Arrogante come Sarkozy e irresoluto come uno qualunque dei primi ministri della Quarta Repubblica, Emmanuel Macron sta conducendo la Francia verso una situazione da 1958, solo che stavolta non si scorge un De Gaulle all’orizzonte in grado di compiere un sostanziale colpo di Stato per restituire al Paese un minimo di stabilità e di sicurezza sociale. Del resto, il Generale era stato il capo della Resistenza francese al nazi-fascismo, dunque aveva i titoli per assumere il potere, pacificare il clima, favorire il processo di decolonizzazione che ebbe nel ‘60 il suo apice, riallacciare i rapporti con l’Algeria dopo che il prefetto Papon, il 17 ottobre 1961, aveva disseminato la Senna di cadaveri di algerini in rivolta e dar vita alla cosiddetta “Quinta Repubblica”, ormai giunta al capolinea.

Macron, pertanto, passerà alla storia come colui che ha posto fine a oltre sei decenni di benessere della Francia, consegnandola, per la prima volta dal dopoguerra, agli eredi dell’OAS e del maresciallo Pétain, da lui peraltro esaltato, in un’occasione, in quanto eroe della Prima guerra mondiale.

Questo è il contesto in cui si andrà a votare la prossima primavera, e anche le accuse scagliate contro La France Insoumise di Mélenchon, oltre a essere gravissime, risultano sinceramente ridicole, essendo falso al di là di ogni ragionevole dubbio che studenti e studentesse siano stati sobillati dalla sinistra. Se Parigi, Lione, Nantes e molte altre città della Francia, a cominciare dai quartieri più poveri e periferici, sono sull’orlo della guerra civile, con cassonetti dati alle fiamme, licei occupati e ragazze e ragazzi che protestano contro condizioni di vita scolastica disumane e degradanti, non è perché Mélenchon o chi per lui stiano soffiando sul fuoco, ma perché il macronismo è stato un fallimento dall’inizio alla fine. E la stretta da 54 miliardi annunciata dal primo ministro Lecornu per salvare i conti pubblici non farà che aggravare il contesto.

Un personaggio che si crede Napoleone quando non è nemmeno un Talleyrand, salito al potere approfittando di una crisi senza precedenti dei partiti tradizionali, già dieci anni fa alla frutta, e che da allora non ha fatto altro che massacrare i più poveri e favorire i più ricchi, umiliando il Parlamento ed esautorandolo, di fatto, della propria funzione di controllo attraverso il ricorso all’articolo 49.3, che conferisce al presidente della Repubblica i poteri di un monarca (nulla di illecito, ma andrebbe abolito all’istante per il bene della democrazia), questo soggetto non ha mantenuto in ordine i conti pubblici (le previsioni sul debito sono di un passaggio dal 116% attuale al 129% del Pil entro il 2031), ha fatto sì che le agenzie di rating declassassero la Francia al punto che oggi rischia di passare dalla A alla B (il verdetto di Moody’s arriverà il prossimo 23 ottobre e l’outlook è negativo), ha aggravato le disuguaglianze, già marcate ai tempi di Hollande, e oggi lascia intravedere uno scenario che ricorda da vicino i giorni delle banlieue, anno 2005, quando Sarkozy, per alimentare le proprie ambizioni presidenziali, definì i manifestanti “racaille”, feccia, con le conseguenze che sono sotto gli occhi di chiunque.

Purtroppo Macron è solo uno dei protagonisti in negativo di questa tragica stagione europea, caratterizzata dall’assedio delle guerre, dalla rottura dei legami con la Russia, in particolare a livello energetico ma non solo, dal disastro di Gaza, con annesse ricadute sull’ordine pubblico, più che mai in una società squassata da un crescente sentimento anti-ebraico (la Francia è pur sempre il Paese dell’affaire Dreyfus), e da un collasso dell’economia che rischia di mettere a repentaglio la tenuta stessa dell’euro. Tuttavia, è anche uno dei maggiori responsabili dell’aggravarsi della crisi con la Russia, in nome di una chiusura totale al dialogo con Putin che, oltre a far sì che dell’Ucraina non rimanga pietra su pietra, ci sta costando un dissesto delle finanze che rischia di divenire insanabile.

