Francesco Segoni
Nel giro di pochi anni, la geografia politica dell’America del Sud è cambiata in modo radicale. Dopo il ciclo della cosiddetta seconda marea rosa, inaugurato dalla vittoria di Gabriel Boric in Cile (2021), Gustavo Petro in Colombia (2022) e culminato con il ritorno di Luiz Inácio Lula da Silva in Brasile (2022), il continente ha compiuto un testa-coda, almeno sul piano elettorale. Tra il 2025 e il 2026, Bolivia, Cile, Perù e Colombia hanno infatti scelto governi di centrodestra o di destra, accodandosi all’Ecuador di Daniel Noboa e all’Argentina di Javier Milei, pionieri dell’inversione di tendenza.
Il quadro è ormai abbastanza nitido. In Bolivia la lunga egemonia del Movimento al Socialismo di Evo Morales e Luis Arce è stata interrotta dalla vittoria di Rodrigo Paz, espressione di un centrodestra pragmatico e orientato al business. In Cile José Antonio Kast ha riportato la destra muscolare e nostalgica di Pinochet alla Moneda dopo il ciclo progressista di Gabriel Boric, facendo leva soprattutto su sicurezza e controllo dell’immigrazione. In Perù il ritorno del fujimorismo con Keiko Fujimori, figlia dell’ex presidente Alberto, ha segnato una delle rivincite politiche più sorprendenti della regione, dopo tre sconfitte consecutive alle presidenziali. In Colombia il conservatore Abelardo de la Espriella ha sconfitto di misura la sinistra rappresentata da Iván Cepeda, chiudendo il primo esperimento di governo nazionale del progressismo colombiano guidato da Gustavo Petro.
Si può essere tentati d’interpretare questi risultati come una fisiologica oscillazione del pendolo: il voto come reazione inevitabile, prevedibile alla fatica del potere, che consuma il consenso e accumula le aspettative disattese. Più probabilmente, invece, siamo di fronte alla manifestazione di una crisi più strutturale: una combinazione di crisi economiche, deterioramento (reale o percepito) della sicurezza pubblica, perdita di fiducia nelle istituzioni e una crescente richiesta di efficacia dello Stato. La «nuova destra sudamericana» non è un blocco ideologico compatto: è una molteplicità di forze politiche diverse, ma accomunate dalla capacità di intercettare domande rimaste senza risposta.
Il primo elemento che avvicina questi Paesi è proprio il tema della sicurezza e del controllo dell’ordine pubblico. Non siamo certo di fronte a una novità: l’America Latina è da decenni la regione più violenta del mondo in termini di omicidi intenzionali, il narcotraffico è una metastasi che si espande attraverso reti transnazionali, forme di estorsione sempre più sofisticate e una porosità rispetto ai movimenti guerriglieri che alimenta e rafforza l’uno e gli altri. I governi uscenti si fanno semplicemente rimproverare di non aver preso la questione sul serio, o non abbastanza.
In Colombia il parziale fallimento della ‘Paz Total’ di Gustavo Petro ha rafforzato la percezione che lo Stato stesse perdendo il controllo di ampie porzioni del territorio. In Perù l’esplosione delle estorsioni e della criminalità urbana è diventata il principale tema della campagna elettorale. In Cile, un Paese tradizionalmente percepito come uno dei più sicuri della regione, l’aumento degli omicidi e l’arrivo di organizzazioni criminali internazionali hanno prodotto un cambiamento psicologico prima ancora che statistico. Persino in Bolivia, dove la questione della sicurezza è rimasta meno centrale rispetto alla crisi economica, il rafforzamento delle reti del narcotraffico ha contribuito alla sensazione di uno Stato meno capace di esercitare il monopolio della forza.
Si tratta di dinamiche ben cononsciute al di là della regione. Anche in Europa, pur in un contesto oggettivamente molto meno violento, la sicurezza è diventata una delle determinanti del comportamento elettorale. E se in Europa le destre populiste indicano i barconi che attraversano il Mediterraneo come una variabile della stessa equazione securitaria, il numero crescente di haitiani e venezuelani per le strade di Bogotà e Santiago è usata come arma retorica dalle forze che promettono ordine e controllo.
