Giuseppe Sacco

Un racconto ammonitore

Come sa ogni bambino cresciuto nel mondo anglofono, “a cautionary tale” è una storia che contiene una morale e un monito. Vale a dire, un racconto che insegna a non fare cose avventate o pericolose, a non indulgere in comportamenti insensati. Ed è esattamente ciò che, nelle parole del Financial Times, è diventata l’esperienza di Giorgia Meloni: «un racconto ammonitore per i leader europei tentati di credere che l’affinità ideologica con Donald Trump comporti anche una protezione politica».

Fino a tempi assai recenti, la Presidente del Consiglio italiana era infatti «una delle più devote alleate europee del Presidente degli Stati Uniti». Un’alleata, tuttavia, alla quale è stato recentemente insegnato — e nel modo più duro — che l’idea di difendere l’interesse nazionale del proprio Paese non si concilia facilmente con la visione aggressiva di “America First”, tipica del movimento MAGA.

Quando era all’opposizione, la Meloni era stata infatti invitata per due volte a parlare alla Conservative Political Action Conference, la vetrina politica annuale dei repubblicani americani. E, nel 2018, Steve Bannon — all’epoca ideologo del movimento MAGA — era persino intervenuto come ospite di rilievo ad Atreju, il festival politico del partito della Meloni.

L’errore di Giorgia Meloni

Successivamente, tuttavia, nel suo ruolo di Presidente del Consiglio, la Meloni, con il prudente pragmatismo che aveva progressivamente adottato, ha deluso Trump e i sostenitori fanatici della linea dura di “America First”. In particolare, quando «Roma si è rifiutata di consentire alle forze armate statunitensi di utilizzare le basi militari italiane per bombardare l’Iran, cosa che gli italiani non gradiscono». Un disaccordo «che si è immediatamente trasformato in una rottura personale», con Trump che ha dichiarato che la Meloni «mancava di coraggio» e l’ha persino accusata - in occasione di un successivo incontro dei capi di Stato e di governo - di «elemosinare» una fotografia con lui per rafforzare la propria posizione nei sondaggi d’opinione in patria.

Alcuni osservatori si sono immediatamente chiesti se avesse commesso un grave errore strategico, sottolineando che da quel momento era iniziata una guerra di reciproci insulti che - secondo Amy Kazmin, responsabile della redazione romana del Financial Times - era, fin dall’inizio, difficilmente destinata a concludersi con «il ripristino della relazione un tempo amichevole». Anche perché Steve Bannon si è unito alla disputa, dicendo ai media italiani che la Meloni aveva «tradito i propri principi fondamentali». Altri osservatori hanno invece sottolineato che «agli occhi di Trump, la Meloni si era resa colpevole di lesa maestà», poiché in quell’occasione aveva mancato di mostrare al capo quella deferenza che i subordinati devono ai loro superiori.

Alla fine di agosto, sempre il Financial Times ha pubblicato una lettura altamente istruttiva e ammonitrice, fornendo in qualche modo la morale della storia. Un’analisi che sostiene chiaramente il punto secondo cui la Presidente del Consiglio italiana aveva effettivamente sbagliato nel ritenere che la condivisione con Trump di una visione politica di estrema destra potesse garantire al suo governo un rapporto privilegiato con gli Stati Uniti. Un articolo che mostra però altrettanto chiaramente come il provincialismo dell’attuale Presidente americano e i suoi tentativi di affermarsi come egemone globale lo rendano praticamente incompatibile con la posizione internazionale di qualsiasi Paese come l’Italia, la cui società è estremamente aperta al mondo nel suo complesso.

Ciò è testimoniato non soltanto da esperienze storiche secolari, ma è stato confermato anche nel corso di oltre mezzo secolo successivo al Trattato di Roma, grazie alla sincerità - persino in qualche misura ingenua - praticamente unica, tanto tra i Sei originari quanto tra gli attuali Ventisette, con cui l’Italia ha abbracciato il tentativo del dopoguerra di costruire un’unità europea oggettivamente difficile.

Inoltre, in tempi ancora più recenti, la società italiana ha confermato di occupare una posizione ben definita nella comunità delle nazioni del mondo - e in un modo il cui impatto è destinato a dimostrarsi molto più duraturo e irreversibile - perché, nel corso degli ultimi decenni, ha integrato un flusso di immigrati di grande rilevanza e, nel bene e nel male, un’importante seconda e persino terza generazione di «nuovi italiani».

