Pascal Boniface
I commenti sulla guerra in Ucraina sono stati più spesso emotivi che razionali. È difficile condividere le versioni russe, che considerano questa «operazione militare speciale» giustificata da un’aggressione ucraina e/o della NATO, e le attribuiscono l’intento di «denazificare» l’Ucraina.
Nel diritto internazionale non esiste la legittima difesa preventiva ed è proprio la Russia ad aver deciso di aggredire militarmente l’Ucraina, violando la Carta delle Nazioni Unite (di cui eppure è membro del Consiglio di Sicurezza) e quello stesso diritto internazionale che a parole dichiara di voler rispettare. Questa guerra, di cui Vladimir Putin non pronuncia il nome (cosa che in Russia può portare al carcere), è stata accompagnata da numerosi crimini di guerra e crimini contro l’umanità: prendere di mira civili, abitazioni, ospedali, scuole e centrali elettriche, infrastrutture civili, è severamente vietato dal diritto internazionale.
Questo crimine non ha portato i frutti attesi da Vladimir Putin, il cui obiettivo, raggiunto fino al 2022, era quello di restituire alla Russia lo status di grande potenza sulla scena internazionale: la guerra in Ucraina ha indebolito la Russia. Il paese è meno potente di quanto non fosse prima del 24 febbraio 2022 e, anche se al termine di questa guerra avrà di fatto ampliato il proprio territorio, il bilancio complessivo resterà comunque negativo. Esodo demografico, fuga di cervelli, immagine compromessa, perdite economiche, sentimento nazionale ucraino diventato anti-russo, rafforzamento dei sentimenti anti-russi in tutta l’Europa occidentale, adesione della Finlandia e della Svezia alla NATO: tutto questo pesa. A causa di questa guerra la storia giudicherà severamente gli anni di Putin, che in precedenza aveva restituito al suo paese uno status ben superiore al suo reale peso sulla scena internazionale. Certo, l’elezione di Donald Trump gli permette di intravedere un riavvicinamento con gli Stati Uniti e una frattura nel mondo occidentale; tuttavia, il bilancio è complessivamente negativo.
La condanna giuridica, politica e morale della guerra scatenata dalla Russia non deve impedire di riflettere sulle cause del conflitto e sugli errori commessi dal mondo occidentale nei confronti della Russia dalla fine della Guerra Fredda. Questa guerra è imperdonabile, ma avrebbe potuto essere evitata.
Il problema è che, nel dibattito attuale, mettere in luce gli errori commessi dall’Occidente nei confronti della Russia viene considerato come un modo per esonerare Mosca dalle sue responsabilità in questa guerra.
Invece, deve essere possibile conciliare questi due aspetti: la condanna non deve impedire la riflessione. Quest’ultima è in ogni caso indispensabile se si vuole preparare il futuro.
È difficile descrivere Mikhail Gorbaciov come una figura animata da sentimenti anti-occidentali. Aveva fatto del superamento della divisione Est-Ovest il fondamento della sua politica, e ci è riuscito anche se non è riuscito a riformare l’Unione Sovietica. Una volta che gli occidentali ebbero ottenuto tutto ciò che potevano da lui, al vertice del G7 del luglio 1991 lo abbandonarono. Non sapremo mai se la perestrojka avrebbe potuto essere salvata; in ogni caso, si arrivò al fallito colpo di Stato dell’agosto 1991, seguito dall’implosione dell’Unione Sovietica.
Zbigniew Brzezinski ne ha tratto la seguente constatazione: senza l’Ucraina, la Russia cessa di essere un impero europeo. Gli Stati Uniti ne conclusero che, in definitiva, un impero frammentato era certamente preferibile a un’URSS rigenerata e quindi competitiva. Ho sentito più volte Mikhail Gorbaciov lamentarsi di come gli Stati Uniti avessero preferito essere i vincitori della guerra fredda piuttosto che i costruttori di un ordine mondiale rinnovato (ruolo che invece a parole rivendicavano): erano presi dalla tentazione e ‘dall’ebbrezza di andare verso un mondo unipolare.
Nel suo discorso sullo stato dell’Unione del gennaio 1992, George H. W. Bush afferma che «per grazia di Dio, l’America ha vinto la guerra fredda». Aggiunge: «Un mondo un tempo diviso in due blocchi militari riconosce ora un’unica e preminente potenza: gli Stati Uniti d’America». Lo afferma senza timore, poiché «il mondo ha fiducia nella nostra capacità di esercitare il potere, e ha ragione». Da quel momento, la Russia non viene trattata come un partner, ma come il paese sconfitto al quale si possono dettare le condizioni. Nelle sue memorie, l’ex ambasciatore russo in Francia, Alexander Orlov, racconta che il ministero degli Affari esteri russo riceveva istruzioni dall’ambasciata degli Stati Uniti; sebbene volesse liberarsi del suo ministro degli Affari esteri Andrej Kozyrev, Boris Eltsin dovette mantenerlo in carica su espressa richiesta di Bill Clinton.
L’invito al G7, poi diventato G8, rientrava più nella «terapia delle coccole» che in una partnership strategica.
