[{"content":"La sconfitta di Viktor Orbán ha una evidente dimensione geopolitica. Da sedici anni aveva instaurato in Ungheria un modello per l’estrema destra europea e americana. Lo stesso Donald Trump vi si era ispirato. Tale modello, definito “democrazia illiberale”, si stava progressivamente evolvendo verso una forma di regime autoritario. La sua caduta rappresenta quindi anche una nuova sconfitta simbolica per Trump.\nIl regime di Orbán era diventato profondamente impopolare. Questa impopolarità è particolarmente forte tra gli under 30: il 65% di loro ha votato per il partito di opposizione Tiza e solo il 15% per Orbán.\nÈ il segno di una forte frattura generazionale: i giovani soffrono di una disoccupazione strutturale e di una fortissima emigrazione lavorativa. Altri fattori convergenti possono spiegare la prevedibile sconfitta di Orbán. Già negli anni 2010 egli aveva chiaramente manifestato la sua ambizione di trasformare l’Ungheria. Come sottolineava Steve Bannon, ideologo del movimento MAGA, Orbán era «un Trump antetrumpiano». La prima fase di questa trasformazione è stata il controllo dei media: oggi circa l’85% dei media ungheresi è sotto l’influenza del governo. Dopo i media pubblici, anche i pochi organi privati indipendenti sono stati progressivamente presi di mira. I giovani hanno potuto accedere a un’informazione alternativa grazie a internet. La magistratura ha perso ogni indipendenza: è, insieme alla stampa, il principale bersaglio dei governi di estrema destra.\nLa memoria nazionale resta segnata dagli eventi tragici della Rivoluzione ungherese del 1956, in particolare dai massacri di civili a Budapest da parte dell’esercito sovietico. Tuttavia, il sentimento anti-russo non ha potuto esprimersi per 16 anni a causa della repressione e del controllo dei media. Il modello autoritario ispirato al tandem Vladimir Putin – Aleksandr Lukašenko suscitava comunque una forte repulsione. Il leader dell’opposizione Péter Magyar ha condotto la sua campagna denunciando la strettissima vicinanza tra Orbán e Putin. Oggi, gli ungheresi che celebrano la vittoria a Budapest gridano “fuori i russi”.\nA ciò si aggiunge un significativo deterioramento economico e un sentimento di declino. Polonia e Repubblica Ceca hanno superato l’Ungheria, il cui modello economico è in crisi: basato su industrie tradizionali (chimica, automobili a combustione), ha mostrato i suoi limiti all’inizio degli anni 2020. Il calo degli investimenti – legato in particolare al congelamento dei fondi europei (l’Ungheria ha beneficiato solo di 800 milioni dal piano «NextGeneration EU») e al rallentamento della Germania – ha indebolito la crescita. L’inflazione resta elevata e il potere d’acquisto è in calo. In questo contesto, le preoccupazioni economiche hanno prevalso su quelle ideologiche. Le misure di bilancio adottate alla vigilia delle elezioni, spesso non finanziate, hanno aggravato gli squilibri.\nUn terzo fattore determinante è la corruzione. L’Ungheria è oggi indicata dall’ONG Transparency Investigation come il paese più corrotto dell’Unione europea. Il sistema costruito attorno al potere si basa su logiche di clan, simili al modello russo. Il “clan Orbán”, composto da circa 13 persone, concentra il 25% del PIL del paese. La deviazione dei fondi europei ne rappresenta un motore centrale. Questa situazione è sempre più respinta dalla popolazione e alimenta il discorso dell’opposizione, incarnato in particolare dal suo leader Péter Magyar, ex membro del partito al potere, Fidesz.\nInfine, la politica estera di Orbán, a lungo considerata un punto di forza, è diventata un punto debole. Il suo riavvicinamento alla Russia e il suo percepito allineamento con Vladimir Putin hanno suscitato una crescente diffidenza. Storicamente, gli ungheresi non sono filorussi. La dipendenza energetica, in particolare dagli idrocarburi russi, è mal percepita, soprattutto perché i benefici per la popolazione restano limitati.\nIl sostegno esplicito di figure americane, come il vicepresidente J. D. Vance durante la campagna elettorale, è stato anch’esso percepito come un’ingerenza straniera. Allo stesso modo, la visita di Marine Le Pen per sostenere Orbán sottolinea l’importanza simbolica dell’Ungheria come modello per l’estrema destra.\nLa sconfitta di Orbán supera dunque il quadro nazionale. Segna un significativo arretramento per i movimenti ultraconservatori in Europa e negli Stati Uniti, per i quali l’Ungheria aveva finora rappresentato un laboratorio politico.\nEric Djabiev\n","permalink":"https://geopolitics-today.com/it/articles/2026-04-12-la-sconfitta-di-orb%C3%A1n-una-svolta-geopolitica-epocale/","summary":"\u003cp\u003eLa sconfitta di Viktor Orbán ha una evidente dimensione geopolitica. 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In questo nuovo scenario, Abu Mohammad al-Julani, oggi noto come Ahmed al-Sharaa, è emerso come figura centrale nel processo di transizione del Paese. Il suo percorso segna un’importante evoluzione, non solo a livello personale, ma anche per la più ampia dinamica politica siriana, caratterizzata dal passaggio da un approccio insurrezionale a una struttura di governance ancora in fase di definizione. Comprendere il ruolo attuale di al-Sharaa richiede quindi di ricostruire il percorso che ha intrapreso per consolidare il suo potere durante la guerra in Siria. In questo processo, al-Sharaa non solo ha rafforzato la sua autorità, ma ha anche trasformato gradualmente la natura di Hay’at Tahrir al-Sham (HTS), l’organizzazione che guida.\nA partire dal 2017, HTS è diventato il gruppo armato più importante nella parte nord-occidentale della Siria. Questa formazione ha preso il controllo di gran parte della provincia di Idlib e di alcune aree vicine. Inizialmente, HTS comprendeva diverse fazioni islamiste. Col tempo, però, è riuscito a rafforzare la propria posizione grazie alla superiorità operativa e alla capacità di coordinare efficacemente le sue azioni. La sua presenza sul territorio si è fondata su un equilibrio tra l’uso della forza e la gestione amministrativa. Questo gli ha permesso non solo di mantenere il potere, ma anche di governare efficacemente le aree sotto il suo controllo, creando le condizioni politiche e operative per l’ascesa di al-Julani.\nLa figura di al-Sharaa nasce all’interno dello jihadismo contemporaneo. Dopo essersi unito all’insurrezione jihadista in Iraq nel 2003, rientra in Siria nel 2011 e l’anno successivo crea Jabhat al-Nusra, un gruppo armato fondamentale nella lotta contro il regime. Inizialmente legato ad al-Qaeda e inserito in una prospettiva di jihadismo transnazionale, il suo percorso è segnato anche dal confronto con lo Stato Islamico, con cui entra rapidamente in competizione per il controllo delle reti e dei combattenti in Siria. Tuttavia, nel 2016 al-Julani rompe formalmente i legami con al-Qaeda e avvia una riorganizzazione del di al-Nusra che culmina, nel 2017, nella creazione di HTS. Questa scelta segna un passaggio cruciale poiché permette al gruppo di cambiare gradualmente il proprio ruolo e di diventare un attore locale, staccandosi ufficialmente dall’ideologia jihadista globale.