Chloé Maurel

Con la creazione dell’OIL, e successivamente dell’ONU, «la sicurezza sociale è diventata un diritto umano fondamentale ed è stata codificata come tale nei trattati internazionali», come il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali del 1966, come ricorda il Centro Europa-Terzo Mondo (CETIM). Tuttavia, come osserva il CETIM, «l’80% della popolazione mondiale è escluso, totalmente o parzialmente, dal sistema della sicurezza sociale. Peggio ancora, l’attuazione delle politiche neoliberiste a livello planetario, da tre decenni, va nella direzione di uno smantellamento o, almeno, di un indebolimento della sicurezza sociale nei Paesi in cui quest’ultima era invece stata istituzionalizzata e universalizzata con successo dopo la Seconda guerra mondiale».

Qual è la situazione oggi e quali sono le tendenze per il futuro? Un nuovo rapporto dell’OIL fornisce alcuni elementi di risposta. Sottotitolato Protezione sociale universale per l’azione climatica e una transizione giusta, esso associa due importanti problematiche: il cambiamento climatico e la protezione sociale. Infatti, gli autori osservano che se ormai più della metà della popolazione mondiale è coperta da una forma di protezione sociale, 3,8 miliardi di persone, soprattutto nei Paesi del Sud globale, continuano a non beneficiare di alcuna forma di protezione sociale. Eppure si tratta di un imperativo, perché fa parte dei diritti umani promossi dall’ONU. Il diritto alla salute e alla protezione sociale è un diritto economico e sociale.

Le aggressioni all’ambiente: acceleratori delle disuguaglianze sociali

Il cambiamento climatico, l’inquinamento e l’impoverimento della biodiversità sono identificati dagli autori del rapporto come fattori che compromettono gravemente il futuro della fascia più vulnerabile della popolazione mondiale. Il rapporto invita a rispondere con urgenza attraverso una «rapida evoluzione verso una transizione giusta», più precisamente consentendo l’avvento di una «protezione sociale universale». Perché i Paesi poveri – e i loro abitanti – dispongono di meno risorse rispetto ai Paesi ricchi per affrontare gli eventi climatici estremi e le epidemie. Tuttavia, anche nelle regioni più favorite, come l’Europa, le disuguaglianze sociali e ambientali si alimentano reciprocamente, e le persone più povere sono spesso colpite più duramente dalle catastrofi ecologiche o dalla precarietà energetica. Esse sono maggiormente esposte agli inquinanti e ai problemi di salute ambientale. Mathilde Viennot, specialista delle questioni relative alle disuguaglianze e alla protezione sociale, ricorda che gli eventi climatici, come le inondazioni, gli uragani, le ondate di calore e le siccità, «hanno causato 142.000 decessi aggiuntivi e sono costati 510 miliardi di euro al continente europeo negli ultimi 40 anni, secondo l’Agenzia europea dell’ambiente. Queste cifre continuano ad aumentare e a mettere sotto pressione i modelli di protezione e i sistemi sanitari». Inserito nel quadro del monitoraggio del Programma di sviluppo sostenibile all’orizzonte 2030, il rapporto dell’OIL rileva i progressi compiuti a livello mondiale per quanto riguarda l’estensione della protezione sociale. Basandosi su queste osservazioni, invita i responsabili politici e le parti sociali ad aumentare i loro sforzi, osservando che una buona protezione sociale aiuta le popolazioni a essere più resilienti di fronte al cambiamento climatico. Il rapporto osserva che attualmente, per la prima volta, più della metà della popolazione mondiale (52,4%) è ormai coperta da almeno una prestazione di protezione sociale, contro il 42,8% del 2015. Purtroppo, ciò significa che, se l’evoluzione proseguirà a questo ritmo su scala mondiale, saranno ancora necessari 49 anni – fino al 2073 – affinché ogni persona sia coperta da almeno una prestazione di protezione sociale. Il rapporto evidenzia quindi una «prospettiva scoraggiante»: i Paesi più vulnerabili alla crisi climatica sono estremamente impreparati, poiché nei 20 Paesi più vulnerabili alla crisi climatica solo l’8,7% della popolazione è coperto da una forma di protezione sociale; complessivamente, 364 milioni di persone non beneficiano di alcuna protezione. Circa il 75% della popolazione dei 50 Paesi più vulnerabili rispetto al clima non beneficia di una copertura sociale. Ciò significa che «2,1 miliardi di persone devono attualmente affrontare le devastazioni del cambiamento climatico senza disporre di alcuna protezione, potendo contare soltanto sulle proprie conoscenze e sui propri familiari per resistere». Il rapporto sottolinea che oggi, su un insieme di 164 Paesi studiati, l’83,6% della loro popolazione ha il diritto di accedere gratuitamente, o quasi, ai servizi sanitari. Ma questa percentuale è inferiore ai due terzi nei Paesi a basso reddito. Le spese sanitarie a carico delle famiglie restano un vero problema di giustizia sociale. Secondo lo studio, nel 2019 avrebbero spinto 1,3 miliardi di persone nella povertà. Una copertura sanitaria universale (CSU) sarebbe quindi una delle risposte proposte per affrontare questa situazione. La CSU si collega all’obiettivo del «piano di protezione sociale» (PPS), promosso dall’OIL con la collaborazione dell’OMS dal 2010, che mira a «creare una base solida per la crescita economica, offrire una garanzia sociale contro la povertà persistente e attenuare le conseguenze degli shock economici e delle crisi».

