Giuseppe Sacco
Il giorno prima del 4 luglio 2026 – ricorrenza del 250º anniversario della fondazione degli Stati Uniti, che ha un po’ distratto l’attenzione internazionale dagli eventi che si sono prodotti nel resto del mondo – si è concluso a New Delhi il 16º India-Japan Annual Summit. Si è concluso con la firma non solo di un accordo di investimenti giapponesi in India, per un totale di 12,5 miliardi di dollari americani, ma anche con 120 intese di cooperazione in molti settori avanzati, in primo luogo quello dell’elettronica. È nato così anche un cosiddetto “corridoio dei semiconduttori”.
Gli indiani hanno dato alla strategia di politica industriale in cui rientra la cooperazione con Tokyo un nome significativo: “China Plus One”. Un nome che richiama immediatamente quello degli assi di collaborazione internazionale tra Cina e altri Paesi asiatici, oltre alle famosissime Vie della Seta. La visita in India del primo ministro giapponese Sanae Takaichi – una donna, per la prima volta nella storia del Giappone moderno – appare così come un chiaro tentativo di imitare la strategia di crescita internazionale della Cina non solo in campo industriale, ma anche in campo geopolitico, contrapponendo Tokyo e Delhi a Pechino.
Non si tratta ancora di un mutamento tettonico negli equilibri geopolitici e industriali dell’Indo-Pacifico. Tuttavia, la creazione di un “corridoio dei semiconduttori” nel quadro di una complessa triangolazione tra Giappone, India e Cina basta a far intuire il tentativo di dar vita a una manovra strategica che, se approfondita, potrebbe essere considerata uno degli eventi più significativi degli ultimi anni in Estremo Oriente.
La Strategia indiana del “China Plus One”
La strategia “China Plus One” non è più soltanto una scelta di diversificazione delle catene di approvvigionamento per ridurre la dipendenza dell’India dal mercato cinese, fattore emerso chiaramente durante la pandemia e successivamente accentuato dalle ripetute tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina. Nelle conversazioni tra il presidente Modi e la premier nipponica Sanae Takaichi essa ha assunto, a tratti, i toni di una vera e propria politica di potenza.
In primo luogo relativamente a un possibile nuovo ruolo di Tokyo. Il Giappone, che storicamente ha avuto un rapporto militare, politico e industriale complesso con la Cina, sta spostando capitali e know-how tecnologico, specialmente nei semiconduttori e nei materiali avanzati, verso l’India. Quest’ultima può offrire ciò che in Cina inizia a mancare o è diventato troppo costoso: una forza lavoro giovane, vastissima e in crescita, unita a un mercato interno in piena espansione.
L’India non sta solo accettando investimenti; sta cercando di replicare il modello di sviluppo trainato dalle esportazioni e dagli investimenti esteri che ha reso la Cina la “fabbrica del mondo”. Non si sbagliano quegli osservatori che vi vedono una somiglianza con le Vie della Seta. L’India, rivolgendosi all’eterno rivale della Cina, sta cercando di costruire una rete di influenza infrastrutturale e industriale che, nelle sue aspirazioni, dovrebbe porla al centro di un nuovo asse asiatico.
Il “Corridoio dei Semiconduttori” come arma geopolitica
Il settore dei semiconduttori è stato spesso definito il “petrolio del XXI secolo”. È una definizione che contiene un elemento di verità. Chi controlla la catena del valore, dal design alla produzione fino al packaging avanzato, detiene il potere di influenzare l’economia globale.
Per entrambe le parti si tratta soprattutto di un elemento di autonomia strategica: per il Giappone, legarsi all’India significa rafforzare una parte della propria sicurezza nazionale lontano dalle pressioni dirette di Pechino. La firma dei 120 accordi non rappresenta soltanto un’operazione economica, ma anche un segnale politico: una sfida, ancora embrionale, all’egemonia cinese. Essa indica come l’India si proponga quale alternativa credibile alla Cina per le aziende multinazionali che vogliono produrre in Asia senza essere totalmente subordinate alle dinamiche politiche di Pechino.
Il capitale umano: un asset strategico
C’è poi un ulteriore elemento. Nel proporsi come rivale, l’India gioca su più tavoli. Mentre cerca di emulare il successo cinese, dovrà ancora a lungo bilanciare la propria ambizione di superpotenza emergente con la necessità di mantenere relazioni commerciali stabili con la stessa Cina, che rimane un partner economico inevitabile. La strategia “China Plus One” diventa quindi uno strumento di negoziazione: più l’India si integra tecnologicamente con il Giappone e con l’Occidente, maggiore sarà il suo peso nei confronti di Pechino.