\nNegli anni successivi, HTS ha cambiato strategia sotto la guida del suo leader, spostando L’obiettivo su una prospettiva più locale, attraverso il controllo e la gestione delle aree sotto il suo dominio. Questo sviluppo è stato accompagnato dalla crescente centralizzazione del potere e dalla marginalizzazione delle componenti più radicali all’interno dell’organizzazione. Parallelamente, il gruppo ha iniziato a sviluppare strutture amministrative e istituzionali, occupandosi della sicurezza, della risoluzione delle controversie e della fornitura di alcuni servizi pubblici. In questo senso, la legittimità di HTS ha iniziato a basarsi soprattutto sulla sua capacità di mantenere l’ordine e la stabilità in un contesto di guerra civile.\nIl consolidamento di questo modello nel nord-ovest della Siria ha rappresentato il punto di partenza per la successiva affermazione politica di al-Julani. Il progressivo indebolimento del regime, aggravato dalla riduzione del supporto russo e iraniano e dal mutamento degli equilibri regionali, ha aperto uno spazio che le forze ribelli sono riuscite a sfruttare rapidamente. Nel novembre 2024, queste dinamiche hanno portato a un’offensiva che ha condotto alla caduta di Damasco e alla fine del regime di Assad, sorprendendo osservatori e attori internazionali per la rapidità con cui si è realizzata. In questo nuovo contesto, il ruolo di al-Julani diventa ancora più rilevante, poiché la sua traiettoria riflette un cambiamento non soltanto politico, ma soprattutto ideologico e strategico. Se nelle fasi iniziali del conflitto il suo discorso era fortemente ancorato alla costruzione di uno Stato Islamico e a una visione jihadista, nel corso degli anni ha progressivamente adottato un linguaggio più orientato al pragmatismo politico e alla dimensione nazionale. Questo cambiamento emerge sia nella retorica pubblica, incentrata su unità nazionale e ricostruzione, sia nella costruzione della sua immagine come attore politico, attento alla stabilizzazione del Paese e al dialogo con altri attori.\nTuttavia, la fase successiva alla caduta del regime evidenzia chiaramente alcuni limiti e contraddizioni di questa evoluzione. La Siria sotto la guida di Ahmed al-Sharaa si presenta come un sistema ancora fragile, caratterizzato da un controllo territoriale incompleto e da una transizione politica che rimane, ad oggi, profondamente incerta e incompiuta. In particolare, la difficoltà nel ricostruire un’autorità statale pienamente legittima e funzionante continua a rappresentare uno dei principali ostacoli alla stabilizzazione del Paese.\nNel nord e nel nord-est della Siria, in seguito al vuoto di potere lasciato dalla caduta del regime, si sono verificati scontri tra l’Esercito Nazionale Siriano, sostenuto soprattutto dalla Turchia, e le forze curde, causando migliaia di vittime e oltre centomila sfollati. Infatti, una delle questioni più delicate per il nuovo governo riguarda l’integrazione delle Syrian Democratic Forces (SDF), coalizione a prevalenza curda, nelle strutture dello Stato. Le SDF controllano ampie aree del nord-est del Paese e dispongono di proprie forze militari e strutture amministrative autonome. La loro integrazione non è quindi soltanto una questione militare, ma implica la ridefinizione degli equilibri di potere interni e del grado di autonomia delle regioni a maggioranza curda. In questo senso, l’accordo siglato nel marzo 2025 tra il governo e le SDF ha rappresentato un potenziale punto di svolta per integrare le strutture militari e civili delle SDF nelle istituzioni statali siriane, garantendo costituzionalmente i diritti a tutti i gruppi. Nonostante un parziale risultato, l’attuazione dell’accordo si è rivelata fragile e incompleta.\nA queste difficoltà si aggiunge la questione più ampia legata alla ricostruzione dell’apparato militare e di sicurezza. Il governo si trova a dover integrare una pluralità di gruppi armati, molti dei quali non sono ancora stati incorporati nelle forze statali. La diffusione capillare di armi tra la popolazione e la presenza di milizie autonome rende il cambiamento più complesso. Di conseguenza, il disarmo delle forze curde rappresenta una priorità politica e strategica, soprattutto alla luce della pressione esercitata dalla Turchia. Non si tratta quindi solo di riorganizzare formalmente le strutture esistenti, ma di gestire una transizione militare in un Paese ancora frammentato e militarizzato. Inoltre, la minaccia dello Stato Islamico continua a essere rilevante poiché il gruppo mantiene una presenza attiva, soprattutto nell’est del Paese, attraverso attacchi terroristici e sfruttando la frammentazione del territorio. Il mancato consolidamento di questo processo continua così ad alimentare tensioni e a ostacolare la stabilizzazione della Siria.\nParallelamente, persistono tensioni settarie che mettono in discussione la capacità del governo di garantire sicurezza e protezione alle minoranze. Nonostante le promesse di evitare ritorsioni contro la comunità alawita, nel marzo 2025 un’ondata di violenze ha causato la morte di centinaia di civili, in alcuni casi riconducibili a gruppi integrati nell’apparato di sicurezza statale. Contemporaneamente, nel sud della Siria, le tensioni tra comunità druse e tribù beduine hanno dato luogo a scontri particolarmente violenti, alimentando accuse nei confronti del governo centrale e rafforzando la percezione di una gestione selettiva della sicurezza.\nAnche sul piano politico e istituzionale emergono elementi di ambiguità. Nonostante la retorica ufficiale richiami pluralismo e apertura, il bilancio del governo di al-Sharaa appare attualmente discontinuo. Un esempio significativo è rappresentato dalla gestione della questione curda. Il governo ad interim ha assunto il controllo militare di gran parte del nord-est del Paese, segnando di fatto il ridimensionamento del progetto autonomista del Rojava (regione curda). Parallelamente, al-Sharaa ha promosso alcune aperture simboliche verso la popolazione curda, tra cui il riconoscimento della lingua curda, l’introduzione del Newroz come festa nazionale e la promessa di includere elementi della cultura curda nei programmi scolastici. Tuttavia, questa apertura sembra limitarsi al piano culturale. Sul piano politico ed economico il governo non appare disposto a cedere il controllo delle principali risorse del nord-est né a riconoscere forme di autonomia locale, mantenendo una linea orientata verso una forte centralizzazione del potere. Questa impostazione riflette una più ampia tendenza del nuovo assetto politico siriano, che, pur dichiarando l’intenzione di costruire uno Stato rappresentativo della diversità del Paese, continua ad essere percepito da molte comunità minoritarie come poco inclusivo e poco tutelante. Le elezioni parlamentari di ottobre 2025 hanno visto una presenza limitata di donne e minoranze, mentre la nuova costituzione provvisoria solleva interrogativi per il rischio di una forte centralizzazione del potere in assenza di adeguate garanzie per i diritti civili e politici.