Maurizio Donini
La disgregazione dell’Unione Sovietica causò tutta una serie di pulsioni autonomiste e indipendentiste che hanno portato alla nascita di nuovi Stati, spesso a seguito di guerre sanguinose. Ci sono poi quelle entità che vengono definite “conflitti congelati”, ovvero contenziosi con scontri armati che restano irrisolti e periodicamente tornano a galla. Per quasi trent’anni, il Nagorno-Karabakh è stato l’archetipo di questo limbo. Quando me ne occupai nel 2020, la guerra si era riaccesa violentemente: la deflagrazione avvenuta tra settembre e ottobre di quell’anno si concluse con un bilancio drammatico di circa 5.000 morti e 30.000 sfollati. In quel momento, l’Europa si mostrò colpevolmente assente, paralizzata dall’emergenza Covid e dimentica del resto del mondo, mentre gli Stati Uniti apparivano intrappolati nella morsa dell’isolazionismo della presidenza Trump e distratti dalle elezioni interne. Il vuoto occidentale fu prontamente riempito da Vladimir Putin, che impose un piano di pace firmato a Mosca e presidiato dal dispiegamento di 2.000 soldati russi. Allora, l’opinione comune era che difficilmente il Cremlino avrebbe richiamato quelle truppe nei propri confini allo scadere dei cinque anni pattuiti.
Si potrebbe discutere dell’iniziativa russa di insediare un contingente di peacekeeping nel Nagorno-Karabakh in assenza di un mandato formale da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, come invece di norma avviene. L’operazione non ha mai ricevuto una ratifica o un’estensione multilaterale da altre organizzazioni regionali riconosciute, come l’OSCE; tuttavia, dal punto di vista del diritto internazionale, la legittimità della presenza militare russa si reggeva sul consenso degli Stati interessati. La base legale era esclusivamente l’Accordo di cessate il fuoco del 9 novembre 2020, firmato congiuntamente dai leader di Armenia (Nikol Pashinyan), Azerbaigian (Ilham Aliyev) e Russia (Vladimir Putin). In questo scenario mancavano norme di ingaggio certe e così avvenne che le forze russe rimanessero – probabilmente spinte in tal senso da Mosca – del tutto inanimate di fronte all’intervento militare dell’Azerbaigian nel 2023. Quando Baku ha infine ritirato il consenso alla presenza di truppe straniere, è venuta a mancare la copertura giuridica all’intervento di peacekeeping e, con un’offensiva lampo, l’Azerbaigian ha liquidato definitivamente l’enclave armena.
Sempre restando in tema di diritto internazionale, è legittimo porsi la domanda sul motivo per cui il Nagorno-Karabakh non sia mai riuscito ad assumere una personalità giuridica internazionale, con tutto ciò che ne consegue in termini di tutele. Se è assodato che gli insorti avessero acquisito effettività nel controllo del territorio – caratteristica necessaria per reclamare la statualità –, il dubbio permane sui motivi che non hanno permesso di elevare l’Artsakh a Stato sovrano. A margine, è doveroso ricordare che non è mai arrivato alcun riconoscimento ufficiale da parte degli altri Stati, Armenia compresa, anche se questo si sarebbe comunque limitato a una dichiarazione politica senza valore giuridico internazionale vincolante. Ritornando all’attribuzione della personalità giuridica, Erevan cercò di giustificare lo status dell’enclave appellandosi alla celebre sentenza della Corte Internazionale di Giustizia del 1986 nel caso Nicaragua contro Stati Uniti, affermando che vi fosse stato un mero sostegno logistico e non un “controllo effettivo” dell’Armenia sui movimenti indipendentisti.
Tuttavia, nel 2015, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), nel caso Chiragov e altri c. Armenia, ha stabilito che la Repubblica dell’Artsakh non era un’entità indipendente, bensì un territorio sotto il “controllo effettivo globale” (overall effective control) di Erevan, che ne garantiva la sopravvivenza militare, politica ed economica. Le forze armate regolari armene non si erano limitate a proteggere l’enclave, ma avevano occupato militarmente sette distretti circostanti interamente azeri al solo scopo di creare una fascia di sicurezza. Questo aveva portato, già nel 1993, all’adozione di quattro risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (la 822 del 30 aprile, la 853 del 29 luglio, la 874 del 14 ottobre e la 884 del 12 novembre) con la richiesta del ritiro immediato e incondizionato di tutte le forze di occupazione.
