Maurizio Donini
Alla vigilia del crollo dell’Unione Sovietica, la Georgia era ancora una Repubblica Socialista Sovietica (RSS) formalmente federata all’URSS, ma sempre più insofferente verso il controllo centrale di Mosca. La frattura definitiva deflagrò con il trauma del 9 aprile 1989, quando a Tbilisi le truppe speciali dell’esercito sovietico repressero nel sangue una manifestazione pacifica pro-indipendenza (21 morti, tra cui molte donne, uccise a colpi di badili da trincea e intossicate da gas asfissianti). L’eccidio recise ogni legame psicologico con Mosca, accelerò la spinta nazionalista e aprì la strada al referendum e alla dichiarazione di piena indipendenza del 9 aprile 1991.
La prima presidenza democraticamente eletta nel Paese caucasico fu appannaggio di Zviad Gamsakhurdia, già leader della dissidenza antisovietica. Nel nuovo ruolo, Gamsakhurdia impostò una politica marcatamente nazionalista al grido di “La Georgia ai georgiani”, abolendo le autonomie territoriali e allarmando le minoranze non georgiane (in primis osseti e abkhazi). Tra la fine del 1991 e l’inizio del 1992, un violento colpo di Stato militare guidato da signori della guerra locali — la milizia dei Mkhedrioni di Jaba Ioseliani e la Guardia Nazionale di Tengiz Kitovani — rovesciò Gamsakhurdia, precipitando il Paese nella guerra civile. Per tentare di stabilizzare la neonata repubblica fu richiamato al potere Eduard Shevardnadze, ex ministro degli Esteri sovietico di Gorbačëv.
Tuttavia, la neo-repubblica ereditava tutte le storture dell’impianto burocratico sovietico, accompagnate da una corruzione endemica a ogni livello istituzionale. Il risultato fu una paralisi strutturale con casse pubbliche vuote, salari e pensioni non erogati per mesi e infrastrutture al collasso, testimoniate dai continui blackout elettrici nella stessa Tbilisi. In una cornice di tale debolezza statale si consolidarono le due repubbliche de facto di Abkhazia e Ossezia del Sud, mentre il governo centrale non riusciva a esercitare la propria autorità neppure sulla regione sud-occidentale dell’Agiaria, trasformata in un feudo personale dal signore locale filorusso Aslan Abashidze.
Il progressivo allontanamento dall’orbita sovietica favorì l’emersione di nuove energie nella società georgiana, portando alla ribalta una generazione di giovani giuristi e politici educati in Occidente e guidati da Mikheil Saakashvili (ex ministro della Giustizia), Zurab Zhvania e Nino Burjanadze. Lo scontro tra il vecchio establishment post-sovietico e le nuove leve riformiste giunse al culmine con le elezioni parlamentari del novembre 2003. Di fronte alla palese manipolazione dei risultati da parte della coalizione di governo fedele a Shevardnadze — smentita dagli exit poll indipendenti, dai conteggi paralleli delle ONG e dai rapporti degli osservatori dell’OSCE che denunciarono brogli sistematici — il Paese scese in piazza. Per tre settimane, centinaia di migliaia di cittadini manifestarono pacificamente lungo Rustaveli Avenue a Tbilisi, animati dal movimento giovanile Kmara! (“Basta!”) e dalla coalizione di opposizione. Il 22 novembre 2003, mentre Shevardnadze tentava di inaugurare la sessione del parlamento contestato, esplose la Rivoluzione delle Rose (Vardebis Revolutsia): Saakashvili e i manifestanti fecero irruzione nell’aula parlamentare stringendo in pugno rose rosse come simbolo di non-violenza. Preso atto del rifiuto dell’esercito e delle forze speciali di sparare sulla folla, e a seguito di una mediazione diplomatica facilitata anche dal ministro degli Esteri russo Igor Ivanov, Shevardnadze rassegnò le dimissioni il 23 novembre per scongiurare un bagno di sangue. La Rivoluzione delle Rose ha rappresentato il punto di svolta fondamentale della storia contemporanea georgiana: chiuse la complessa transizione post-sovietica, inaugurò la stagione delle “rivoluzioni colorate” nello spazio ex-sovietico e riposizionò stabilmente la traiettoria geopolitica di Tbilisi su un asse filoccidentale ed euro-atlantico.
