Giorgio Malfatti di Montetretto
Nel progressivo avvicinamento tra Russia e Iran, il Daghestan emerge come uno snodo di crescente rilievo strategico. Repubblica della Federazione Russa affacciata sul Mar Caspio, a maggioranza musulmana sunnita ma con una minoranza sciita significativa sul piano politico-religioso (circa il 5%), la regione combina fragilità interna e valore geopolitico. Per Mosca rappresenta una periferia da controllare e, al tempo stesso, una piattaforma di collegamento verso l’Iran, il Caucaso meridionale e l’Asia centrale. In un contesto segnato dalle sanzioni occidentali e dalla guerra in Ucraina, il suo peso supera ormai la dimensione locale.
Questa doppia natura — frontiera instabile e corridoio strategico — spiega perché la vicenda daghestana non possa essere ridotta alla sola dimensione securitaria. La regione è il prodotto di una lunga stratificazione di appartenenze etniche, religiose e politiche, che la dissoluzione dell’Unione Sovietica ha reso più visibili e difficili da governare. Dopo la fine dell’URSS, il Daghestan è stato attraversato da tensioni politiche, sociali e religiose, legate tanto all’indipendentismo caucasico quanto alla diffusione di correnti islamiste radicali.
La sua storia è spesso accostata a quella della confinante Cecenia, ma presenta tratti propri: una struttura sociale frammentata, un mosaico etnico complesso e un rapporto ambivalente con il centro federale russo. Il momento di svolta arrivò nell’estate del 1999, quando gruppi jihadisti provenienti dalla Cecenia, guidati da Shamil Basayev e Ibn al-Khattab, sconfinarono in Daghestan per sostenere il progetto di una repubblica islamica promosso dal predicatore Bagautdin Kebedov. L’operazione fallì in poche settimane. Gran parte della popolazione locale respinse l’imposizione di un progetto radicale percepito come estraneo alla propria tradizione religiosa e sociale, mentre milizie anti-wahhabite e reparti dell’esercito russo contrastarono l’avanzata dei combattenti. La sconfitta dei jihadisti aprì la strada a una nuova militarizzazione del Caucaso e contribuì al clima politico che precedette la Seconda guerra cecena.
Negli anni successivi, il Daghestan rimase esposto alla violenza jihadista. L’Emirato del Caucaso prima e le formazioni legate allo Stato Islamico poi alimentarono attentati, reti clandestine e processi di radicalizzazione. Episodi più recenti, dall’assalto, nell’ottobre del 2023, all’aeroporto della capitale di una folla inneggiante ad Hamas al momento dell’arrivo di un volo da Tel Aviv (nella repubblica vi è anche una comunità israelita), agli attacchi contro luoghi di culto e obiettivi di sicurezza, mostrano che la minaccia non è scomparsa, nonostante le autorità russe abbiano più volte dichiarato conclusa l’insurrezione locale. Alla persistenza di gruppi organizzati si sommano cellule autonome, bande criminali legate ai clan e individui auto-radicalizzati, rendendo il quadro securitario più frammentato e meno facilmente controllabile.
L’instabilità daghestana affonda anche in fattori economici e politici. La repubblica registra livelli elevati di povertà, disoccupazione, corruzione e criminalità rispetto ad altre aree della Federazione Russa, e dipende in larga misura dai trasferimenti federali: circa l’80% del bilancio locale proviene da sussidi di Mosca. Questo sostegno, pensato anche per prevenire una deriva simile a quella cecena, ha però alimentato pratiche clientelari e appropriazioni indebite da parte delle élite locali. A ciò si aggiunge una società fortemente multietnica e plurilingue, nella quale decine di comunità competono per risorse, rappresentanza politica e controllo delle attività economiche.
In questo contesto, la frattura tra islam tradizionale, radicato nelle confraternite sufi e sostenuto dal Muftiyat locale, e correnti salafite di più recente diffusione assume anche una dimensione sociale. Per una parte dei giovani marginalizzati, il radicalismo offre un’identità alternativa a un sistema percepito come corrotto e chiuso. Non sempre questa attrazione si traduce in militanza armata, ma contribuisce a mantenere aperto un terreno di vulnerabilità politica e culturale. Il Daghestan ha dunque un ruolo strategico che deriva dalla sovrapposizione tra storia, geografia e sicurezza. I legami con il mondo persiano e la posizione sul Caspio ne fanno, per Mosca, un possibile corridoio diplomatico e commerciale verso l’Iran. Per Teheran, invece, la regione offre uno spazio di influenza indiretta, fondato su relazioni culturali, religiose ed economiche. Si tratta di un soft power limitato ma significativo, che si inserisce nel più ampio processo di avvicinamento tra i due Paesi.
Il porto della capitale, Machačkala, unico scalo russo di acque profonde sul Mar Caspio operativo anche durante l’inverno, assume in questo quadro un’importanza particolare. Consente il collegamento con l’Iran e con i mercati dell’Asia centrale proprio mentre le sanzioni occidentali rendono più preziose le rotte alternative. La sua centralità per il trasporto di merci, per le infrastrutture energetiche e per la proiezione militare russa nel Caspio lo rende un asset strategico di primo piano.
La guerra in Ucraina ha accentuato questa centralità, trasformando infrastrutture prima considerate periferiche in obiettivi sensibili anche sul piano militare. Gli attacchi di droni ucraini contro obiettivi legati alla presenza russa nel Caspio indicano come il conflitto abbia ormai esteso i propri effetti oltre il teatro ucraino, coinvolgendo aree apparentemente marginali ma decisive per la logistica e la proiezione strategica di Mosca.
In conclusione, la “questione del Daghestan” non riguarda soltanto la sicurezza interna russa. Essa investe l’equilibrio tra centro e periferia nella Federazione, la gestione del radicalismo nel Caucaso, il ruolo del Caspio nelle nuove rotte euroasiatiche e il consolidamento dell’asse Mosca-Teheran. Proprio perché periferico, fragile e strategico al tempo stesso, il Daghestan si conferma uno degli osservatori privilegiati per comprendere le trasformazioni geopolitiche in corso nello spazio post-sovietico.