\nSul piano economico e internazionale, la situazione resta altrettanto complessa. La parziale sospensione delle sanzioni statunitensi nel 2025 e i primi segnali di apertura da parte di alcuni attori regionali non sono stati sufficienti a rilanciare l’economia, ancora fortemente compromessa da anni di conflitto. La persistente instabilità, la debolezza delle istituzioni e le difficoltà nella ricostruzione continuano a incidere negativamente sulle condizioni di vita della popolazione, ostacolando anche il ritorno dei rifugiati, che avviene solo in misura limitata. Il ruolo degli attori esterni contribuisce a ridefinire ulteriormente gli equilibri della transizione. Gli Stati Uniti hanno adottato un approccio più pragmatico nei confronti del nuovo governo, in linea con le posizioni di alcuni attori regionali come Arabia Saudita e Qatar. La posizione di Israele appare invece più articolata. Da un lato, ha continuato a espandere il proprio controllo nel sud del Paese attraverso operazioni militari volte a limitare le capacità del nuovo governo. Dall’altro, i recenti sviluppi hanno favorito anche forme di coordinamento indiretto finalizzate a ripristinare l’accordo del 1974, attraverso l’aiuto delle Nazioni Unite, con l’obiettivo di raggiungere un più ampio accordo di sicurezza regionale.\nIn conclusione, la trasformazione di al-Sharaa mette in luce un aspetto centrale: si tratta di un reale sviluppo di deradicalizzazione o di un adattamento strategico finalizzato alla sopravvivenza politica? Il graduale abbandono della dimensione jihadista transnazionale e l’attenzione alla governance suggeriscono un’evoluzione significativa. Allo stesso tempo, la persistenza dell’uso della forza e la centralizzazione del potere richiamano elementi di continuità con il passato. Anche sul piano ideologico emergono segnali contrastanti, poiché nonostante il gruppo non abbia mai abbandonato una visione critica della democrazia, il nuovo discorso politico insiste su concetti come rappresentanza, elezioni e costruzione di istituzioni. In questo senso, al-Sharaa appare come una figura ibrida, capace di combinare pragmatismo politico e controllo autoritario. Il futuro della Siria dipenderà dalla capacità del nuovo assetto di tradurre questo equilibrio in un processo di istituzionalizzazione stabile. Nel breve termine, la priorità resta la stabilizzazione economica, in un contesto in cui la maggior parte della popolazione vive in condizione di forte precarietà e in cui la sopravvivenza quotidiana prevale su dinamiche politiche. Nel medio periodo, la sfida sarà quella di costruire un sistema realmente inclusivo, capace di integrare non solo le diverse componenti etniche e religiose, ma anche categorie sociali profondamente segnate dal conflitto. Infine, nel lungo periodo, l’obiettivo riguarda la “giustizia di transizione” e la riconciliazione nazionale, ovvero la capacità di ricomporre le fratture prodotte da decenni di repressione e anni di guerra. Solo la gestione efficace di queste tre dimensioni potrà consentire il superamento della fase insurrezionale e la costruzione di un sistema politico realmente inclusivo.\nValentina Cannito\n","permalink":"https://geopolitics-today.com/it/articles/2026-04-05-la-siria-post-assad-sotto-la-guida-di-abu-mohammad-al-julani-tra-instabilit%C3%A0-e-ricostruzione/","summary":"\u003cp\u003eLa caduta del regime di Bashar al-Assad, nel dicembre 2024, ha segnato una svolta nella storia recente della Siria, aprendo una fase segnata da profonda incertezza ma anche da possibili cambiamenti. In questo nuovo scenario, Abu Mohammad al-Julani, oggi noto come Ahmed al-Sharaa, è emerso come figura centrale nel processo di transizione del Paese. Il suo percorso segna un’importante evoluzione, non solo a livello personale, ma anche per la più ampia dinamica politica siriana, caratterizzata dal passaggio da un approccio insurrezionale a una struttura di governance ancora in fase di definizione. Comprendere il ruolo attuale di al-Sharaa richiede quindi di ricostruire il percorso che ha intrapreso per consolidare il suo potere durante la guerra in Siria. In questo processo, al-Sharaa non solo ha rafforzato la sua autorità, ma ha anche trasformato gradualmente la natura di Hay’at Tahrir al-Sham (HTS), l’organizzazione che guida.\u003c/p\u003e","title":"La Siria post Assad sotto la guida di al-Julani tra instabilità e ricostruzione"},{"content":"A metà marzo, la Romania ha firmato, insieme a Austria, Croazia, Grecia, Italia, Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia e Slovacchia, una lettera indirizzata alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e al presidente del Consiglio, António Costa, chiedendo una revisione urgente delle scadenze fissate dal piano di transizione energetica. Questo tema, apparentemente molto tecnico, riunisce un gruppo di Stati con interessi particolari: alcuni manifestano una chiara ostilità verso le istituzioni europee nella loro configurazione attuale (il caso estremo è quello di Orbán, che fonda la sua campagna elettorale su video generati da intelligenza artificiale in cui l’UE e l’Ucraina sono presentate come nemici pubblici); altri hanno interessi economici diretti, legati alla natura del loro consumo o a progetti infrastrutturali, fortemente incompatibili con le scadenze adottate a livello europeo.\nCiò avviene in un contesto di guerra israelo-americana contro l’Iran, che genera squilibri strutturali mondiali nell’approvvigionamento di petrolio e gas e che, secondo diverse analisi europee e rumene, richiederebbe piuttosto una strategia di rafforzamento delle energie rinnovabili in Europa. D’altra parte, in un contesto di guerra di confine russo-ucraina che dura da quattro anni, la Romania sembra fondare tutta la sua strategia di «sovranità energetica» sul progetto Neptun Deep, situato non lontano dalla linea di fronte marittimo.\nLo scorso marzo, la Romania era stata invitata dalla Francia a partecipare all’iniziativa \u0026ldquo;ombrello nucleare europeo\u0026rdquo;. L’amministrazione presidenziale non ha ancora dato una risposta chiara (dopo diversi giorni di comunicazioni estremamente evasive all’inizio di marzo). La risposta all’invito di Donald Trump, il 19 febbraio, a partecipare al Comitato per la pace è stata invece molto più rapida: un’iniziativa che somigliava più a un’operazione piramidale a vantaggio personale del presidente americano, il quale comunque ha ignorato le strutture di cooperazione internazionale di cui la Romania fa parte e alle quali il presidente Dan si è recato come “osservatore”.\nLa scorsa settimana, le autorità di Bucarest hanno riservato un’accoglienza piuttosto calorosa a Robert Fico, il controverso primo ministro slovacco ultraconservatore, filoputinista ed euroscettico. L’ospite dell’esecutivo a Bucarest è oggetto di un’inchiesta in relazione alla decisione di interrompere le forniture di elettricità all’Ucraina. La retorica filorussa (il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, vi è definito “amico”) è stata premiata lo scorso anno con un invito a Mosca alla parata del 9 maggio. E dall’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, i reazionari filoputiniani hanno finalmente l’occasione di conciliare l’apparente dissonanza cognitiva della loro doppia vicinanza a Russia e Stati Uniti. Il primo ministro slovacco ha quindi iniziato, come ogni reazionario che si rispetti, a coltivare assiduamente entrambi i cerchi. Lo scorso gennaio è stato invitato a Mar-a-Lago, dove ha assicurato Trump di non essere “un pappagallo di Bruxelles”.