Roberto Bertoni
C’è una notizia che, nella turbolenta estate appena trascorsa, è passata un po’ sotto silenzio, quando invece si tratta dell’evento geopolitico dell’anno, ed è il patto siglato lo scorso 7 agosto alla Mecca fra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan. La potenza petrolifera e religiosa per eccellenza (la sede in cui si è svolto l’incontro non è certo casuale), la seconda potenza militare della NATO e un Paese dotato dell’arma atomica, infatti, hanno unito le forze, decretando, di fatto, la fine dell’egemonia americana per quanto riguarda la difesa e la regolazione delle controversie internazionali. Del resto, il trumpismo altro non è che una dottrina isolazionista trasformatasi, nel corso del secondo mandato, in un regolatore del traffico privo di strategia o, peggio ancora, animato unicamente dagli interessi personali ed economici del suo dominus. Ciò che manca all’America contemporanea, dunque, non è neanche la volontà di esercitare un ruolo nel mondo, ma la capacità di farlo, stretta com’è fra la dottrina di Bannon, ispirata all’America First e al paleoconservatorismo degli anni Venti cui si rifà il suo ispiratore, il blando interventismo di Vance, il “bifolco” divenuto vicepresidente con palesi aspirazioni presidenziali, e l’interventismo di Rubio, il segretario di Stato di origini cubane che dei tre è il più simile alla vecchia dottrina del GOP di Reagan e dei Bush, oggi tuttavia soppiantata dal nuovo corso MAGA.
In pratica, negli Stati Uniti è nato un partito nel partito che ha finito col prevalere sui Repubblicani e indietro sarà impossibile tornare, specie se si considera che sono venuti meno tutti gli equilibri precedenti: quello bilaterale in auge fino all’89, terminato con l’abbattimento del Muro di Berlino e la dissoluzione dell’Unione Sovietica, e quello unilaterale post-’89, entrato in crisi nel 2001, quando la globalizzazione liberista e capitalista ha cominciato a mostrare evidenti segni di logoramento, acuiti dalla tragedia dell’11 settembre, e definitivamente crollato con il fallimento della Lehman Brothers nel settembre del 2008. È seguito un interregno, durato circa tre lustri, in cui le presidenze di Obama e Biden hanno illuso l’universo democratico e le sinistre europee che fosse ancora possibile seguire il filone della Terza via e del “sereno vento dell’Ovest”, salvo doversi scontrare, nel frattempo, con la prima presidenza Trump, con la Brexit in Gran Bretagna e con l’avanzata dei sovranismi in tutto il Vecchio Continente. Le guerre in Ucraina e in Medio Oriente, pertanto, altro non sono che la proiezione di questo quindicennio d’assenza: un interludio nel quale, per citare Gramsci, fra il non più e il non ancora sono emersi i mostri che oggi vediamo all’opera pressoché ovunque.
Tornando alla questione della nuova NATO del Golfo, non si tratta di un accordo militare in senso stretto quanto di un’intesa geopolitica che ha basi potentissime, rafforzata dall’elemento religioso: un tema che, nel nostro Occidente secolarizzato, tendiamo a sottovalutare mentre assume un’importanza cruciale in Medio Oriente e negli Stati cuscinetto, come per l’appunto la Turchia, fra questi due mondi.
Arabia Saudita, Turchia e Pakistan: non proprio il trionfo della democrazia, ma del resto, se oggi dovesse aver luogo una nuova Jalta, l’Europa ne sarebbe spettatrice, sempre che si voglia considerare Europa l’Inghilterra di Churchill che nel ’45 si sedette al tavolo dei Grandi per ridefinire le regole di convivenza del pianeta. Se oggi dovesse avvenire qualcosa di simile, insomma, non è da escludere che potrebbe aver luogo a Dubai o, magari, nuovamente in Arabia Saudita, officiante bin Salman, il principe stramiliardario che si è comprato i Mondiali del 2034 e progetta stadi futuristici, città da far sorgere nel deserto e uno sviluppo tecnologico e urbanistico simile a quello che avvenne alle nostre latitudini nel dopoguerra. Peccato che oggi l’Europa sia priva di statisti e pertanto, temiamo, destinata ad andare in frantumi, più che mai qualora dovessero salire al potere personaggi come Le Pen o Bardella in Francia, i semi-nazisti dell’AfD in Germania, i neo-franchisti di VOX in Spagna e altri “mostri”, per citare ancora Gramsci, il cui unico scopo è tornare alle piccole patrie e a un etno-nazionalismo da operetta, condannato ad affondare sotto i colpi delle potenze vere.
