moltiplicano i progetti spettacolari per attirare investitori e visitatori, talvolta a scapito delle pratiche culturali locali, più modeste.
La stessa Grecia, Paese fondatore del programma, illustra questa contraddizione. Quando la città di Eleusi ha ottenuto il titolo per il 2023, gli organizzatori hanno cercato di valorizzare la storia industriale e operaia di questa periferia di Atene, a lungo marginalizzata. Tuttavia, le difficoltà economiche della Grecia, aggravate dalla crisi finanziaria degli anni 2010, hanno limitato le ambizioni iniziali del progetto. Diversi eventi sono stati ridotti o rinviati per mancanza di finanziamenti sufficienti.
Un effetto positivo nel rilanciare la visibilità delle regioni periferiche o in crisi
Quarant’anni dopo la sua creazione, il bilancio delle Capitali europee della Cultura rimane comunque considerevole. Pochi programmi culturali europei hanno acquisito una tale visibilità internazionale. Il programma ha contribuito a rafforzare la cooperazione culturale tra gli Stati europei, a sostenere la riqualificazione di numerose città e a fare della cultura un elemento centrale delle politiche urbane contemporanee. Ha inoltre permesso ad alcune regioni periferiche o in crisi di ritrovare una visibilità internazionale.
Ma l’eredità di Melina Mercouri va ben oltre la sola questione turistica o economica. Attraverso la sua iniziativa del 1985, la ministra greca cercava innanzitutto di ricordare che l’Europa non poteva ridursi a un mercato comune, ma doveva fondarsi su una cultura comune, e al tempo stesso diversa e pluriforme. Questa visione conserva ancora oggi una forte attualità, in un momento in cui l’Unione europea è confrontata con importanti tensioni identitarie, geopolitiche e sociali.