I Paesi del Sud globale in prima linea per favorire l’avvento della CSU

All’interno delle Nazioni Unite vi sono forze che spingono in una direzione progressista, a favore della CSU, un’idea che si sta affermando da circa quindici anni, in particolare sotto la pressione dei Paesi del Sud globale. Nel dicembre 2012, la risoluzione «Salute globale e politica estera» dell’Assemblea generale dell’ONU, adottata a larghissima maggioranza, ha riconosciuto l’importanza della CSU.

Questo documento definisce la CSU come l’accesso di tutti a servizi sanitari e a medicinali di base al tempo stesso di qualità e accessibili economicamente per gli utenti. È una tappa importante, nella quale l’OMS ha svolto un ruolo, poiché nel 2008 questa organizzazione ha ritenuto che far pagare le cure agli utenti costituisse il «metodo più iniquo per finanziare i servizi sanitari». L’OMS, che sostiene l’istituzione della CSU, ha chiesto un ampio sforzo redistributivo dei Paesi ricchi nei confronti dei Paesi poveri.

Nel suo intervento alla 65ª Assemblea mondiale della sanità, nel maggio 2012, Margaret Chan, allora direttrice generale dell’OMS, ha affermato che «la copertura sanitaria universale costituisce il concetto più efficace che la sanità pubblica possa offrire».

Diversi governi hanno già iniziato a muoversi in questa direzione: la Cina, la Thailandia, il Sudafrica e il Messico sono tra le prime potenze emergenti ad aver aumentato in modo significativo le loro spese pubbliche sanitarie. Numerosi Paesi del Sud globale, come l’Indonesia, l’India, il Vietnam, il Mali, la Sierra Leone, lo Zambia, il Ruanda, il Ghana e la Turchia, la includono tra le loro priorità nazionali e/o hanno istituito sistemi di accesso gratuito alle cure per una parte della popolazione, costituendo così i primi passi verso la creazione di una CSU. L’Ecuador ha, nella sua nuova Costituzione del 2008, affermato il diritto alla salute e alla gratuità dei servizi pubblici sanitari, come sottolinea l’allora ministra ecuadoriana Carina Vance. Il Senegal, dal canto suo, ha adottato la CSU nel 2013. Poi, nel 2015, la CSU è stata inclusa negli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’ONU (OSS 3.8).

Un’attuazione complessa

Alcuni governi ritengono tuttavia che la sua definizione resti imprecisa e la sua misurazione incerta. I mezzi da attuare sono lasciati alla sovranità degli Stati (consigliati e sostenuti dalle organizzazioni internazionali, ma anche dalle ONG, dalle fondazioni, dalle imprese private, ecc.), in funzione delle priorità e dei contesti nazionali. Ora, in molti Paesi, la salute è anche un «mercato», nel quale operano numerosi attori, con una visione divisa tra bene pubblico e interessi lucrativi.

Come fa Nathalie Janne d’Othée in un rapporto sul debito sociale pubblicato nel 2016 dal CADTM (Comitato per l’abolizione dei debiti illegittimi), occorre anche ricordare che molti Paesi sono stati costretti a «ridurre la spesa pubblica e liberalizzare i servizi pubblici», sotto la pressione della Banca mondiale e del FMI, «con i piani di aggiustamento strutturale imposti ai Paesi in via di sviluppo alle prese con la crisi del debito negli anni ’80-’90». «Appena un decennio più tardi, gli esperti riconoscevano già le falle di questo modello […] Tuttavia, nonostante il fallimento evidente del libero scambio e dell’austerità, la stessa ricetta viene oggi riproposta per far uscire l’Europa dalla crisi economica. I piani di austerità imposti alla Grecia hanno, per esempio, conseguenze dirette sull’accesso alle cure sanitarie e quindi sullo stato di salute della popolazione greca», scrive la ricercatrice.

È per tutte queste ragioni che sono state create una struttura sostenuta dall’ONU chiamata «CSU2030», che «costituisce una piattaforma in cui il settore privato, la società civile, le organizzazioni internazionali, gli ambienti universitari e le organizzazioni governative possono collaborare per accelerare i progressi equi e sostenibili verso la CSU e per rafforzare i sistemi sanitari a livello mondiale e nazionale», nonché una giornata mondiale di sensibilizzazione, che si svolge ogni 12 dicembre.

In conclusione, spetta alle forze progressiste modellare i concetti di diritto alla protezione sociale e di copertura sanitaria universale nella direzione della giustizia sociale. Il rapporto 2024-2026 dell’OIL sulla protezione sociale, aggiungendo l’urgenza rappresentata dagli sconvolgimenti climatici, contribuisce a questo obiettivo.

Prima pubblicazione: https://www.equaltimes.org/