\nLa visita di Fico si inserisce tuttavia nella continuità di progetti più datati, concretizzati dalla presenza rumena, nell’aprile 2025, tramite il presidente ad interim Ilie Bolojan, alla Conferenza dei Tre Mari. Il contesto generale nella regione testimonia un rafforzamento progressivo del blocco euroscettico dell’Europa centrale, strutturato attorno all’ex gruppo di Visegrád. Trentacinque anni dopo la sua creazione, il gruppo sembra fondare la propria unità politica su un equilibrio tra vicinanza al Cremlino e a Washington.\nPersino la Polonia, finora baluardo pro-ucraino, si allinea a questa tendenza dopo l’insediamento del presidente Karol Nawrocki. Il 24 marzo, dopo un discorso virulento contro Vladimir Putin, il presidente Nawrocki si è recato a Budapest per portare pubblicamente il suo sostegno al primo ministro Viktor Orbán, allora in piena campagna elettorale per le elezioni del 12 aprile. Gli osservatori hanno notato che la linea euroscettica prevale nelle scelte di alleanze strategiche del presidente polacco.\nNella Repubblica Ceca, le elezioni dell’autunno 2025 hanno segnato anch’esse una svolta verso la destra conservatrice euroscettica. Il partito ANO del primo ministro Andrej Babiš è alleato con il Fidesz, partito al potere in Ungheria di Viktor Orbán, all’interno della coalizione Patriots for Europe, che raggruppa partiti di estrema destra. Qualche giorno fa, in Repubblica Ceca, si sono svolte manifestazioni contro una legge che regolamenta il finanziamento delle ONG secondo un modello che i suoi oppositori denunciano come ispirato alla Russia.\nNicușor Dan ha vinto le elezioni presidenziali con un programma «pro-europeo», e nel tumulto della campagna elettorale, quasi un anno fa, ci sono state poche occasioni per analizzare in profondità questo concetto così come si delinea nella visione del nuovo governo. Undici mesi dopo, un bilancio può già essere tracciato, sia in materia di politica estera sia riguardo alle grandi linee di politica interna ed economica presentate dal candidato alla presidenza nelle sue proposte.\nQuanto si delinea indica piuttosto la direzione di una «Europa delle nazioni»: un eufemismo largamente utilizzato da un progetto politico euroscettico molto più antico, ma avviato da una coproduzione americano-ungherese discussa nel marzo 2024 a Mar-a-Lago durante una visita di Viktor Orbán e integrata nel Progetto 2025.\n","permalink":"https://geopolitics-today.com/it/articles/2026-04-04--o%C3%B9-en-est-la-roumanie-11-mois-apr%C3%A8s-l%C3%A9lection-de-nicu%C8%99or-dan-/","summary":"\u003cp\u003eA metà marzo, la Romania ha firmato, insieme a Austria, Croazia, Grecia, Italia, Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia e Slovacchia, una lettera indirizzata alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e al presidente del Consiglio, António Costa, chiedendo una revisione urgente delle scadenze fissate dal piano di transizione energetica. Questo tema, apparentemente molto tecnico, riunisce un gruppo di Stati con interessi particolari: alcuni manifestano una chiara ostilità verso le istituzioni europee nella loro configurazione attuale (il caso estremo è quello di Orbán, che fonda la sua campagna elettorale su video generati da intelligenza artificiale in cui l’UE e l’Ucraina sono presentate come nemici pubblici); altri hanno interessi economici diretti, legati alla natura del loro consumo o a progetti infrastrutturali, fortemente incompatibili con le scadenze adottate a livello europeo.\u003c/p\u003e","title":"A che punto è la Romania, 11 mesi dopo l’élezione di Nicușor Dan ? »"},{"content":"Allo stesso modo in cui, nel 1947-48, l’ONU aveva elaborato il progetto di fare di Gerusalemme una «città internazionale», nel corso dei decenni, un po’ ovunque, si sono levate voci per chiedere un’internazionalizzazione della foresta amazzonica, la più vasta estensione di foresta primaria del mondo. Alcuni ritengono infatti che la foresta amazzonica, fonte di acqua e ossigeno e straordinario serbatoio di biodiversità, dovrebbe appartenere a tutti, come bene pubblico dell’umanità. Un’idea che richiama in parte il concetto della terra nutrice, la Pacha Mama, dei popoli andini.\nIl giurista Christian Caubet ricorda che i quasi 7 milioni di km² dell’Amazzonia costituiscono «il più grande bacino idrografico del mondo. I suoi 80.000 km di corsi d’acqua, spesso navigabili, forniscono complessivamente il 20% di tutta l’acqua dolce disponibile sulla Terra. Le sue ricchezze naturali, ben lungi dall’essere completamente censite, comprendono innanzitutto le innumerevoli specie vegetali della più grande foresta tropicale umida del pianeta. Le risorse minerarie conosciute ed economicamente sfruttabili sono molto varie: ferro, rame, manganese, cassiterite, bauxite, nichel, caolino, titanio, vanadio, oro, diamanti, gesso, calcare, salgemma».\nAll’indomani della Seconda guerra mondiale, l’Unesco, l’agenzia dell’ONU per l’educazione, la scienza e la cultura, sviluppò il progetto di creare un Istituto internazionale dell’ile (cioè foresta) amazzonica (IIHA), incaricato di internazionalizzare la ricerca scientifica e agronomica sull’Amazzonia, riunendo ricercatori di diversi Paesi. Si trattava anche, per l’Unesco, di contribuire, attraverso questa sinergia internazionale di scienziati, a stimolare lo sviluppo economico della regione, i cui abitanti restavano per la maggior parte ancora molto poveri.\nL’Unesco organizzò conferenze nel 1947 e nel 1948, alla presenza dei Paesi della regione, degli Stati Uniti, della Francia, del Regno Unito e dei delegati dell’UNESCO, dell’OMS, della FAO e di organizzazioni panamericane, per elaborare, tramite una convenzione, lo statuto di questo istituto.\nCosì, alla fine, il progetto dell’Unesco non ebbe successo, per la prima volta. Già un secolo prima erano nati progetti in questo senso, ma non sempre concepiti in uno spirito progressista. Per esempio, «nel XIX secolo, l’idrografo e meteorologo Matthew Fontaine Maury, direttore dell’Osservatorio navale di Washington, propose di risolvere la questione razziale negli Stati Uniti colonizzando l’Amazzonia per trasferirvi la popolazione nera americana!» scrive Renaud Lambert, nel suo articolo «Main basse sur l’Amazonie», per Le Monde Diplomatique.\nNegli anni Sessanta, l’Hudson Institute, think tank statunitense conservatore, elaborò il progetto «Grandi Laghi», un’ambiziosa iniziativa di sviluppo globale dell’Amazzonia. Il progetto prevedeva la creazione di sette laghi collegati tra loro da canali. «L’insieme avrebbe dovuto permettere la navigazione di navi da 20.000 tonnellate, per l’esportazione delle risorse da sfruttare nella regione. Il progetto ricevette ampia pubblicità. Diverse riunioni gli furono dedicate in Brasile, con la partecipazione di varie autorità di livello ministeriale. L’ampiezza del progetto, le sue gravi lacune e la minaccia che rappresentava per la sovranità brasiliana non tardarono a suscitare vive critiche», scrive ancora Caubet. Così, anche il progetto dell’Hudson Institute fallì.