La sicurezza non spiega tutto. Il secondo grande fattore comune è la crisi della governabilità. Tutti e quattro i Paesi sudamericani citati hanno attraversato negli ultimi anni una crescente difficoltà delle istituzioni nel produrre decisioni efficaci. La Bolivia è arrivata alle elezioni dopo la devastante frattura interna al Movimiento al Socialismo tra Evo Morales e Luis Arce, che ha dissolto il sistema politico che bene o male aveva retto vent’anni. In Colombia il governo Petro ha incontrato enormi difficoltà nell’attuare il proprio programma riformatore, mentre in Cile Gabriel Boric si è scontrato con un sistema politico altamente frammentato e con il fallimento del processo costituente. La gravità del collasso istituzionale del Perù è testimoniata dai numeri: otto presidenti negli ultimi dieci anni, di cui tre sottoposti a impeachment, due convinti a dimettersi per evitare la procedura e un sesto che ha subito una mozione di censura parlamentare.
Gli elettori di questi quattro paesi non sembrano aver premiato tanto o solo programmi economici o posizioni socio-culturali più conservatrici. Hanno premiato candidati percepiti come «efficientisti»: più che uomini forti, uomini pratici. La domanda politica prevalente non è tanto «meno Stato» (come nel caso dei Repubblicani negli Stati Uniti), quanto «uno Stato che funzioni». Su questo punto emergono anche le differenze più importanti.
In Bolivia, il voto ha rappresentato soprattutto la fine del lungo ciclo del MAS di Evo Morales. La crisi economica, caratterizzata dall’esaurimento del modello fondato sulle rendite del gas naturale, dalla scarsità di valuta estera e dalla paralisi prodotta dalla lotta tra Arce e Morales, ha reso inevitabile un’alternanza che pochi anni prima sembrava impensabile.
In Cile, invece, la dinamica è quasi opposta. L’economia rimane relativamente solida nel confronto regionale, mentre la questione decisiva è stata la ridefinizione delle priorità dell’elettorato dopo il ciclo aperto dalle proteste del 2019. Se allora il dibattito era dominato da disuguaglianza, diritti sociali e nuova Costituzione, nel 2025 la sicurezza pubblica e l’immigrazione sono diventate le principali preoccupazioni.
La vittoria della destra in Perù appare come il tentativo di uscire da una crisi permanente della rappresentanza politica. Gli elettori avevano già bocciato Keiko Fukimori tre volte negli ultimi quindici anni. Il messaggio era chiaro: chiunque, tranne la figlia dell’ex presidente Alberto, portatrice di un cognome che nel paese è sinonimo di clientelismo, corruzione e metodi mafiosi di gestione del dissenso. Alla fine però si sono rassegnati all’idea che quel nome sia anche l’unico centro di gravità capace di offrire stabilità. Il ritorno del fujimorismo è meno il segno di una nostalgia ideologica che il bisogno di fermare la giostra a qualunque costo.
La Colombia, infine, rappresenta probabilmente il test politico più significativo. Per la prima volta la sinistra aveva conquistato democraticamente il potere a livello nazionale; la vittoria del candidato conservatore nel 2026 non cancella questa novità storica, ma segnala i limiti incontrati dal progetto di Gustavo Petro nel tradurre un’ambiziosa agenda di trasformazione in risultati percepiti come concreti, soprattutto sul terreno della sicurezza.
Se dunque esiste una svolta a destra, essa non è uniforme. Le nuove leadership sudamericane condividono alcune priorità: sicurezza, controllo dell’immigrazione, rilancio degli investimenti privati, disciplina fiscale. Ma nascono da contesti politici differenti. Non esiste oggi un equivalente regionale del consenso di Washington né una nuova piattaforma ideologica comune comparabile alla prima marea rosa dei primi anni Duemila. La vera novità di questa svolta a destra non è tanto il ritorno del conservatorismo, quanto la crisi delle promesse politiche che hanno dominato l’ultimo decennio. La sinistra ha spesso interpretato il malcontento come una domanda di maggiore giustizia sociale; la destra ha saputo intercettarlo come una richiesta di ordine e sicurezza, conquistando il consenso sulla promessa di ristabilire la governabilità. Resta il grande interrogativo del Brasile. Le elezioni del 2026 potrebbero rafforzare ulteriormente la presenza di governi conservatori nel continente oppure confermare la capacità del sistema politico brasiliano di produrre equilibri più complessi. In ogni caso, sarebbe prematuro leggere il voto brasiliano come il tassello conclusivo di un mosaico già definito. La storia politica latinoamericana insegna che i cicli elettorali sono raramente lineari.
