La sconfitta di Orbán: una svolta geopolitica epocale

La sconfitta di Viktor Orbán ha una evidente dimensione geopolitica. Da sedici anni aveva instaurato in Ungheria un modello per l’estrema destra europea e americana. Lo stesso Donald Trump vi si era ispirato. Tale modello, definito “democrazia illiberale”, si stava progressivamente evolvendo verso una forma di regime autoritario. La sua caduta rappresenta quindi anche una nuova sconfitta simbolica per Trump. Il regime di Orbán era diventato profondamente impopolare. Questa impopolarità è particolarmente forte tra gli under 30: il 65% di loro ha votato per il partito di opposizione Tiza e solo il 15% per Orbán. ...

13 aprile 2026 · 4 minuti · Eric Djabiev

A che punto è la Romania, 11 mesi dopo l’élezione di Nicușor Dan ? »

A metà marzo, la Romania ha firmato, insieme a Austria, Croazia, Grecia, Italia, Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia e Slovacchia, una lettera indirizzata alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e al presidente del Consiglio, António Costa, chiedendo una revisione urgente delle scadenze fissate dal piano di transizione energetica. Questo tema, apparentemente molto tecnico, riunisce un gruppo di Stati con interessi particolari: alcuni manifestano una chiara ostilità verso le istituzioni europee nella loro configurazione attuale (il caso estremo è quello di Orbán, che fonda la sua campagna elettorale su video generati da intelligenza artificiale in cui l’UE e l’Ucraina sono presentate come nemici pubblici); altri hanno interessi economici diretti, legati alla natura del loro consumo o a progetti infrastrutturali, fortemente incompatibili con le scadenze adottate a livello europeo. ...

5 aprile 2026 · 4 minuti · Raluca Alexandrescu

La Spagna salva l'onore dell'Europa

Il mondo sta scoprendo Pedro Sánchez, il leader socialista spagnolo che guida un governo di coalizione di sinistra. Il suo “no alla guerra” in Iran risuona come un potente segnale di allarme di fronte al pericolo mortale che minaccia il sistema di sicurezza collettiva istituito nel 1945. Le Nazioni Unite — il cui vero significato era quello di “organizzazione di nazioni unite contro il fascismo” — erano state concepite per evitare qualsiasi nuova guerra. Questo “no” è anche un rifiuto netto del trumpismo. Pedro Sánchez è l’unico capo di governo europeo a opporsi frontalmente alla guerra voluta da Donald Trump, rifiutando all’United States Air Force l’uso delle basi americane situate in Andalusia. Al contrario, Francia e Regno Unito hanno concesso all’esercito statunitense l’accesso alle loro basi agli aerei americani che, in violazione del diritto internazionale, bombardano metodicamente l’Iran. Questo rifiuto è tanto più significativo che l’iniziativa bellica di Trump appare del tutto sconsiderata: una guerra contro un paese dalla storia millenaria potrebbe condurre la regione verso il caos generale. Pedro Sánchez si inserisce nella tradizione dei progressisti spagnoli. Il suo “no alla guerra” riflette una profonda cultura politica di rifiuto della guerra nella storia del paese. L’evento fondativo di questa cultura fu il massacro deliberato e sistematico di civili nella piccola città basca di Guernica da parte dell’aviazione fascista nel 1937. Tale bombardamento segnò una una svolta storica: inaugurò una nuova era in cui l’uccisione di massa dei civili divenne uno strumento strategico di pressione. Nel contesto della Guerra civile spagnola — che contrappose democratici e progressisti da un lato all’unione delle forze di destra attorno al generale Francisco Franco, sostenuto dagli stati fascisti — Guernica divenne un simbolo storico di libertà. ...

21 marzo 2026 · 5 minuti · Eric Djabiev