\nTutela della natura o desiderio di possesso? Diventa chiaro che il coinvolgimento delle potenze straniere rappresenta un ostacolo a un progetto globale, in particolare per il Brasile, Paese sul cui territorio sovrano si trova la maggior parte della foresta primaria. Nel decennio successivo viene quindi avviato un altro progetto, questa volta da otto Stati della regione: Bolivia, Brasile, Colombia, Ecuador, Guyana, Perù, Suriname e Venezuela. Chiamato Trattato di Cooperazione Amazzonica (TCA), o «Patto Amazzonico», viene firmato a Brasilia il 3 luglio 1978. Questo strumento multilaterale originale di cooperazione pan-amazzonica mira a «preservare gli equilibri ecologici di una regione particolarmente vulnerabile» e soprattutto ad affermare la sovranità degli Stati partecipanti sulle ricchezze dell’Amazzonia, contro le mire delle potenze straniere.\nNegli anni Ottanta, le prime preoccupazioni per le conseguenze della deforestazione e le prime campagne di portata mondiale condotte dai popoli indigeni per difendere il loro ecosistema minacciato dallo sfruttamento economico riaccendono ancora una volta il dibattito. Nel 1989, il politico ecologista statunitense Al Gore affermava: «contrariamente a quanto pensano i brasiliani, l’Amazzonia non appartiene a loro, ma a tutti noi». Nello stesso anno, il presidente francese Mitterrand dichiarava: «il Brasile deve accettare una sovranità relativa sull’Amazzonia».\nNel 1992, il Consiglio mondiale delle Chiese cristiane, riunito a Ginevra, riteneva: «l’Amazzonia è patrimonio dell’umanità. Il possesso di questo vasto territorio da parte del Brasile, del Venezuela, della Colombia, del Perù e dell’Ecuador è solo una circostanza». Sempre nel 1992, anche l’ex dirigente sovietico Michail Gorbačëv affermava: «il Brasile deve delegare una parte dei suoi diritti sull’Amazzonia agli organismi internazionali competenti».\nNel 2000, l’economista e politico brasiliano, allora membro del Partito dei Lavoratori, Cristovam Buarque rispose a queste posizioni opponendo la seguente riflessione: «prima ancora dell’Amazzonia, vorrei vedere l’internazionalizzazione di tutti i grandi musei del mondo. Il Louvre non dovrebbe appartenere solo alla Francia (\u0026hellip;) Questo patrimonio culturale, come il patrimonio naturale amazzonico, non può essere lasciato alla discrezione e alla distruzione secondo il gusto di un proprietario o di un Paese». Egli sviluppò questa idea in un articolo del quotidiano O Globo, affermando che, se si internazionalizzasse l’Amazzonia, si dovrebbero allora internazionalizzare anche tutte le riserve petrolifere del mondo.\nCome in un ciclo ricorrente, la questione riemerge ancora nel 2019, anno in cui la foresta amazzonica è stata colpita da circa 90.000 incendi, riportando nuovamente l’Amazzonia «al centro del mondo». La controversia si è riaccesa quando, durante il vertice del G7 a Biarritz, il presidente francese Emmanuel Macron ha evocato l’ipotesi di attribuire «uno status internazionale» all’Amazzonia, arrivando a definire gli incendi una «crisi internazionale» . Ciò ha suscitato una dura reazione del presidente brasiliano Jair Bolsonaro, che nel suo primo discorso all’Assemblea generale dell’ONU ha affermato che «è un errore dire che l’Amazzonia è patrimonio dell’umanità». Senza sorpresa, ieri come oggi, il tema resta estremamente sensibile per i brasiliani e per i loro vicini.\nPensare a soluzioni alternative Ormai, giuristi brasiliani e internazionali, in mancanza di una reale prospettiva di internazionalizzazione dell’Amazzonia, stanno valutando di perseguire lo Stato brasiliano per crimine di ecocidio. Secondo il professore di scienze politiche brasiliano Mauricio Santoro, la distruzione della foresta amazzonica dovrebbe infatti essere considerata analoga a «un crimine contro l’umanità». Per Valérie Cabanes, giurista internazionale, questo crimine di ecocidio, insieme al crimine di etnocidio (di cui sono vittime i popoli indigeni della foresta amazzonica), dovrebbe essere riconosciuto dalla Corte Penale Internazionale.\nI responsabili dovrebbero essere incriminati, ad esempio la società Texaco, che ha danneggiato la foresta amazzonica dell’Ecuador dal 1964 al 1990 sfruttando il petrolio; un’associazione che rappresenta 30.000 vittime di questa contaminazione ha depositato una denuncia in tal senso nel 2014.\nI popoli indigeni dell’Amazzonia (che oggi rappresentano circa 2 milioni di persone, appartenenti a più di 350 tribù), negli ultimi decenni, grazie a campagne internazionali, hanno inoltre imposto la loro legittimità sulla questione della «proprietà» dell’Amazzonia.\nLes leaders indigènes se font cependant de plus en plus présents dans les sommets internationaux sur le climat et les droits humains, comme Sonia Guajajara, Davi Kopenawa Yanomami ou encore Raoni Metuktire, qui a bientôt 90 ans a repris les chemins de la lutte. L’articulation des peuples indigènes du Brésil (APIB) lance désormais des appels à boycotter les produits brésiliens qui sont responsables de la déforestation et des violations des droits des populations locales.\nD’autres mécanismes internationaux ont aussi été pensés pour préserver l’Amazonie. Ainsi, le Fundo Amazônia, créé en 2008, administré par le Brésil avec des fonds provenant essentiellement de la Norvège et de l’Allemagne, a pu un temps être un exemple de collaboration internationale contre la déforestation. Mais, le projet est aujourd’hui mis à mal par le gouvernement Bolsonaro qui ne souhaite plus respecter les engagements initiaux de son pays.\nIl existe cependant encore des pistes comme l’une suivi par la FAO en collaboration avec l’ Union internationale pour la conservation de la nature (UICN), le Programme des Nations unies pour l’environnement (PNUE) et d’autres partenaires, qui a développé le projet « intégration des aires protégées de l’Amazonie » (IAPA), qui « en assurant une approche régionale et transfrontalière de l’Amazonie, protège mieux la biodiversité ainsi que les collectivités et les économies locales qui dépendent de l’Amazonie pour leur nourriture et leurs moyens de subsistance. »\nChloé Maurel Prima pubblicazione: https://www.equaltimes.org/au-nom-de-sa-richesse-patrimoniale\n","permalink":"https://geopolitics-today.com/it/articles/2026-04-04-internazionalizzare-lamazzonia/","summary":"\u003cp\u003eAllo stesso modo in cui, nel 1947-48, l’ONU aveva elaborato il progetto di fare di Gerusalemme una «città internazionale», nel corso dei decenni, un po’ ovunque, si sono levate voci per chiedere un’internazionalizzazione della foresta amazzonica, la più vasta estensione di foresta primaria del mondo. Alcuni ritengono infatti che la foresta amazzonica, fonte di acqua e ossigeno e straordinario serbatoio di biodiversità, dovrebbe appartenere a tutti, come bene pubblico dell’umanità. Un’idea che richiama in parte il concetto della terra nutrice, la Pacha Mama, dei popoli andini.