Eletto nel gennaio 2004 con oltre il 96% dei consensi, Mikheil Saakashvili inaugurò una stagione di riforme radicali volta a trasformare una repubblica post-sovietica sull’orlo del fallimento in un’economia di mercato dinamica e aperta agli investimenti occidentali. Sul piano interno, l’amministrazione promosse una decisa lotta alla corruzione sistemica: emblematica fu la cancellazione immediata dell’intero corpo della polizia stradale (oltre 30.000 agenti congedati in un solo giorno), sostituito da una polizia di prossimità addestrata secondo standard occidentali. Attraverso una profonda deregolamentazione economica, tagli fiscali e la privatizzazione di asset statali, la Georgia registrò tassi di crescita del PIL a doppia cifra (prossimi al 10% annuo tra il 2004 e il 2007) e scalò rapidamente le classifiche internazionali sul clima d’affari (Ease of Doing Business). A questo slancio riformatore si affiancò un’opera di consolidamento statale: dopo la pacifica reintegrazione dell’Agiaria nel maggio 2004, Tbilisi riprese il controllo istituzionale della gola di Kodori in Abkhazia nel 2006, ristabilendovi una presenza amministrativa lealista. Il nuovo corso, tuttavia, non fu esente da derive autoritarie e contraddizioni interne: la concentrazione del potere esecutivo, l’uso disinvolto dell’esproprio per pubblica utilità e la violenta dispersione delle proteste di piazza dell’opposizione nel novembre 2007 misero in luce la natura iper-presidenziale e verticistica del modello saakashviliano, spingendo il presidente a dimettersi per cercare una riconferma anticipata (ottenuta nel gennaio 2008 con un più risicato 53%).
Non potendo contrastare direttamente l’ascesa diplomatica di Tbilisi sul piano politico, il Cremlino adottò una strategia ibrida di strangolamento economico e pressione asimmetrica: nel 2006 impose un embargo totale sulle esportazioni chiave georgiane (vino, acque minerali Borjomi e prodotti ortofrutticoli), interruppe i collegamenti aerei, postali e marittimi diretti e avviò campagne di deportazione di massa di cittadini georgiani residenti nella Federazione Russa. Nelle regioni separatiste di Abkhazia e Ossezia del Sud, Mosca accelerò la distribuzione su larga scala di passaporti russi (passportisation) alla popolazione locale, costruendo il pretesto giuridico per un futuro intervento militare a tutela dei «cittadini russi all’estero» — uno schema che avrebbe poi costituito l’antefatto delle operazioni nel Donbass. Parallelamente, i contingenti di peacekeeping russi schierati ai sensi degli accordi del 1992 e 1994 abbandonarono ogni neutralità, fornendo armamenti pesanti, supporto logistico e ufficiali di comando alle milizie separatiste locali.
Il catalizzatore della crisi fu il Vertice NATO di Bucarest dell’aprile 2008. La dichiarazione finale produsse un fragile compromesso geopolitico: a fronte dell’opposizione di Germania e Francia (timorose di provocare una rottura traumatica con Mosca), a Georgia e Ucraina fu negato l’accesso al Membership Action Plan (MAP), inserendo tuttavia nel comunicato la solenne promessa che entrambi i Paesi sarebbero divenuti membri dell’Alleanza. Questo esito si rivelò un errore strategico: privò Tbilisi della copertura difensiva dell’Articolo 5, segnalando contestualmente a Mosca che la finestra temporale per impedire militarmente l’allargamento a est era aperta. Nei mesi successivi, provocazioni a catena, scambi di artiglieria lungo le linee di contatto in Ossezia del Sud e l’ammassamento di truppe russe al confine (esercitazione Kavkaz-2008) tesero la trappola in cui il governo georgiano cadde nell’agosto 2008.
Come successivamente documentato dal rapporto ufficiale della commissione d’inchiesta indipendente dell’Unione Europea guidata dall’ambasciatrice Heidi Tagliavini (Tagliavini Report, 2009), le milizie separatiste ossete intensificarono gli attacchi con mortai e cecchini contro i villaggi georgiani per forzare la reazione di Tbilisi. Nella notte tra il 7 e l'8 agosto 2008, l’artiglieria georgiana bombardò Tskhinvali e lanciò l’offensiva di terra per «ripristinare l’ordine costituzionale». Tuttavia, le forze georgiane non riuscirono a bloccare l’accesso meridionale del tunnel di Roki: la 58ª Armata russa irruppe in forze, aprì un secondo fronte in Abkhazia e tagliò in due il Paese occupando città strategiche come Gori e il porto di Poti. Pur nel quadro delle preordinate provocazioni di Mosca, Tbilisi risultò aver avviato una guerra convenzionale su larga scala in violazione del diritto internazionale; contestualmente, Stati Uniti e NATO non intervennero sul piano militare, vanificando i calcoli di Saakashvili.