Due fenomeni che i nuovi conservatori «all’europea» accusano oggi, opportunisticamente, di avere creato seri problemi di convivenza interna. Fenomeni, peraltro, che sono apparentemente l’opposto di quelli che hanno accompagnato l’emigrazione italiana all’estero nel corso del secolo 1871–1971, ma che sono invece sostanzialmente «contrari ed eguali» a questi ultimi nel loro impatto sulla creazione di una relazione permanente tra l’Italia e il resto del mondo.

Non soltanto in casi politici di grande rilievo come quello di Sacco e Vanzetti, una cause célèbre durata sette anni, segnata da un diniego di giustizia che suscitò un’ondata di indignazione e niente meno che una guerra culturale internazionale, e che diffuse nel mondo. l’immagine dell’Italia ome di un paese tolllerante in tutte le opinioni politiche, e assai diverso degli Stati Uniti. Ma anche in casi che misero in luce contributo al patrimonio culturale mondiale di grandi personalità italo-americane come, Arturo Toscanini ed Enrico Fermi, oltre a Guglielmo Marconi, Antonio Meucci, Rodolfo Valentino, Enrico Caruso. E poi altri personaggi, meno conosciuti ma non meno importanti - come Amedeo Giannini, che nel 1904 fondò la Bank of Italy. Due anni dopo ebbe un ruolo di primo piano nella ricostruzione di San Francisco; poi, nel 1930, ne cambiò il nome in Bank of America che, dieci anni più tardi, si diceva fosse la banca più forte del mondo. Per non parlare del nostro contemporaneo Federico Faggin, lo scienziato che, realizzo’ il primo microprocessore e rese il computer fisicamente possibile.

La società italiana ha infatti stabilito, e in una certa misura continua a mantenere, legami permanenti con tutte le principali nazioni, oltre a fornire un contributo duraturo alle comunità scientifiche, accademiche, culturali, imprenditoriali e professionali di alto livello di altri Paesi, come la Francia e gli Stati Uniti. Contributi che, tuttavia, hanno finito per mettere in luce qualcosa di piuttosto inatteso: che esiste un’evidente differenza culturale e civilizzazionale e di civiltà tra l’Italia, da un lato, e le principali nazioni europee, come Francia, Gran Bretagna e, soprattutto, Germania, dall’altro. E un divario politico.

L’Italia vista dall’estero

L’ipotesi secondo cui un’affinità ideologica e una comunanza di visione con Donald Trump potessero garantire a una coalizione europea di destra un canale privilegiato verso Washington si è dunque rivelata, in definitiva - almeno nel caso italiano - un grave errore di prospettiva.

Innanzitutto perché, come già osservato, il nazionalismo americano tende - come ha sempre fatto - a essere profondamente isolazionista ed «eccezionalista», con scarsa propensione a concedere un trattamento preferenziale ai propri partner europei della NATO o a comprendere le sfumature delle loro esigenze istituzionali. Un vero divario politico che contribuisce a spiegare le serie difficoltà emerse infine nel rapporto tra il Presidente americano e la Meloni, la quale, nonostante provenga sotto ogni punto di vista da una sottocultura neofascista storicamente marginale, è tuttavia vincolata dal fatto di essere - e di essere inevitabilmente percepita dall’estero come - la Presidente del Consiglio della Repubblica italiana nata nel 1946.

In secondo luogo, dobbiamo però anche considerare il modo in cui questa differenza si inserisce in un più ampio contesto culturale e sociologico, nel quale l’Italia ha storicamente manifestato un carattere distintivo specificamente politico. Non è infatti un caso che due personalità internazionali molto diverse abbiano, ciascuna a modo proprio, formulato osservazioni complementari sulla società italiana contemporanea: una persona esperta del mondo glamour e sofisticato della moda, di ascendenza afro-giamaicana e sino-giamaicana, come Naomi Campbell; e una rude creatura del deserto, esperta nella feroce lotta per la vita e per il potere, come il colonnello Muammar Gheddafi.