\u003c/p\u003e","title":"Internazionalizzare l'Amazzonia?"},{"content":"Nel marzo 2023, la Conferenza delle Nazioni Unite sull’acqua ha riunito numerosi rappresentanti degli Stati membri dell’ONU, di ONG e di aziende, per un totale di 10.000 persone, a New York, e, di fronte all’urgenza di garantire meglio il diritto degli esseri umani all’acqua, ha auspicato la nomina di un «inviato speciale dell’ONU per l’acqua», per far rispettare più efficacemente questo diritto.\nQuesto imperativo si basa sulla risoluzione dell’Assemblea Generale dell’ONU adottata il 28 luglio 2010, che riconosce per la prima volta «il diritto all’acqua potabile e a servizi igienico-sanitari sicuri e puliti come un diritto umano essenziale per la piena godibilità della vita e per l’esercizio di tutti i diritti umani».\nInfatti, l’acqua, risorsa naturalmente presente sulla Terra, non è una merce come un’altra, tanto più che ha un’importanza vitale per gli esseri umani; appare quindi giustificato considerarla un bene pubblico mondiale, cioè un bene comune.\nNell\u0026rsquo;epoca del riscaldamento climatico, la risorsa vitale che è «l’oro blu» si rivela particolarmente cruciale. Alcuni dati ne illustrano l’importanza fondamentale e mettono in evidenza le conseguenze drammatiche della mancanza d’acqua:\n– 2,2 miliardi di persone non hanno accesso a servizi di acqua potabile gestiti in modo sicuro e sono costrette a bere acqua contaminata.\n– Oltre la metà della popolazione mondiale, cioè 4,2 miliardi di persone, è priva di servizi igienico-sanitari gestiti in modo sicuro.\n– 297.000 bambini sotto i 5 anni muoiono ancora ogni anno a causa di malattie diarroiche dovute alla scarsa salubrità dell’acqua.\n– Quasi il 90% delle catastrofi naturali è legato all’acqua (inondazioni, cicloni, tornado, siccità…).\n– L’80% delle acque reflue nel mondo viene scaricato nell’ambiente senza trattamento.\nL’ONU misura la gravità della situazione attuale, deplorevole, calcolando che, complessivamente, ogni anno più di 842.000 persone nei paesi a basso o medio reddito muoiono a causa della carenza d’acqua. I problemi legati all’acqua sono inoltre aggravati da uno spreco massiccio nei paesi del Nord.\nParallelamente, per quanto riguarda stavolta l’acqua marina, l’inquinamento influisce in modo drammatico sull’acqua terrestre: un «continente di plastica» galleggia nel Pacifico e, almeno da agosto 2023, il Giappone ha iniziato a scaricare in mare le acque contaminate a seguito della catastrofe di Fukushima.\nA queste sfide umane e ambientali si aggiunge la minaccia delle «guerre dell’acqua». L’acqua è oggi, più che mai, un’arma temibile, oltre che una risorsa strategica, negli scontri geopolitici contemporanei: in Ucraina, la distruzione della diga di Kakhovka, all’inizio di giugno 2023, ha provocato inondazioni drammatiche e l’evacuazione di oltre 8.000 abitanti; l’Egitto contempla «l’uso della forza, anche aerea, contro la Grande Diga della Rinascita che l’Etiopia sta costruendo sul corso del Nilo Azzurro»; l’Indo e il Brahmaputra vedono le loro acque contese tra Cina, India e Pakistan; infine, in Medio Oriente, la Turchia mira al controllo dei grandi fiumi della Mesopotamia.\nAll’interno degli Stati, l’acqua genera anche conflitti e tensioni che talvolta sfociano in scontri violenti, dalla Colombia al Sudafrica, fino alla Francia, dove il 25 marzo 2023 oltre 200 persone sono rimaste ferite negli scontri con le forze dell’ordine durante le manifestazioni contro l’installazione di «mega-bacini» destinati all’agricoltura a Sainte-Soline.\nA queste sfide umane e ambientali si aggiunge la minaccia delle «guerre dell’acqua». L’acqua è oggi, più che mai, un’arma temibile, oltre che una risorsa strategica, negli scontri geopolitici contemporanei: in Ucraina, la distruzione della diga di Kakhovka, all’inizio di giugno 2023, ha provocato inondazioni drammatiche e l’evacuazione di oltre 8.000 abitanti; l’Egitto contempla «l’uso della forza, anche aerea, contro la Grande Diga della Rinascita che l’Etiopia sta costruendo sul corso del Nilo Azzurro»; l’Indo e il Brahmaputra vedono le loro acque contese tra Cina, India e Pakistan; infine, in Medio Oriente, la Turchia mira al controllo dei grandi fiumi della Mesopotamia.\nAll’interno degli Stati, l’acqua genera anche conflitti e tensioni che talvolta sfociano in scontri violenti, dalla Colombia al Sudafrica, fino alla Francia, dove il 25 marzo 2023 oltre 200 persone sono rimaste ferite negli scontri con le forze dell’ordine durante le manifestazioni contro l’installazione di «mega-bacini» destinati all’agricoltura a Sainte-Soline.\nL\u0026rsquo;azione dell\u0026rsquo;ONU\nLa risoluzione delle Nazioni Unite del 2010, che afferma il diritto all’acqua come parte integrante di tutti i diritti umani, è quindi particolarmente importante. Il testo quantifica questo diritto tra 50 e 100 litri di acqua per persona al giorno, a un costo accessibile, cioè inferiore al 3% del reddito familiare. Precisa inoltre che ogni famiglia deve poter trovare una fonte d’acqua a meno di un chilometro da casa e che il tempo necessario per raccogliere quest’acqua non deve superare i 30 minuti.\nCinque anni dopo, tra i 17 «Obiettivi di sviluppo sostenibile» (OSS) proclamati dall’ONU nel 2015, l’obiettivo n. 6 mira a garantire a tutti l’accesso all’acqua e ai servizi igienico-sanitari e a assicurare una gestione sostenibile delle risorse idriche. Ma queste proclamazioni non rischiano di restare lettera morta in una realtà in cui l’ONU è priva di forza vincolante e di potere sanzionatorio?\nNonostante la mancanza di strumenti vincolanti per far rispettare le proprie risoluzioni, l’ONU ha comunque condotto un’azione utile, tanto più che essa si inscrive nel lungo periodo, essendo l’istituzione attiva da quasi 80 anni. Storicamente, l’azione dell’ONU e delle sue agenzie sulla questione dell’acqua era già iniziata negli anni ’70, periodo di emergere delle preoccupazioni ecologiste e ambientali, con la Conferenza delle Nazioni Unite sull’acqua nel 1977, seguita dalla Conferenza internazionale sull’acqua e l’ambiente, lanciata nel 1992, anno del Vertice della Terra a Rio.\nL’UNESCO era stata persino pioniera, lanciando già negli anni ’50 programmi di ricerca sulle «zone aride» e sulle «zone umide», per poi creare la Commissione Oceanografica Internazionale (COI) e avviare un Programma Idrico Internazionale. Infatti, il suo primo Direttore generale, Julian Huxley (dal 1946 al 1948), era uno scienziato molto attento alla conservazione della natura.\nL’azione dell’ONU passa anche attraverso la sensibilizzazione della popolazione mondiale su queste tematiche, tramite la «Giornata mondiale dell’acqua», ogni 22 marzo, e la «Decade internazionale d’azione dell’ONU sull’acqua» (2018-2028).\nLa conferenza mondiale sull’acqua dolce organizzata dall’ONU nel marzo 2023, la prima su questo tema dopo 40 anni, ha prodotto un testo importante, sebbene non vincolante dal punto di vista giuridico: il «Programma d’azione per l’acqua», che raccoglie tutti gli impegni volontari legati all’acqua (più di 700 impegni) e ne seguirà i progressi.