Chloé Maurel

La governance internazionale nella «protezione del vivente» è al centro delle discussioni. Nel luglio 2021, il segretario generale dell’ONU, il portoghese António Guterres, aveva così espresso una posizione forte, ritenendo «altamente auspicabile» la creazione del crimine di «ecocidio», includendolo nell’elenco dei crimini giudicati dalla Corte penale internazionale.

Alcuni Paesi hanno già innovato riconoscendo diritti alla natura, ad esempio ai fiumi. È il caso dell’India e della Nuova Zelanda che, dal 2017, riconoscono la personalità giuridica a dei fiumi, come il Gange e lo Yamuna (India), e il fiume Whanganui (Nuova Zelanda), al fine di garantire il loro diritto a essere preservati nella loro integrità.

Bisogna continuare in questa direzione, estendendo il concetto ai diversi elementi della natura: fiumi, mari, foreste, zone umide, zone aride, animali…? Come nel recente film Le Procès du chien, che affronta in modo umoristico ma in fondo serio la possibilità di considerare gli animali come persone giuridiche. Oppure è meglio concentrarci sui diritti degli esseri umani, che oggi nel mondo sono ben lontani dall’essere garantiti?

Esaminiamo alcune iniziative che tendono a preservare le entità viventi, il loro fondamento filosofico, giuridico e politico, prima di valutare la portata dei legami profondi tra i diritti degli esseri umani e i diritti della natura.

Iniziative pionieristiche

Sono innanzitutto i popoli indigeni ad aver considerato la natura come una persona a tutti gli effetti. Così, dal 1870 in Nuova Zelanda, la tribù Iwi si batteva per questo riconoscimento riguardo al fiume Whanganui. Questo fiume, lungo quasi 300 chilometri, è stato infine riconosciuto nel 2017 dal Parlamento neozelandese come un’entità vivente, con lo status di «personalità giuridica», per tutta la sua lunghezza, compresi i suoi affluenti e le sue rive.

Parallelamente, in India, i due fiumi sacri, il Gange e lo Yamuna, sono stati elevati al rango di «entità viventi aventi lo status di persona giuridica» dall’Alta Corte dello Stato himalayano dell’Uttarakhand. Ciò consente ai cittadini di agire in giudizio per proteggere questi fiumi e combattere contro il loro inquinamento industriale, già drammatico.

Il movimento si è ampliato negli anni successivi: «Dall’Ecuador all’Uganda, dall’India alla Nuova Zelanda, attraverso vie costituzionali, legislative o giurisprudenziali, fiumi, montagne e foreste vedono progressivamente riconosciuto loro lo status di persone giuridiche, quando non è la natura nel suo insieme – la Pachamama (la Madre Terra) – a essere promossa a soggetto di diritto».

Per la prima volta in Europa, la Spagna ha, attraverso il suo Senato, riconosciuto nel 2022 dei diritti alla «Mar Menor», una laguna di acqua salata situata sulla costa mediterranea, nei pressi di Murcia.

Riflessione filosofica, giuridica e politica

Questi movimenti, provenienti nella maggior parte dei casi da gruppi di cittadini molto sensibili alle questioni ecologiche, si basano su riflessioni filosofiche, politiche e giuridiche.

Queste considerazioni trovano la loro origine negli anni Settanta, periodo di sviluppo del pensiero ecologista. Nel 1972, il giurista americano Christopher Stone aveva pubblicato un saggio molto apprezzato: Gli alberi devono poter avere un avvocato?, sostenendo la causa delle venerabili e antiche sequoie giganti della California. Un cambiamento concettuale da salutare, secondo la giurista Marie Calmet, come una «rivoluzione democratica». Ella apprezza in particolare la decisione dell’Ecuador «dove i cittadini si sono espressi tramite referendum a favore dei diritti della Pachamama (la Madre Terra), nell’ambito della Costituzione adottata nel 2008».

Tuttavia, in un momento in cui esseri umani soffrono e muoiono in condizioni atroci, dalle imbarcazioni di migranti nel Mediterraneo alle zone di guerra in Ucraina, Sudan, Repubblica Democratica del Congo o Gaza, non sarebbe forse meglio concentrare gli sforzi della comunità internazionale sugli esseri umani? Non sarebbe forse meglio dare priorità alle vite umane rispetto alle vite degli alberi e dei corsi d’acqua?

Diritti del vivente e diritti degli esseri umani

In realtà, si tratta delle due facce della stessa medaglia. Il recente movimento di pensiero «One Health» («una sola salute»), che si è sviluppato all’interno delle istituzioni sanitarie nazionali e internazionali durante la crisi del Covid-19 (2019-2022), ritiene che sia necessario «pensare alla salute all’interfaccia tra quella degli animali, dell’uomo e del loro ambiente, a livello locale, nazionale e mondiale».

Di fronte alle crisi sanitarie e ambientali, si tratta di «trovare soluzioni che rispondano contemporaneamente alle problematiche sanitarie e alle sfide ambientali»: il 60% delle malattie infettive umane ha infatti un’origine animale e l’inquinamento di un fiume o di una falda acquifera colpisce la popolazione circostante.

Il concetto di One Health «collega quindi la salute dell’uomo alla salute degli animali, così come alla salute delle piante e dell’ambiente. Questo approccio globale offre una visione d’insieme per comprendere e agire di fronte alle diverse problematiche, che risultano tutte interconnesse: le attività umane inquinanti che contaminano l’ambiente; la deforestazione che fa nascere nuovi agenti patogeni; le malattie animali che colpiscono gli allevamenti; le stesse malattie animali che finiscono per essere all’origine di malattie infettive per l’uomo (le zoonosi)».

Come analizza Gilles Bœuf, biologo e specialista della biodiversità, l’obiettivo è ormai, per i difensori della natura, che One Health diventi «un progetto politico», «mettendo in atto, ad esempio, strumenti partecipativi», e occorre comprendere che l’affermazione e la protezione dei diritti del vivente vanno nella giusta direzione «per il benessere dei cittadini».

È quindi essenziale tenere conto del fatto che la salute umana, la salute animale e la salute vegetale sono collegate e che la protezione della natura (fiumi, foreste, mangrovie, animali…) va nella giusta direzione per preservare il modo di vita delle nostre società.

Un’interconnessione tra l’ambiente naturale e gli interessi delle popolazioni umane che implica il superamento dei confini statali: la comunità internazionale, ovvero l’ONU e le sue agenzie (OMS, Unesco, FAO, OMM…), è particolarmente ben posizionata per garantire una regolamentazione di questi interessi attraverso convenzioni internazionali.

Essa potrebbe quindi occuparsi di queste sfide per stabilire una legislazione internazionale volta a preservare il vivente in tutte le sue forme, a beneficio dell’intera umanità.

Prima pubblicazione: https://theconversation.com/