Piero Graglia
L’Unione europea è un animale politico a sangue freddo per quanto riguarda il suo funzionamento: molti aspetti tecnici, un’architettura istituzionale vasta e complessa, procedure e processi che non sono di immediata comprensione; eppure, questo animale a sangue freddo è capace di smuovere passioni smisurate a favore o contro, coinvolgendo discorsi politici che, spesso, si fermano alla pura apparenza. L’ultimo caso alla ribalta è quello del voto contrario alla riapertura del processo di adesione che gli islandesi hanno espresso un paio di giorni fa. Si tratta di un evento che coinvolge un paese grande più o meno come un terzo dell’Italia (103 mila chilometri quadrati di estensione), abitato da 397 mila abitanti. Il nostro Paese ha un’estensione di 301 mila chilometri quadrati ma di abitanti ne ha sessanta milioni. Questo tanto per dare un’idea di cosa stiamo parlando: non dell’adesione di milioni di popolazione bensì di un paese con gli stessi abitanti di Firenze città, con l’estensione della Padania più l’Emilia Romagna.
In più, c’è da dire che il voto doveva soltanto portare alla riapertura del negoziato per una eventuale futura adesione (sospesa nel 2015, undici anni fa) e non rappresentava di per sé una messa in discussione delle relazioni presenti con l’Unione, che restano quello che sono: profonde e significative, sul piano economico e commerciale, nell’ambito dello Spazio economico europeo. Questo dovrebbe portare le tante voci entusiaste di questo voto a un ridimensionamento sulla base della realtà dei fatti. L’islanda non ha detto no all’Unione europea, vuole mantenere i rapporti con l’Unione così come sono adesso e non vuole modificarli. Ma quali sono questi rapporti?
L’Unione europea al momento assorbe il 66% delle esportazioni islandesi, composte prevalentemente di prodotti della pesca e di materie prime. Gli scambi commerciali sono organizzati attraverso il sistema dello Spazio economico europeo (SEE), una realtà che include tutti i Paesi dell’UE più quelli che le orbitano intorno: Svizzera, Norvegia, Islanda, Groenlandia (parte autonoma dello stato danese) e tutti i vicini che stringono con l’UE accordi di associazione.
Da questo punto di vista quello che è successo non dovrebbe smuovere grandi passioni. Non dovrebbe, invece si osserva la destra populista saltare sui banchi festante e i proeuropeisti in gramaglie. Much ado about nothing avrebbe detto Shakespeare, molto rumore per nulla: tutto resta come prima ed è perfettamente comprensibile la perplessità di un paese significativamente esteso geograficamente, che trae gran parte del suo sostentamento dalla pesca, che resiste alla prospettiva di condividere tale risorsa con mezzo miliardo di europei su un piano di parità. Le acque islandesi non vogliono aprirsi alla pesca spagnola, tedesca, francese e in questo ripetono quello che successe con la Norvegia nel 1972 (all’epoca la Norvegia scoprì il petrolio nel Mare del Nord, e aggiunse questa fortuna alle perplessità sulla pesca) e con altri paesi che hanno reputato più conveniente sul piano puramente economico non trasformare la loro relazione economica in piena adesione.
Però, attenzione: l’Islanda è fattualmente parte del sistema economico europeo, e questo sin dall’inizio del processo di integrazione europea. Concorre con l’Unione europea a determinare le regole che la interessano ma poi è assente nelle sedi dove queste regole vengono votate da quelli che, attualmente, sono i 27 membri dell’Unione. La sua parte, quindi, è quella della partecipazione opportunista: prende i vantaggi dello spazio economico europeo e del mercato unico senza gli oneri. Però poi paga gli oneri finanziari di questa partecipazione al club, così come fanno la Svizzera e la Norvegia e così come farà anche il Regno Unito una volta definiti completamente i termini delle sue relazioni con l’Unione dopo la Brexit. Quindi saltare sui banchi per il trionfo dell’indipendenza è una stupidaggine perché ciò che trionfa oggi non è l’indipendenza bensì l’interdipendenza, e il problema delle relazioni tra l’UE e gli Stati che orbitano nella sua area economica e commerciale, restando in vigile attesa, sembra sempre di più quello di articolare nella maniera più conveniente possibile le loro relazioni con “il club”. Se qualche politico in cerca di facili consensi vuole definire questo un “no” all’Unione europea, si accomodi, ma a me sembra si tratti di puro calcolo economico, restando intoccata la convenienza commerciale e “politica” di condividere regole e regolamenti.
Se poi passiamo a considerare i Paesi candidati all’ingresso, vediamo come i processi siano molto simili e l’approccio identico: trarre il massimo vantaggio possibile. I Balcani occidentali, compresa Albania, Kosovo e Montenegro, l’Ucraina, la Georgia, la Turchia, sono tutti paesi che a livello diverso hanno profonde relazioni con l’Unione e le articolano con modalità volta per volta ritenute più convenienti per loro e per l’Unione stessa. Dicono che in democrazia succede così: ogni volta si stringono accordi di associazione con linee guida molto chiare e specifiche per descrivere ogni situazione, negoziando insieme i termini.
Ciò che sorprende e un po’ fa sorridere è l’ignoranza dei populisti che oggi sono pronti a sventolare bandiere di indipendenza facendo finta di ignorare, o ignorando tout court, la realtà dei processi di interdipendenza che l’esistenza dello Spazio economico europeo e dell’Unione europea ha creato in Europa e intorno a essa. Si tratta di una propaganda che ha facile presa se si considera l’apparenza dei fatti (il “no all’Europa”), ma che risulta destituita di ogni validità una volta che si ragiona sulle questioni senza buttare la palla in tribuna.
Lo vogliano o meno Salvini e Le Pen (e Meloni) l’interdipendenza effettiva dei Paesi di quel vasto spazio economico e sociale che è l’Europa non conferma il loro entusiasmo, dice semplicemente che i populisti vivono in un’altra epoca, quella degli “imperi” o degli stati interamente sovrani e interamente indipendenti, che è come dire ciò che, oggi, nessuno può essere.