Dato che l’Armenia inviava i propri militari regolari a presidiare i confini dell’enclave, appariva acclarato come le due realtà si sovrapponessero. In base a questo vizio d’origine, la comunità internazionale ha sì condannato l’intervento di Baku sotto il profilo umanitario, ma lo ha ritenuto formalmente legittimo per ripristinare la sovranità statale e far cessare l’illecito dell’occupazione. Il sicuro veto di Mosca ha impedito l’adozione di una risoluzione di condanna a livello di Consiglio di Sicurezza; per tale motivo, la reazione diplomatica si è limitata agli atti del Consiglio d’Europa e del Parlamento Europeo, privi di effetti pratici. Commissione e Consiglio Europei si sono invece attenuti a una rigida Realpolitik, calibrata sulla strategica dipendenza dalle forniture di gas da parte di Baku.
Una Realpolitik pragmaticamente portata avanti anche da Vladimir Putin che, senza troppi rimpianti, ha abbandonato l’Armenia al suo destino, convogliando i propri interessi verso l’asse Azerbaigian-Turchia (con Erdogan nelle vesti di sponsor di Aliyev). Mosca ha sacrificato l’ex alleato sull’altare del supporto e delle sponde logistiche ed economiche ricevute da Ankara nel mezzo del conflitto in Ucraina. A poco è servito a Erevan rivolgersi repentinamente a Occidente nel tentativo di ribaltare alleanze, sponde diplomatiche e forniture militari in luogo di quelle russe venute a mancare.
A livello territoriale, amministrativo e giuridico, il Nagorno-Karabakh è stato oggi completamente reincorporato nell’Azerbaigian: non gode di alcuna autonomia rispetto al resto del Paese e il governo di Baku applica il diritto costituzionale azero su tutta l’ex enclave, ora ridefinita formalmente come “Regione Economica del Karabakh”. Le città storiche come Stepanakert (ribattezzata Khankendi) e Shusha sono sotto lo stretto controllo statale. Il governo azero procede speditamente con il programma del “Grande Ritorno”, ricostruendo infrastrutture strategiche (strade, tunnel, centrali elettriche) e ripopolando l’area con cittadini azeri al posto degli oltre 100.000 armeni fuggiti nel 2023.
Per gli ex cittadini del Nagorno-Karabakh rifugiatisi in Armenia, si è creata una situazione che non è esagerato definire kafkiana. A coloro che per decenni avevano usato passaporti armeni speciali contrassegnati dal codice “070”, è stato comunicato che quei documenti non costituiscono una piena cittadinanza, costringendoli a percorsi di naturalizzazione formale per integrarsi nella Repubblica d’Armenia. Accettare la cittadinanza armena a pieno titolo comporta tuttavia la perdita dello status di rifugiato e della legittimità internazionale a rivendicare un futuro “diritto al ritorno” o la restituzione delle proprietà. Assodato che le speranze che ciò avvenga in futuro sono prossime allo zero, chi scegliesse di rifiutare la naturalizzazione entrerebbe in un definitivo e precario limbo di apolidia in Armenia.
Insieme ai profughi fuggiti è sfollato anche il governo allora presieduto da Samvel Shahramanyan, dopo che quest’ultimo aveva firmato il decreto di scioglimento di tutte le istituzioni a partire dal 1° gennaio 2024. In seguito, una volta al sicuro, Shahramanyan ha dichiarato nullo quel documento poiché estorto sotto minaccia armata da parte di Baku. L’idea iniziale era di mantenere in vita una forma di governo in esilio con sede a Erevan, ma attualmente queste autorità – la cui leadership è passata ad Ashot Danielyan – non sono riconosciute nemmeno dalla stessa Armenia, che vive la loro presenza come un pericoloso ostacolo alla stipula di un trattato di pace definitivo con l’Azerbaigian. In forza di questo assunto, la magistratura armena ha approvato il sequestro delle proprietà legate al governo in esilio e la stessa Rappresentanza Permanente dell’Artsakh a Erevan è stata oggetto di decreti governativi di sgombero.
La parabola del Nagorno-Karabakh lascia così in eredità una lezione brutale e disincantata sullo stato delle relazioni internazionali contemporanee. Per trent’anni, l’Artsakh è stato l’archetipo dello “Stato fantasma”, un’isola giuridica ed etnica sospesa tra il principio di effettività e l’isolamento diplomatico. La causa della sua fine, che ha provocato una catastrofe umanitaria con l’azzeramento di una presenza antropologica millenaria, trova ragione in una verità incontrovertibile: il primato degli interessi particolari che animano la geopolitica. Un Consiglio di Sicurezza bloccato sui veti incrociati, un’Unione Europea divisa tra la richiesta di tutela umanitaria e l’interesse vitale all’approvvigionamento energetico, e un coacervo di interessi che intreccia Russia e Turchia in uno scambio di favori geopolitici tra il Caucaso e il conflitto in Ucraina hanno decretato la fine dei giochi. Con il conseguente capovolgimento putiniano dall’Armenia all’Azerbaigian, l’Artsakh si è trovato a essere il classico vaso di coccio di manzoniana memoria, costretto a muoversi in mezzo a vasi di ferro. E, alla fine, a rimanere frantumato.
