Philippe Ward
La diagnosi è stata formulata ormai da quasi due anni. Eppure, nell’estate del 2026, il bilancio si impone con crescente severità: le principali raccomandazioni contenute nel Rapporto Draghi sulla competitività e sull’autonomia dell’Unione europea sono state attuate solo in misura limitata. Se l’analisi era lucida e le proposte strutturali di grande qualità, la loro traduzione sul piano politico e amministrativo si è rivelata il vero punto debole dell’iniziativa. L’Europa sa cosa deve fare, ma non sa come riuscirci all’interno di un quadro istituzionale frammentato.
Tale ritardo non ha solo un costo in termini macroeconomici. Nel 2026 l’architettura della sicurezza mondiale è profondamente mutata. Il continente deve affrontare una sfida esistenziale: garantire la propria sopravvivenza economica e industriale in uno scenario internazionale dominato da una logica di confronto sistemico e di guerra strisciante. Di fronte a tale urgenza, la frammentazione politica dell’Unione europea agisce come un potente fattore di paralisi. Ogni governo è strutturalmente tentato dal ripiegamento tattico, privilegiando piani di rilancio e sussidi nazionali sterili a scapito della costruzione di una massa critica comune.
Superare il quadro comunitario: l’alleanza delle democrazie resilienti
L’Europa deve cambiare metodo e scala d’azione. L’approccio esclusivamente intraeuropeo ha raggiunto i propri limiti, tanto istituzionali quanto geografici. Diventa quindi indispensabile affidare un mandato operativo a una personalità di riconosciuto prestigio internazionale, incaricata di avviare un autentico piano di autonomia strategica su scala globale.
Per avere successo, questa iniziativa dovrà emanciparsi dai confini strettamente definiti dell’Unione, senza tuttavia mettere in discussione il ruolo centrale di Bruxelles. Dovrà ispirarsi alla dottrina illustrata dal primo ministro canadese Mark Carney al Forum economico mondiale di Davos, che propone un coinvolgimento sistematico di tutte le democrazie - europee e non - in grado di offrire un contributo concreto sul piano tecnologico, finanziario o materiale. La posta in gioco non è più l’integrazione giuridica, bensì l’efficienza delle catene del valore.
L’architettura operativa del piano si fonderebbe su una logica di filiere industriali integrate. A ciascun Paese partecipante, in funzione dei propri vantaggi comparati, delle competenze e del tessuto produttivo, verrebbe affidato il ruolo di capofila in un segmento altamente strategico. Con l’esperienza tecnologica sviluppata durante il conflitto, l’Ucraina sarebbe il candidato naturale per guidare la filiera dei droni e della guerra a bassa intensità. Il Canada assumerebbe il coordinamento della sicurezza delle risorse minerarie critiche e dei metalli rari. La Norvegia centralizzerebbe la sicurezza e la gestione dei flussi di gas naturale, mentre la Svizzera metterebbe a disposizione il proprio know-how nel settore farmaceutico e delle biotecnologie. La scelta deliberata di Paesi terzi e di comparti a duplice uso, civile e militare, dimostra l’ambizione universale e la flessibilità del progetto.
Riscoprire il metodo Monnet: pianificazione e settore privato
Questa moderna forma di governance non mira a pianificare l’economia secondo un modello dirigista né a rinnegare i principi del libero scambio, scelta che condurrebbe inevitabilmente all’obsolescenza e all’inefficienza. Al contrario, il cuore del progetto consiste nel mobilitare al massimo i capitali privati e i meccanismi di una concorrenza efficace. Il Paese capofila non agisce come produttore monopolistico, bensì come coordinatore della propria filiera.