La prima, probabilmente sulla base della propria esperienza diretta, disse una volta che, tra i popoli che aveva conosciuto, gli unici a non essere razzisti erano gli italiani. Allo stesso modo, il secondo, sapendo molto bene di cosa stesse parlando, disse di preferire trattare con gli italiani piuttosto che con qualsiasi altro popolo, perché gli italiani erano gli unici occidentali privi di nostalgia coloniale.

Queste osservazioni, formulate da personaggi quali la supermodella e il leader libico sul carattere distintivo della società italiana e sull’assenza di pregiudizi razziali o di nostalgia per le illusioni imperiali e i crimini di Mussolini, sono in effetti più che credibili e toccano aspetti profondamente radicati dell’identità collettiva della nazione.

Un’apertura che, da un lato, facilita la proiezione internazionale e il dialogo del Paese, mentre, dall’altro, crea frizioni strutturali quando incontra leader rigidi o partner europei - la Francia o la Germania, per esempio, così come, più recentemente, la Gran Bretagna governata dai laburisti - plasmati da storie e ambizioni molto diverse in materia di colonialismo e imperialismo.

Per un capo del governo italiano, la sfida del posizionamento internazionale non risiede dunque nell’allineamento ideologico, ma nella gestione dei numerosi vincoli oggettivi imposti dal ruolo geopolitico ed economico del Paese, mettendo in equilibrio le superficiali affinità politiche con gli interessi nazionali duraturi.

La rozza convinzione fascista secondo cui chiunque si trovi al governo può fare ciò che vuole sulla scena internazionale così come su quella interna, purché abbia prima subordinato i media e la diplomazia al proprio potere, si scontra infine con il fatto che il ruolo internazionale dell’Italia, così come quello di altre democrazie avanzate e aperte analoghe, poggia in realtà su un tessuto economico e sociale ampio e complesso.

In questi casi, la politica estera non è condotta soltanto dallo Stato, ma anche dalla società; un fatto estremamente importante che costituisce la vera forza propulsiva delle interazioni internazionali del Paese. Così, mentre un regime fascista, o un’occasionale coalizione di potere autoritaria, potrebbe tentare di subordinare il comportamento della nazione e la proiezione della sua immagine sulla scena mondiale attraverso mezzi e canali di comunicazione globale strettamente controllati, l’azione internazionale dell’Italia difficilmente può, per sua stessa struttura, finire per emanare dagli uffici ministeriali o dalle direttive di un governo centrale.

Essa si proietta soprattutto sulla scena mondiale cavalcando il successo internazionale della produzione scientifica e culturale italiana, grazie ai consulenti italiani di management, attraverso la capillare rete delle aziende della moda, lungo le sofisticate catene del valore dei prodotti di lusso e del settore alimentare, insieme ai flussi turistici, e attraverso la comunità degli stranieri benestanti che scelgono di vivere nella Penisola per - come essi stessi spiegano apertamente - approfittare della «qualità della vita» del Paese.

Inoltre, questo pluralismo economico e relazionale costituisce anch’esso una sorta di barriera strutturalmente intoccabile: rende la politica estera di fatto immune dall’improvvisazione ideologica o dalla subordinazione propagandistica al «premier» o al ministro di turno, perché essa è vincolata dalle caratteristiche, dagli interessi reali e dalle interdipendenze precedentemente stabilite dal nostro Paese con il resto del mondo.

Tra Stato e società

La politica estera di un Paese - o meglio di una nazione, come sarebbe più preciso dire per sottolineare la dimensione sociologica e culturale (e come la stessa Meloni preferirebbe esprimersi) - non può essere la creazione di un solo uomo, sia esso un ministro degli Esteri come Bismarck o un dittatore come Mussolini, o persino un ex lobbista che ha avuto la brillante idea di irritare tanto l’Ucraina quanto la Russia assumendo l’ex ministro ucraino della Difesa, Mykhailo Fedorov, come consulente per la tecnologia militare del governo Meloni (e, per di più, dichiarando di averlo fatto «pensando soltanto a Roma, non a Mosca, Kyiv o Washington»).

La politica estera è sempre una creazione collettiva della società, che vi contribuisce secondo la propria cultura, il proprio carattere creativo e il proprio attaccamento alla libertà, come nel caso italiano. Oppure - come accade in altri Paesi europei - attraverso una tendenza alla disciplina acritica, una preferenza per la brutalità militarista e un’abitudine all’obbedienza e alla sottomissione.