\nAd esempio, l’Unione Europea si è impegnata a «supportare l’accesso di 70 milioni di persone a una fonte di acqua potabile migliorata e/o a servizi igienico-sanitari entro il 2030». Inoltre, l’UE si è impegnata a sostenere gli Stati membri «con un finanziamento di 20 milioni di euro per accelerare l’implementazione della sorveglianza delle acque reflue». Altro esempio: la multinazionale francese Danone si è impegnata a lanciare «un fondo di finanziamento misto per permettere a 30 milioni di persone bisognose di avere accesso quotidiano ad acqua potabile». In totale, sono stati promessi 300 miliardi di dollari per supportare il Programma d’azione per l’acqua.\nQuesta conferenza è quindi molto importante, perché, come osserva il giornalista Akram Belkaïd su Le Monde diplomatique, «a differenza degli oceani, che godono di un accordo mondiale di protezione, adottato anch’esso a marzo, l’acqua dolce (…) non beneficia di alcun testo fondamentale che ne regoli contemporaneamente uso, condivisione e conservazione».\nSi tratta quindi di un passo avanti verso un tale obiettivo. Inoltre, contemporaneamente alla conferenza, l’ONU ha pubblicato il suo «Rapporto mondiale sullo sfruttamento delle risorse idriche 2023».\nLe multinazionali dell’acqua e la difesa dei loro interessi finanziari\nTuttavia, dietro queste belle parole si nasconde una crescente penetrazione dell’ONU da parte degli interessi del settore privato. È dagli anni 2000, sotto il mandato del ghanese Kofi Annan, che risale questa preoccupante penetrazione del settore privato nei meandri dell’ONU. Questo Segretario generale aveva infatti fatto in modo di associare le multinazionali ai dibattiti delle Nazioni Unite, attraverso il «Patto Globale» (Global Compact) che aveva istituito.\nMa le multinazionali dell’acqua, spesso quotate in borsa – dalle francesi Suez e Veolia, all’americana American Water, Thames Water, alla brasiliana Sabesp, fino alla svizzera Nestlé – sono al lavoro per influenzare le discussioni e l’orientamento dei testi adottati.\nL’acqua – principalmente dolce – stimola le brame delle grandi imprese multinazionali.\nLe grandi multinazionali hanno creato lobby per difendere i propri interessi in uno spirito neoliberale e predatorio, con il risultato di una crescente mercificazione dell’acqua.\nCome analizza l’economista eterodosso Sylvain Leder, in realtà, «nel 1992, durante la Conferenza delle Nazioni Unite sull’acqua a Dublino, […] per la prima volta questa risorsa è stata ufficialmente riconosciuta a livello internazionale come bene economico».\nSi è così instaurata una vera e propria «oligarchia mondiale dell’acqua», secondo le parole dell’economista e politologo Riccardo Petrella, un’oligarchia che, come spiega Sylvain Leder, «ha a capo la Banca Mondiale, all’origine della creazione nel 1996 del Consiglio Mondiale dell’Acqua, guidato allora da alti dirigenti di multinazionali come Suez e Vivendi (poi diventata Veolia) e con sede a Marsiglia. Questo consiglio ha il compito di definire una visione globale di questa risorsa in un quadro liberale. La dimensione operativa è garantita dal Partenariato Mondiale per l’Acqua, creato nello stesso anno per favorire le partnership pubblico-private».\nIn definitiva, l’acqua dolce, che rappresenta un mercato di oltre 600 miliardi di euro, si trova sempre più al centro delle sfide economiche del XXI secolo. All’interno dell’organizzazione internazionale si osserva un tira e molla tra gli imperativi umanitari del «diritto all’acqua» e la logica del profitto predatorio e della mercificazione di tutte le risorse naturali.\nSpetta quindi all’ONU liberarsi dagli interessi del settore privato e dai potenti lobby ad esso associati, e affermare con forza la logica del diritto all’acqua, nello spirito dei «diritti economici e sociali», proclamati già nel 1966 al suo interno.\nChloé Maurel\n(Prima pubblicazione: Equal Times, 7 settembre 2023)\n","permalink":"https://geopolitics-today.com/it/articles/2026-04-04-lonu-difende-il-diritto-allacqua/","summary":"\u003cp\u003eNel marzo 2023, la Conferenza delle Nazioni Unite sull’acqua ha riunito numerosi rappresentanti degli Stati membri dell’ONU, di ONG e di aziende, per un totale di 10.000 persone, a New York, e, di fronte all’urgenza di garantire meglio il diritto degli esseri umani all’acqua, ha auspicato la nomina di un «inviato speciale dell’ONU per l’acqua», per far rispettare più efficacemente questo diritto.\u003c/p\u003e\n\u003cp\u003eQuesto imperativo si basa sulla risoluzione dell’Assemblea Generale dell’ONU adottata il 28 luglio 2010, che riconosce per la prima volta «il diritto all’acqua potabile e a servizi igienico-sanitari sicuri e puliti come un diritto umano essenziale per la piena godibilità della vita e per l’esercizio di tutti i diritti umani».\u003c/p\u003e","title":"L'ONU difende il \"diritto all'acqua\""},{"content":"I governi europei – e i media accodati – continuano a reagire alla “Strategia di sicurezza nazionale” di Donald Trump come se fosse l’attuale presidente ad avere inventato l’ostilità di Washington nei confronti di ogni autentica unità europea, mentre egli si è limitato a renderla provocatoriamente esplicita, in collaudata sintonia con Mosca. In tal modo il presidente degli Stati Uniti fornisce una preziosa occasione agli europei per definire e focalizzare l’urgente correzione di struttura e rotta dell’Unione Europea, in direzione della sua indipendenza – non soltanto “autonomia” – strategica, restituendo l’unica sovranità possibile ai suoi popoli. Un ulteriore paradosso è Giorgia Meloni – la presunta sovranista ed ex fascista che, da presidente del Consiglio della Repubblica Italiana, si fa baciare in testa da Joe Biden, per poi diventare la tuttofare (per carità, non cortigiana) di Donald Trump – a ricordare ai pseudo europeisti di casa nostra che esiste un’altra Europa dall’UE attuale, quella di Ventotene. Non succederà ora, ma la prospettiva non può che essere quella.\nSia consentito spiegarmi con alcuni ricordi personali. Quando, dopo la caduta del Muro, reincontrai Henry Kissinger – che era stato mio professore nel corso di due anni di studi giovanili – gli chiesi: “Nevvero che sei sempre stato ostile all’unificazione dell’Europa?”. Mi rispose: “No, perché dici questo?”. Poi, dopo una pausa di riflessione, soggiunse: “Credo tu abbia ragione”. Questa tardiva ammissione fa riferimento ad una realtà che risale al tempo della sconfitta degli Stati Uniti nel Vietnam, la quale segnò l’inizio del declino dell’egemonia mondiale, prima incontrastata. Ne derivò la crescente dipendenza, ai fini di un consolidamento del residuo primato politico-militare Usa, dal permanere della “credibile minaccia” sovietica. Fu lo stesso Kissinger, al culmine del suo potere, ormai segretario di Stato dello sprovveduto presidente Gerald Ford, ad invitare l’allora capo della Cia, George Tenet, a riscrivere la sua valutazione della potenza sovietica, perché insufficiente a giustificare la spesa e la presenza militare statunitense nel mondo. Coincise con una svolta nei rapporti con gli alleati europei, incoraggiati negli anni cinquanta da Eisenhower ad unirsi per dare vita ad una propria difesa autonoma allo scopo di creare un’improbabile “alleanza tra eguali” – successivamente sostenuta dalle presidenze Kennedy e Johnson – nell’ambito della Nato.