Le ostilità cessarono a circa quaranta chilometri dalla capitale grazie alla mediazione diplomatica del presidente di turno del Consiglio Europeo, Nicolas Sarkozy. L’accordo in sei punti negoziato con Dmitrij Medvedev portò al ritiro delle forze russe dalle aree incontestate della Georgia, ma Mosca mantenne e ampliò la propria presenza armata in Abkhazia e Ossezia del Sud: il 26 agosto 2008 il Cremlino ne riconobbe unilateralmente l’indipendenza, determinando l’immediata rottura delle relazioni diplomatiche da parte di Tbilisi e la formalizzazione dello status di «territori sotto occupazione militare russa».
La traiettoria estera della Georgia ha assunto da allora una fisionomia paradossale. Sul piano normativo, il Parlamento ha blindato le aspirazioni occidentali approvando tra il 2017 e il 2018 l’Articolo 78 della Costituzione, che vincola tutti gli organi dello Stato a garantire la piena integrazione nell’UE e nella NATO. All’indomani dell’invasione russa dell’Ucraina, il 3 marzo 2022 Tbilisi ha presentato domanda formale di adesione all’Unione Europea; dopo una prima fase interlocutoria (in cui a Kiev e Chișinău fu riconosciuta la candidatura e alla Georgia solo la «prospettiva europea»), il Consiglio Europeo ha formalmente concesso a Tbilisi lo status di Paese candidato nel dicembre 2023, vincolandolo a nove riforme strutturali.
Tuttavia, il percorso si è bruscamente interrotto nel 2024 con la svolta autoritaria del partito di governo Sogno Georgiano. Nonostante manifestazioni oceaniche di piazza e il veto — poi superato — della presidente filo-europea Salomé Zourabichvili, il parlamento ha approvato la controversa «Legge sulla trasparenza dell’influenza straniera», modellata sulla normativa russa sugli agenti stranieri. A fronte della mancata revoca della legge, il Consiglio Europeo ha dichiarato il processo di adesione de facto congelato. Le elezioni parlamentari dell’ottobre 2024 hanno confermato la maggioranza a Sogno Georgiano tra documentate denunce di brogli, coercizione e il mancato riconoscimento del voto da parte delle opposizioni. La crisi è culminata con l’annuncio del primo ministro Irakli Kobakhidze di congelare l’apertura dei negoziati di adesione e rifiutare i fondi europei fino al 2028, accompagnato da una dura repressione dei movimenti pro-UE.
Si è così consolidato un netto paradosso geopolitico: a fronte della totale assenza di relazioni diplomatiche de jure dal 2008, le autorità del paese persegue un progressivo riallineamento pragmatico con Mosca, aprendo una frattura profonda con la società civile e allontanando la Georgia dagli obblighi costituzionali di integrazione euro-atlantica.
La relatrice Rasa Juknevičienė (PPE, Lituania) ha usato toni netti contro la linea del governo georgiano: “La leadership di Sogno Georgiano continua a smantellare le istituzioni democratiche e a mettere a tacere i media indipendenti, ricordando come il paese detenga uno dei numeri più alti di prigionieri politici della regione (tra i quali la vincitrice del premio Sakharov Mzia Amaglobeli). Questo è inaccettabile per un paese candidato all’adesione all’UE. Dobbiamo ora procedere verso l’imposizione di sanzioni coordinate a livello UE contro i responsabili della repressione e dell’appropriazione dello Stato“.
A testimonianza della vitalità della società civile e della sua strenua opposizione alla normalizzazione autoritaria, nel 2023 il popolo filoeuropeo della Georgia e l’ex Difensore Pubblico (Ombudsman) Nino Lomjaria sono stati formalmente candidati al Premio Sakharov per la libertà di pensiero del Parlamento Europeo. Durante il suo mandato costituzionale, Lomjaria si è distinta nella difesa dei diritti civili delle fasce più vulnerabili: in particolare dei rifugiati e degli sfollati interni (IDP) fuggiti dalle regioni occupate di Abkhazia e Ossezia del Sud, delle minoranze etniche e religiose e dei giornalisti indipendenti. Questa candidatura ha formalizzato sul piano multilaterale la distinzione tra la popolazione georgiana — tenacemente allineata ai valori europei e alla tutela dei diritti umani — e l’involuzione verticistica impressa dai vertici di Sogno Georgiano.
(1a puntata. Continua)