Nel tentativo di giustificare la propria esistenza, nonostante la minaccia che ne aveva determinato la nascita fosse ormai scomparsa, la NATO si è attribuita nuove funzioni, tra cui l’allargamento agli ex paesi del Patto di Varsavia. Sono stati numerosi gli avvertimenti sui pericoli di questa politica, tra cui quelli di George Kennan – l’artefice della politica di contenimento –, di Henry Kissinger e di numerosi strateghi americani. Tutto questo non poteva che irritare la Russia. E presentare la NATO come un’alleanza difensiva diventava sempre meno credibile, a Mosca, soprattutto dopo la guerra del Kosovo.
Una volta salito al potere, Vladimir Putin vuole riportare la Russia alla sua grandezza, ma senza entrare in conflitto con l’Occidente. Sostiene gli Stati Uniti dopo l’11 settembre; si oppone alla guerra in Iraq al fianco di Francia e Germania.
Diventa diffidente nei confronti di ciò che considera il suo «vicino straniero» e vede nelle rivoluzioni colorate tentativi di destabilizzazione orchestrati di nascosto da Washington. Nel 2007, in occasione della conferenza sulla sicurezza di Monaco, lancia un monito sulle tentazioni egemoniche degli Stati Uniti.
Al vertice della NATO del 2008 è stata presa la peggiore delle decisioni: promettere all’Ucraina la possibilità di entrare nella NATO – un vero e proprio «panno rosso» per Mosca – senza però integrarla, lasciandola così senza copertura né protezione strategica. Barack Obama aveva dichiarato che avrebbe premuto il pulsante «reset» nelle relazioni con la Russia. La prospettiva dell’allargamento è tuttavia rimasta.
Sebbene Barack Obama avesse espresso più che semplici dubbi sul sistema di difesa antimissile richiesto dal Pentagono, affermando che si basava su una tecnologia ancora da inventare per far fronte a una minaccia non dimostrata e che richiedeva finanziamenti inesistenti, alla fine lo ha accettato per non inasprire i suoi rapporti con il complesso militare-industriale americano. Questo programma era visto da Mosca come una messa in discussione della parità nucleare; aveva del resto portato George W. Bush a ritirarsi dal trattato ABM, parte del SALT I, firmato nel 1972, al culmine della distensione.
Una volta diventato presidente, Dmitrij Medvedev vuole approfondire le relazioni con l’Occidente e propone una conferenza sulla sicurezza in Europa, proposta che rimane senza risposta. Si astiene dal voto sulla risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza, volta ad attuare il concetto di responsabilità di proteggere la popolazione di Bengasi in Libia. Vladimir Putin, diventato primo ministro, lo mette in guardia da una manovra occidentale volta a ingannare Mosca. Dmitrij Medvedev mantiene la sua rotta, sempre in un’ottica di riavvicinamento. Questo gli sarà fatale. La protezione della popolazione di Bengasi si trasforma in un cambio di regime, proprio come temeva Vladimir Putin. Dmitrij Medvedev perde ogni margine di manovra.
La prova, dirà in seguito Sergej Lavrov, ministro degli Esteri russo, al suo omologo francese Laurent Fabius: «Ci avete fregato sulla Libia, ma non ci fregherete sulla Siria». Mosca aveva accettato di stare al gioco della sicurezza collettiva dell’ONU nel 1990, acconsentendo a misure militari contro il suo alleato iracheno; nel 2011 si era astenuta. Per due volte ha ritenuto di essere stata tradita.
Poi è arrivata la piazza Maidan con due versioni contraddittorie: da parte occidentale, una rivoluzione che abbatte una dittatura; da parte di Mosca, un colpo di Stato fomentato dagli occidentali.
Vladimir Putin ha dichiarato che il grande errore dei russi dopo la fine della guerra fredda è stato quello di aver riposto fiducia negli occidentali e che il grande errore degli occidentali è stato quello di aver scambiato questa fiducia per debolezza.
Attualmente, le relazioni tra i paesi dell’Europa occidentale e Mosca sono ai minimi storici, come ai tempi della Guerra Fredda. Sembra difficile normalizzarle finché Vladimir Putin rimarrà al potere.
È il futuro che conta, e in questo ambito nel mondo occidentale si scontrano due narrazioni. Per l’Europa del Nord, la Polonia e i Paesi baltici, le cose sono chiare. Ci hanno messo in guardia: la Russia è una minaccia di per sé; non li abbiamo ascoltati e la nostra debolezza ha finito per alimentare le ambizioni di Vladimir Putin. Lech Wałęsa ha persino dichiarato che finché la Russia non sarà ridotta a uno Stato di 50 milioni di abitanti, continuerà a rappresentare una minaccia permanente.
La Francia, la Germania, la Spagna, l’Italia e altri potrebbero obiettare che questi paesi si sono opposti per molto tempo a qualsiasi riavvicinamento con la Russia, arrivando persino a rifiutare un vertice Unione Europea-Russia perché ciò avrebbe significato premiare Putin nel 2021, proprio mentre Joe Biden teneva un vertice con il suo omologo russo.
Spetta quindi ai paesi dell’Europa occidentale ammettere di aver commesso degli errori che hanno portato all’aggressività di Vladimir Putin, e che tale aggressività è imperdonabile ma che avrebbe anche potuto essere evitata. E quindi riflettere su quale sarà una nuova politica nei confronti di Mosca, quando Vladimir Putin non sarà più al potere. È meglio imparare dai propri errori che ripeterli.
Prefazione al libro di Alessandro Cassieri, Tra la Russia e l’Ucraina, Diario del conflitto dalle origini ad oggi (Rai Libri) che riproduciamo per gentile concessione dell’autore.