Poi c’è la Spagna, dove Sánchez è andato sotto in Parlamento su una legge intitolata “Maricarmen”, dal nome di una signora di ottantasette anni che rischia lo sfratto dalla casa in cui ha vissuto in affitto per settant’anni. Da abile pokerista qual è, il leader socialista potrebbe giocarsi l’all-in delle elezioni anticipate già a fine novembre, con il pericolo, però, di assistere a un’avanzata del Partido Popular ma, soprattutto, dei neo-franchisti di VOX. E dopo otto anni di governo, il logoramento si avverte e potrebbe avere riflessi imponderabili.

Senza dimenticare ciò che sta accadendo in Germania, dove nel Land del Meclemburgo-Pomerania, fino al 2022 approdo dei gasdotti North Stream, fatti saltare da militari ucraini per interrompere i rapporti economici del Vecchio Continente con Mosca, in quel Land, dicevamo, i neo-nazisti di Alternative für Deutschland hanno raggiunto il 37 per cento, mentre la CDU del cancelliere Merz non è neanche entrata in Parlamento. Il che fa seguito al tracollo dei partiti tradizionali in Sassonia-Anhalt, dove l’AfD ha stravinto con Ulrich Siegmund, inviando un primo avviso di sfratto non solo al già citato Merz, ma anche a quel che resta della socialdemocrazia. L’unica città in cui la sinistra ha retto è Berlino, grazie all’elezione di Elif Eralp, di chiare origini turche e musulmane e sostenuta dalla Linke, ossia dalla sinistra che non si vergogna di essere tale, nata dalla scissione di Oskar Lafontaine dall’SPD di Schröder, grande fautrice della Terza via, della Neue Mitte, dell’Agenda 2010, delle leggi Hartz e di altri disastri che ci hanno condotto fin dove siamo oggi.

In Gran Bretagna, infine, se il Labour ha ripreso colore è solo grazie ad Andy Burnham, antitesi del blairismo di Starmer, ma anche lì, stando ai sondaggi, temiamo che sia tardi, e l’incubo Farage si affaccia prepotentemente alla finestra.

Al che ci permettiamo di dire che noi non abbiamo nessun problema a definirci anti-putiniani e a denunciare i crimini dello zar di Mosca, partendo magari da Groznyj, dal teatro Dubrovka e dalla scuola di Beslan, quando mezzo Occidente era ai suoi piedi e lo accoglieva con le fanfare nei nostri parlamenti; saremmo lieti che compissero altrettanta denuncia coloro che, al pari di Merz, hanno pensato, o addirittura detto esplicitamente, che Netanyahu a Gaza sta facendo il “lavoro sporco” anche per noi. Ecco, no. Noi ci opponiamo con tutte le nostre forze al genocidio del popolo palestinese, alle occupazioni illegali dei territori palestinesi in Cisgiordania, alle rappresaglie continue contro la popolazione di Gaza e all’ormai insostenibile mancanza di sanzioni nei confronti di uno Stato che ha violato tutti gli standard internazionali. Se Netanyahu può parlare all’ONU e Abu Mazen no, capite bene che l’ordine globale è finito e regna il caos o, peggio ancora, la legge della giungla.

Non solo: denunciamo il silenzio complice di tanti, troppi intellettuali che finora si sono voltati dall’altra parte o che, in alcuni casi, hanno espressamente sostenuto leggi bavaglio e misure restrittive nei confronti del pensiero critico e di chiunque osasse manifestarlo.

Più che un’analisi, questa è una previsione: il 2027 potrebbe essere l’ultimo anno dell’Europa come l’abbiamo conosciuta dal ‘45 in poi e come l’abbiamo sognata dopo la fine della Guerra fredda. Rischiamo infatti, continuando di questo passo, di dover dire addio a Schengen, all’euro e all’idea di un continente risorto dalle macerie del secondo conflitto mondiale e determinato a trasformare in un progetto politico compiuto il “mai più” che ci eravamo giurati di fronte al ricordo di Parigi sotto assedio, delle città italiane martoriate, di Amburgo con le persone bruciate vive nei bombardamenti alleati e di Dresda rasa al suolo, compresi i bambini vestiti da Pierrot mentre festeggiavano il giovedì grasso. Di quello spirito, di quelle idee e di quegli statisti è rimasto poco o nulla. Oggi, quindi, siamo chiamati a interrogarci su cosa potrebbe restare di questo continente qualora non dovessimo capire che stavolta la campana sta suonando per noi.