Quanto all’America, ribadiamo: o si compie il miracolo di una presidenza Ocasio, e allora potrebbe avere ancora un ruolo nel mondo, all’insegna di un New Deal in stile rooseveltiano e di un rilancio dei princìpi e dei valori cui noi stessi ci siamo ispirati per lasciarci alle spalle gli orrori del nazi-fascismo, o finirà col trasformarsi in una potenza periferica, tanto arrogante quanto incapace di incidere, quindi irresoluta e, di conseguenza, pericolosissima, dato che è impossibile convincere un popolo educato al “Destino manifesto”, in base a una visione quasi messianica (simile a ciò che rappresenta il miraggio della Terra promessa per gli ebrei), ad accettare un ridimensionamento. Una presidenza di Ocasio-Cortez, dicevamo, potrebbe proporre un orizzonte policentrico, con un’America protagonista ma non più Numero Uno, ma quanti connazionali sarebbero disposti a compiere un passo del genere? Quanta parte dell’opinione pubblica la seguirebbe lungo questo sentiero, imboccato, a modo suo, da Obama fra il 2008 e il 2016, ad esempio con le politiche distensive nei confronti del Medio Oriente e di Cuba, ma del tutto accantonato da Trump, dopo essere stato non poco ridimensionato dallo stesso Biden e mai davvero approfondito dalle candidate democratiche sconfitte, Clinton ed Harris?
Queste sono le premesse che hanno condotto alla nascita del già menzionato Patto del Golfo e questi sono i fondamenti di un nuovo ordine globale, in grado di ribaltare, centodieci anni dopo, la divisione a tavolino del fu Impero ottomano operata da Sykes e Picot, ossia da Gran Bretagna e Francia, il 23 maggio 1916. Se ci pensate, e non ce ne vogliano i puristi dell’interpretazione geopolitica, bin Salman, Erdoğan e Sharif hanno realizzato, in grande stile, ciò che il califfo al-Baghdadi aveva tentato di imporre attraverso la barbarie dell’ISIS. Il discorso è scivoloso, d’accordo, e non ci permetteremmo mai di paragonare tre leader politici di quel calibro a un’organizzazione terroristica, ma nell’epoca in cui tutti vogliono rendere di nuovo grande la propria nazione, i tre personaggi in questione altro non hanno fatto che questo, suggellando l’intesa nel contesto più iconico per il mondo musulmano.
Trump, in preda al proprio ego e a metà di una presidenza che sembra essergli sfuggita di mano, non sembra aver compreso la portata storica di quanto accaduto; l’Unione Europea neppure. Fatto sta che, d’ora in poi, l’universo euro-atlantico che ha dato le carte a partire dal ’49 dovrà fare i conti con una nuova realtà che, sommata ai BRICS, ci dice che il policentrismo e l’intesa rispettosa con attori un tempo impensabili siano l’unica via per scongiurare nuovi conflitti. E spiace dirlo, ma ciò vale anche per Putin, Xi Jinping e Kim Jong-un, che possono piacerci o non piacerci, ma sono a capo di tre potenze atomiche dalle quali dipendono i destini dell’Asia. Senza contare l’inarrestabile crescita demografica dell’Africa, che ci pone la sfida dell’integrazione e della convivenza nell’ambito di una società sempre più multiculturale e multietnica.
Il mondo maschile e machista di Jalta, la Cortina di Ferro, i blocchi contrapposti e le rispettive furie, all’opposto, hanno fatto il loro tempo. Anche per questo pensiamo che sia ora di rendere la NATO un qualcosa di diverso: un’alleanza culturale e diplomatica, geopolitica e geostrategica, e solo dopo militare, in grado di cooperare con il resto dell’umanità, non più disposta a subire una colonizzazione di fatto.