In termini concreti, il metodo si ispira direttamente al collaudato meccanismo del bilancio complessivo dei fabbisogni e delle risorse, concepito originariamente da Jean Monnet nel 1916 per coordinare lo sforzo logistico degli Alleati. In questa versione moderna, gli Stati partecipanti comunicano in prospettiva al Paese capofila le proprie esigenze industriali e tecnologiche di medio periodo. Spetterà a quest’ultimo aggregare la domanda complessiva e procedere agli ordinativi industriali di grande portata per conto dell’insieme dei partecipanti. In questo processo, le direzioni generali della Commissione europea sono chiamate a svolgere un ruolo storico: mettere a disposizione la loro consolidata competenza procedurale per massimizzare gli appalti transfrontalieri, evitare duplicazioni e generare economie di scala.
Un progetto di tale portata richiede risorse finanziarie comparabili alle centinaia di miliardi di dollari mobilitati a partire dal 2022 nell’arco di un decennio dagli Stati Uniti attraverso l’Inflation Reduction Act e il CHIPS and Science Act. Lo strumento giuridico già esiste: si tratta di replicare la logica del Dispositivo per la ripresa e la resilienza (RRF) istituito nel 2021. Inoltre, la proposta avanzata da Mark Carney e dal primo ministro lussemburghese Luc Frieden per la creazione di una banca multilaterale dedicata alla difesa, alla sicurezza e alla resilienza indica chiaramente la direzione da seguire. Gli investimenti richiesti dalle diverse filiere sarebbero sostenuti e garantiti congiuntamente dall’Unione europea e dai suoi partner internazionali, offrendo al settore privato una prospettiva di stabilità di lungo periodo.
L’incentivo economico come argine alle fratture politiche
L’approccio per filiere consente inoltre di risolvere l’equazione politica con cui oggi si confrontano le democrazie occidentali. Localizzando sui territori dei Paesi partecipanti i segmenti industriali a più alto valore aggiunto, i governi potranno presentare ai rispettivi elettorati risultati tangibili, immediati e misurabili in termini di reindustrializzazione e occupazione qualificata. L’azione collettiva cessa così di essere percepita come una rinuncia alla sovranità e diventa invece lo strumento attraverso cui recuperare il controllo del proprio destino nazionale in un mondo globalizzato.
Questo approccio costituisce inoltre una protezione contro l’instabilità politica europea. Anche nell’ipotesi in cui forze estremiste ed euroscettiche dovessero accedere al governo in alcuni Stati membri, i flussi finanziari garantiti, l’integrazione nelle catene globali di approvvigionamento e la creazione di occupazione qualificata a livello locale rappresenterebbero incentivi sufficientemente forti da favorire un atteggiamento costruttivo, perpetuando un’integrazione pragmatica laddove l’ideologia tende invece a dividere.
L’imperativo del 2029: l’urgenza di un Victory Program
Per guidare questo dispositivo, il responsabile designato si avvarrebbe di una ristretta task force composta da esperti ed economisti. Sul modello del Comitato Spaak del 1955-1956, questo gruppo di lavoro avrebbe il compito di elaborare una tabella di marcia sintetica e di individuare una prima serie di filiere prioritarie in grado di produrre il massimo effetto moltiplicatore.
La storia offre un precedente metodologico particolarmente significativo: l’accordo interalleato sull’approvvigionamento del grano durante la Prima guerra mondiale, che portò alla storica messa in comune delle flotte mercantili e dei convogli marittimi. All’epoca, il grano svolse il ruolo di catalizzatore di un’integrazione logistica su vasta scala. Le filiere del 2026 devono assumere oggi la stessa funzione di innesco sistemico.
La flessibilità istituzionale di questo modello garantisce la rapidità di esecuzione che ogggi è indispensabile. L’obiettivo strategico è chiaro: consentire alle prime filiere di produrre risultati concreti e, entro il 2029, di mettere in sicurezza le catene di approvvigionamento critiche. Si tratta di una tempistica volutamente serrata, che rifiuta gli orizzonti troppo lontani e si ispira consapevolmente alla logica d’urgenza che diede origine al Victory Program statunitense del 1941. Di fronte al ritorno della storia, l’Europa non può più limitarsi a redigere rapporti, ma deve entrare pienamente nell’era dell’azione geopolitica industriale.
