Corradino Mineo
“Timeo Danaos et dona ferentes”. Laocoonte provò invano a non far abbattere le mura della città per accogliere quello strano dono dei Greci. Oggi è Giorgia Meloni il Cavallo di Troia con cui si tenta di distruggere l’Europa, riaprendo la ferita delle guerre civili novecentesche e mettendo in questione diritti e tutele conquistati in 80 anni. Il 23 agosto, il New York Times l’ha presentata come il volto di “un’Italia post-fascista che apre alla destra radicale la strada per il potere”, riferendosi in modo esplicito alla possibilità che, dopo di lei, Marine Le Pen vinca le presidenziali del 2027.
Al giornale americano Meloni è piaciuta quando ha risposto per le rime agli insulti di Trump. “Mi ha implorato di farci un selfie. Serve un ordine restrittivo”. “L’Italia e io non imploriamo mai”. Ma lo ha fatto, continuando a sostenere l’idea di un unico Occidente. Cioè, ventilando il ritorno, concluso il mandato di Trump, al sistema di alleanze che ha consentito agli Stati Uniti di dominare — per dirla con parole sue — “l’orbe terraqueo”.
Tuttavia, il giornale non ha evitato di chiedere: “Meloni è fascista?”. Risposta sfuggente: “È una storia particolarmente complessa”. Il NYT si è risposto che “Giorgia” è nata nel 1977, molto dopo la fine ingloriosa del fascismo, e che, giunta al governo, ha criticato regimi “totalitari e autoritari” e le “leggi razziali” di Mussolini. Ma ha aggiunto che è sempre rimasta legata al sentire dei circoli neofascisti di fine secolo. Come il suo di Colle Oppio, in cui approdò a 15 anni. In quei luoghi si rifugiava una gioventù derelitta, che si sentiva perseguitata dalla cultura di sinistra, offesa dalle sentenze dei giudici che allora cominciavano a caricare di ergastoli, per omicidi e stragi, i fratelli maggiori, fascisti degli anni ’60, assediata dall’idea che la Repubblica fosse nata dalla Resistenza e dall’Antifascismo.
Ma sta proprio qui, nel legame con quel passato più recente, il fascismo moderno di Giorgia Meloni. Il suo grido giudaico-cristiano, “Sono Giorgia, una donna, una madre, sono italiana e sono cattolica”; la voglia di sdoganare Orban mentre corteggiava Von der Leyen; l’amicizia per il “franchista” Abascal, che l’ha spinta a denunciare l’accordo di libera circolazione con la Spagna, sapendo che da Ceuta nessun migrante poteva prendere un traghetto per l’Europa. Ed è dalla complicità con quei giovani che nasce il patto che con Fratelli d’Italia (26% alle elezioni 2022): “A me la politica, a voi tutte le nomine”.
Gli italiani ne pagano le conseguenze. Perché non è lo stesso pescare i personaggi da piazzare nei ministeri, nelle istituzioni culturali, a presiedere organi amministrativi e di garanzia nelle anticamere sempre affollate da ambiziosi e trasformisti, come erano le sale d’aspetto della DC e del PSI, o invece selezionarli tra sparuti gruppi di neofascisti resilienti, che grondano frustrazione e desiderio di rivalsa.
Due ministri della Cultura, una del Turismo e un sottosegretario alla Giustizia sono stati travolti da figure barbine, indegne di un Paese civile. Una direttrice è stata cacciata dalla tenace protesta dei professori d’orchestra. La Rai ha dirigenti con “zero tituli”, avrebbe detto Mourinho. Il ministro Nordio ha sottratto a un mandato d’arresto della Corte Penale Europea e riaccompagnato in Libia, su un aereo di Stato, un torturatore e assassino di migranti.
Meloni si fa fotografare con la premier socialdemocratica danese per dire no agli sbarchi, ma tace della prigione che ha costruito in Albania per rimpatriare i richiedenti asilo prima che tocchino il suolo d’Italia, ma che resta vuota perché il governo ha ignorato le leggi che i magistrati sono invece tenuti a far osservare.
A ciascuno degli altri due partiti della maggioranza, “Lega per Salvini” e “Forza Italia”, Meloni ha concesso un vicepresidente del Consiglio e due riforme: la prima per consentire alle regioni del Nord di non sostenere il Meridione, la seconda per imbavagliare i magistrati, almeno quelli che indaghino politici. Una è stata bocciata dalla Corte Costituzionale, l’altra da un’ampia maggioranza in un referendum popolare.
Resta Fratelli d’Italia, che è il cuore nero della nazione, la profezia di quel che potrebbe venire in Europa. “Questi non sono più nemmeno fascisti”, sbotta Franco Cardini, ottimo storico del Medioevo, con una cultura di destra.
È vero. Detestano la Resistenza, vogliono la testa di liberali e progressisti, ma sanno poco di Ciano, del Gran Consiglio che depose Mussolini, né hanno mai letto Gentile, che pure riformò la scuola, né inteso i nomi di Mosca e Pareto, intellettuali della destra prima del ventennio.
Un partito siffatto, se Meloni riuscisse a imporre la “legge truffa” elettorale — indicazione del premier, né collegi uninominali né preferenze, premio di maggioranza che trasformi il 42% dei voti nel 54% dei seggi — e se vincesse, diverrebbe lo strumento ideale di un potere totalitario.
Ma, se le Sorelle e i Fratelli d’Italia si sentissero minacciati, scapperebbero dal pollaio per comprare al mercato l’ideologia più canaglia che gli si offra. È quel che sta accadendo da quando la guerra ibrida di Putin ci ha messo tra i piedi Vannacci, un generale filorusso, che esalta la “Decima” MAS del fascista e golpista principe Borghese, che vuole cacciare i migranti fino alla terza generazione e restaurare il patriarcato.
Meloni deve inseguirlo. Si contraddice due volte al giorno. Avete capito se stia coi “volenterosi”, con Putin o ancora con Trump?
Intanto i guerrieri si preparano a uscire dal cavallo per fare strage di diritti nelle strade e nelle dimore di Troia.
