
Sembra che il mondo voglia a tutti i costi una guerra
Roberto Bertoni Speriamo di sbagliarci, di essere troppo pessimisti, ma seguendo la tragica vicenda fra Iran e Stati Uniti, che a tratti assume sembianze grottesche, ne ricaviamo l’impressione che il mondo non sappia vivere senza guerre. E per come si sono messe le cose in Ucraina, con il permanere dell’occupazione russa (non ci dimentichiamo che l’ascesa di Putin è un’altra conseguenza dei limiti della globalizzazione e del tradimento occidentale nei confronti di un galantuomo come Gorbačëv) e Zelens’kyj che continua a ordinare il lancio di missili a lunga gittata su obiettivi russi e il naufragio di ogni possibile tregua dopo quattro anni di conflitto, l’amara sensazione è che il Vecchio Continente sia tornato al 1913, ossia all’anno dei “sonnambuli”, che scivolarono verso la barbarie senza rendersene conto. Non serviva un analista, infatti, per comprendere che la Belle Époque non fosse altro che una magnifica illusione, col suo portato di progressi scientifici, esposizioni universali di altissimo livello (in occasione di quella parigina del 1889, per dire, venne costruita la Tour Eiffel) e la nascita delle grandi forme di aggregazione: partiti, sindacati e squadre di calcio. Peccato che un secolo fosse finito e il nuovo reclamasse spazio, non tollerando più le teste coronate, gli antichi imperi, i ritmi e le regole di un mondo che ormai si era esaurito. Ecco, dunque, la nascita e il dilagare degli irredentismi, sulla scia di quelli risorgimentali, la cui eco non si era mai davvero sopita; ecco il disperato tentativo dell’Impero ottomano e di quello austro-ungarico di resistere al proprio disfacimento; ed ecco le trincee, gli orrori, le centinaia di migliaia di vittime franco-tedesche presso la piazzaforte di Verdun e quelle italiane sull’Adamello, sul Carso, sulla Bainsizza, sul Tagliamento e in altri luoghi divenuti tristemente celebri a causa delle carneficine che vi si consumarono. Oltretutto, al di là dell’Oceano, c’era una potenza emergente che non si sarebbe fermata davanti a niente: l’America di Woodrow Wilson, con la sua potenza industriale e la sua feroce determinazione nell’affermare la propria egemonia. Come non lo capimmo allora, non lo stiamo capendo oggi: la globalizzazione liberista e capitalista ormai giunta al capolinea, il disfacimento dell’universo post-Jalta, il puntinismo dilagante nel Vecchio Continente, l’insostenibilità del Washington Consensus e dei suoi dettami, la putrescenza della NATO e, soprattutto, l’ampliarsi delle distanze fra le due sponde dell’Atlantico, con la presidenza Trump derubricata a fatto eccezionale quando invece costituisce l’emblema del nuovo corso statunitense, già inaugurato, sia pur con ben altro garbo, da Obama e perfezionato dal duo Biden-Harris. Trump, con i suoi post generati dall’intelligenza artificiale, il suo comportarsi alla stregua di un bambino di dodici anni e le sue continue provocazioni, rende tutto più antipatico e insopportabile, costituendo una “rottura epistemologica”, per dirla con Althusser, fra il prima e il dopo, ma non è una parentesi bensì l’autobiografia di una Nazione che sta finalmente gettando la maschera e rivelando la sua vera essenza. Duole dirlo, ma noi non abbiamo mai amato l’America bensì l’anti-America: il paese di Hemingway e Faulkner, di Joan Baez e Bob Dylan, di Elia Kazan e Marlon Brando, del cinema hollywoodiano di denuncia e del “Soldato blu”; insomma, l’America delle minoranze, contestatrice e quasi europea nel suo modo di intendere l’arte e la vita. Poi c’è l’America profonda, quella vera, rurale, agreste, terragna, ancora attaccata al mito della frontiera e a rituali che ci fanno quasi sorridere: è l’America dei rodei e dei predicatori evangelici, dei negazionisti dell’evoluzione umana e degli anti-tutto; l’America cosiddetta “WASP”, arrabbiata e repubblicana per vocazione, divenuta trumpiana anche perché effettivamente tradita da un Partito Democratico che l’ha lasciata sola di fronte ai marosi di una globalizzazione senza regole e volta a far arricchire unicamente il vertice della piramide. ...