Una politica estera concepita come monologo autoritario - l’esercizio di una forza imposta dall’alto da un «uomo solo al comando», che assuma la forma del calcolo machiavellico o della proiezione muscolare di una dittatura - presuppone una società considerata come materia informe che può essere plasmata o repressa, addestrata all’obbedienza e alla chiusura identitaria. Pratiche notoriamente difficili da imporre al popolo italiano.

Ma quando una nazione possiede un DNA sociale e culturale profondamente diverso - radicato nell’apertura spirituale, nella spinta alla ricerca e all’esplorazione, nella raffinatezza culturale, nell’ospitalità, nel patrimonio storico, negli scambi economici diffusi, nella curiosità verso il mondo e in una resistenza profondamente radicata all’autoritarismo, all’egemonia dogmatica o alla brutalità militarista - quel modello gerarchico comincia inevitabilmente a incrinarsi.

La politica estera diventa allora lo specchio fedele delle virtù civiche (o dei vizi) di un popolo: se la società è vitale, creativa e abituata a respirare a livello globale attraverso il lavoro, l’impresa e la cultura, ogni tentativo di confinarla entro strette gabbie ideologiche o forme di subordinazione mal calcolate è destinato a scontrarsi con la realtà dei fatti.

È precisamente questo attrito a rendere così fragili, nell’opinione pubblica italiana, le dichiarazioni retoriche nazionaliste quando affrontano la prova del governo: quando cercano di imporre una visione ristretta e provinciale a un Paese che, per storia e vocazione economica, vive e respira attraverso la propria osmosi con il resto del mondo. Si può dunque sostenere che questa resistenza sotterranea della società italiana costituisca oggi il vero baluardo contro tendenze autarchiche permanenti, o almeno ricorrenti, nel nostro posizionamento e nella nostra proiezione internazionale.

Un divario nella storia

Non vi è dubbio che la società italiana nel suo complesso possa ancora oggi essere considerata una comunità di qualità considerevolmente superiore rispetto alla triste coalizione che si è impadronita delle funzioni di governo e che finora ha trasformato la politica estera del governo Meloni in un simile fallimento.

Tanto più che, si magna licet componere parvis, si potrebbe facilmente constatare che lo stesso vale per l’altra parte della disputa Meloni-Trump: gli Stati Uniti. Gli USA, in quanto nazione, stanno indubbiamente attraversando un periodo di declino, ma non nella misura - francamente difficile da credere - che si può cogliere quando non si può fare a meno di valutare la qualità della loro attuale classe politica, il divario tra l’America di oggi e l’America di Trump e quella che abbiamo conosciuto sotto politici come i fratelli Kennedy e leader popolari come Martin Luther King.

Questo divario - quello tra la grandezza storica di una nazione, incarnata in periodi di grande idealismo e di «leadership» civica, e la mediocrità contingente di coloro che oggi, occasionalmente, finiscono per controllare le leve del potere - è un fenomeno che attraversa la storia di tutte le grandi repubbliche.

Ma quando il livello della classe dirigente declina, la capacità di ripresa di un Paese non è più affidata alle proclamazioni di coloro che governano, bensì alla fibra morale, culturale e civica della sua società più profonda. Ed è questa infrastruttura quasi invisibile, costituita da cittadini liberi, istituzioni indipendenti, scienziati e uomini di cultura - e dalla consapevolezza civica - che continua a sostenere l’edificio sociale anche quando la politica attraversa le sue epoche più buie.

I rapporti con gli altri popoli e, in ultima analisi, la collocazione di un Paese e della sia storia nel contesto globale sono, in breve, il risultato di una dinamica complessa nella quale agiscono due soggetti: da una parte le istituzioni dello Stato e, dall’altra, la società. La posizione storica di una nazione non può dunque mai essere il prodotto di un’imposizione dall’alto o dell’esercizio solitario del potere, ma piuttosto il risultato di una tensione e di un’osmosi continue tra la struttura statale e il tessuto intimo della società civile, con la sua cultura, la sua capacità produttiva e la sua apertura al mondo e agli altri popoli.