In sintesi, il 2026, anno del 250º anniversario degli Stati Uniti, potrebbe essere ricordato come il momento di un passaggio del testimone geopolitico nel cuore dell’Asia. L’India non sta solo imitando la Cina, ma cerca di diventare il nuovo hub tecnologico asiatico approfittando dei limiti quantitativi delle risorse umane cinesi.
Limiti che, peraltro, non sono soltanto quantitativi. Se si osserva la forza lavoro proveniente dai Paesi asiatici impiegata nei settori più avanzati dell’Occidente, emerge infatti la forte presenza di professionisti provenienti dall’ambito culturale indiano, ormai quasi pari a quella dei cinesi. Un fenomeno che non sorprende se si considera che l’India possiede tradizioni astronomiche e matematiche antichissime.
La competizione tra India e Cina non si gioca dunque soltanto sulle fabbriche o sui porti, ma anche su una vera e propria guerra globale dei talenti, nella quale la preparazione accademica e scientifica svolge un ruolo determinante. Il fatto che l’India stia colmando il divario con la Cina in questo settore non è casuale, ma rappresenta il frutto di una precisa traiettoria storica e culturale.
La base culturale: un’eredità astronomica e matematica
L’India possiede una tradizione intellettuale millenaria che ha gettato le basi per la scienza moderna, in particolare nel campo della matematica. Dai numeri decimali, diffusi poi in Europa dagli arabi insieme alla fondamentale introduzione dello zero, fino alla scuola matematica del Kerala tra il XIV e il XVI secolo, che anticipò alcuni concetti del calcolo infinitesimale, il pensiero indiano è sempre stato orientato all’astrazione e alla logica computazionale. Altrettanto importante è stato il contributo all’astronomia: l’osservazione del cielo non era legata soltanto alla navigazione o all’agricoltura, ma a una complessa sistematizzazione del tempo e dello spazio che richiese, per secoli, una straordinaria precisione di calcolo.
Questa eredità si è trasformata, nel XX e XXI secolo, in una cultura dell’eccellenza nell’ingegneria e nell’informatica. Già alla fine del periodo coloniale, l’India, soprattutto attraverso la rete degli Indian Institutes of Technology (IIT), di ispirazione britannica, aveva iniziato a formare una classe dirigente tecnologica di livello mondiale, naturalmente perfettamente padrona della lingua inglese, oggi lingua franca della scienza.
Strategia industriale o velleità geopolitiche?
Ci si può chiedere se il “corridoio dei semiconduttori” annunciato durante la visita del primo ministro Sanae Takaichi rappresenti un impegno industriale concreto oppure soltanto un segnale diplomatico.
Per quanto riguarda i 120 accordi firmati, non vi è dubbio che essi riguardino la produzione, l’integrazione delle catene di approvvigionamento e investimenti multimiliardari. Ma anche il messaggio strategico inviato dal “corridoio dei semiconduttori” costituisce un segnale forte, del quale la Cina non mancherà di tenere conto. L’iniziativa sottolinea infatti lo sforzo del Giappone di diversificare la produzione di tecnologie critiche al di fuori della Cina.
Come è stato sottolineato anche da parte indiana, combinando l’esperienza manifatturiera del Giappone con il talento indiano nella progettazione e nell’ingegneria, i due Paesi mirano a sviluppare una catena di approvvigionamento di semiconduttori per chip avanzati che non dipenda dalla Cina. La roadmap include attività congiunte di ricerca e sviluppo su chip specifici per l’intelligenza artificiale (GPU), segnalando l’ambizione di ridurre la dipendenza dalla tecnologia occidentale per l’hardware dedicato all’intelligenza artificiale.
Per quanto riguarda le sfide future, gli indiani sembrano consapevoli del fatto che, nonostante lo slancio, permangano ostacoli importanti. L’India è chiamata a risolvere problemi che, nel contesto locale, sono meno semplici di quanto possa sembrare, come garantire un’erogazione di elettricità altamente stabile e la disponibilità di acqua ultrapura, entrambe essenziali per la produzione di semiconduttori.
Inoltre, per ottenere risultati concreti sarà necessario attendere. Non solo perché la costruzione di una fabbrica di semiconduttori e dei relativi impianti chimici richiede generalmente dai tre ai cinque anni, ma anche perché gli accordi firmati a New Delhi si concentrano principalmente sui materiali e sul packaging piuttosto che sulla fabbricazione di chip d’avanguardia inferiori ai 7 nanometri. La produzione cinese, invece, è ormai vicina ai 2 nanometri, ossia due miliardesimi di metro.
Prima pubblicazione: www.politicainsieme.com (5 luglio 2026)