\nLa caduta del Muro, lungi dal costituire “la fine della storia” e il trionfo della politica estera di Washington in un mondo ormai unipolare, in realtà ne segnò la crisi. Ormai privi della “minaccia credibile”, i governanti statunitensi, che potremmo chiamare post-kissingeriani, si trovarono impegnati in un angoscioso sforzo di surrogare la minaccia sovietica, ormai insufficiente a giustificare armamenti e basi militari, con relativa spesa a carico dei contribuenti. Tramontata la presidenza di Ronald Reagan e con essa la lungimirante intesa politica tra James Baker e Mikhail Gorbachev, i loro successori vollero salvaguardare la Nato, oggettivamente obsoleta, estendendone i confini verso Est, con ulteriore umiliazione della Russia.\nDopo gli interventi anti serbi nei Balcani, l’attacco alle Torri gemelle del 2001, con la conseguente “guerra al terrore”, ridiede spazio al ruolo di potenza militare di Washington; le guerre in Afghanistan e Iraq e poi gli attacchi alla Libia servirono ad offrire ossigeno al complesso militare-industriale, a mezzo secolo di distanza dalla denuncia di Eisenhower. Infine, l’attacco lungamente provocato della Russia all’Ucraina, sortì il beneficio, reciproco ai fini delle due superpotenze in declino, di riesumare gli spettri della Guerra fredda. La Cina, grande potenza in ascesa, era diversamente impegnata nella costruzione di un mondo multipolare, usando lo strumento dei Brics; perciò scarsamente disponibile ad adottare lo schema bipolare di cui Stati Uniti e Russia sono vedove tenaci quanto inconsolabili.\nE l’Europa? Avversaria di Washington, e non da oggi. Qui cedo, ancora una volta, alla tentazione di ricorrere ad un ricordo personale. Giovedì 17 settembre 1992. Il Senato della Repubblica Italiana era impegnato nel dibattito che precedeva il voto per l’autorizzazione della ratifica del trattato di Maastricht, programmato per il pomeriggio, a conclusione dei lavori settimanali. Che l’Italia lo approvasse, non avrebbe fatto notizia, ma anche solo un rinvio avrebbe potuto avere conseguenze letali per il trattato in tutta Europa. La Francia aveva, infatti, deciso di sottoporlo ad un referendum, dall’esito assai incerto, programmato per la domenica successiva. La mancata ratifica da parte dell’Italia avrebbe riesumato il fantasma del fallimento della Comunità Europea della Difesa che, nell’anno del Signore 1955, fu respinta dal governo Mendès-France, usandola come ragione o pretesto. Il problema non era quello di una maggioranza disponibile, bensì del venir meno del numero legale. Infatti, ai voti della maggioranza di cui disponeva l’ultimo pentapartito, presieduto da Giuliano Amato, si sarebbero aggiunti quelli del gruppo più numeroso di opposizione, che faceva capo al Pds. Nei mesi precedenti avevamo deciso il nostro voto favorevole perché il trattato prevedeva l’istituzione della moneta comune, l’euro; una delle tre prerogative essenziali, accanto a territorio e governo, per la costituzione di un’Europa unita e sovrana. Invece, i gruppi di Alleanza Nazionale e di Rifondazione Comunista, pur dichiarandosi allora favorevoli a tale obiettivo, ritenevano con qualche ragione che altri aspetti del trattato avrebbero dato vita a un’”Europa dei banchieri”. Perciò essi non si limitavano ad affermare la loro contrarietà, ma s’impegnavano in un ostruzionismo che metteva in pericolo il raggiungimento del numero legale. A metà mattinata si verificò il colpo di scena. Mi vennero incontro il relatore di maggioranza, senatore Bruno Orsini della Dc, e il capogruppo socialista, Gennaro Acquaviva, che mi chiesero quale sarebbe stata la reazione dei Pds se il governo avesse deciso il rinvio del voto in data da destinarsi, accampando come ragione la sopraggiunta crisi del precedente Sistema Monetario Europeo, Sme (che, in realtà, rendeva più urgente l’approvazione del trattato in discussione). Forte della posizione unita del mio gruppo, risposi ad alta voce che avremmo preso in mano la bandiera dell’Europa e che con essa avremmo colpito il governo finché lo vedevamo muoversi! Dopo una mezz’ora, tornarono i miei interlocutori, preannunciando l’intervento del ministro degli Esteri Emilio Colombo che avrebbe ribadito l’impegno del voto a fine seduta. A quel punto era d’obbligo, da parte mia, una richiesta di spiegazioni. La risposta fu: “Pressioni di Washington che osteggia l’euro per tutelare il dollaro”. A conferma di ciò la presidenza lassa di Giovanni Spadolini – primo della classe della corte statunitense dell’epoca – stava favorendo l’ostruzionismo che avrebbe potuto compromettere il numero legale e, di conseguenza, il destino del trattato. A questo punto, armato di tale episodio, ne informai Luigi Vinci – rappresentante di Rifondazione in commissione Esteri – che, dopo un breve interludio, confermò il voto contrario, ma garantì quel numero legale che salvò il trattato consentendo al Senato di non fare notizia addirittura a livello mondiale.\nSe, con ogni probabilità, la difesa del dollaro nei mercati mondiali e la conseguente ostilità alla nascita dell’euro costituirono il detonatore degli eventi qui ricordati, quali erano e restano le ragioni di questo accanimento statunitense, contro un’Europa unita e sovrana? Quella programmata dai firmatari del manifesto di Ventotene e che ispirarono il trattato di Roma e tanti uomini di Stato, da Jean Monnet a Jacques Delors. Via via che l’egemonia di Washington è andata evaporando, l’unità politica di un mercato di circa 500 milioni di persone, con una forte impronta socialdemocratica, specie nel Nord Europa, ma non imputabile di orientamenti o strutture antidemocratiche, avrebbe dato vita ad un formidabile rivale, più temibile del nemico connivente di Mosca, nemmeno liquidabile quale dittatura ostile. In prospettiva quell’Europa avrebbe potuto compromettere il futuro della Nato, malamente sopravvissuta alla caduta del Muro, mettendo fine al divide et impera di Washington nel continente europeo.\nOggi come oggi, il sogno di Madeleine Albright e di Victoria Nuland (“Fuck Europe!“) – tanto per fare due nomi significativi – prima ancora che di Donald Trump, si è pressoché avverato. La gestione corrotta di Ursula von der Leyen, favorita dalle convergenze sovraniste di Baltici e dei paesi di Visegrad, ha fatto dell’Unione Europea un docile strumento di Washington sotto lo sguardo compiaciuto di Mosca. La propaganda di guerra, alimentata dagli eventi sanguinosi in Ucraina e Palestina, ha determinato una politica di riarmo a servizio del complesso militare-industriale statunitense che preclude una difesa europea, con relative economie di scala, che presuppone una politica estera integrata. Il ruolo anacronistico di minaccia credibile della Russia di Putin viene consolidato con l’interruzione degli acquisti di gas e petrolio da Mosca – e con il sabotaggio occidentale del gasdotto NordStream 2 che riforniva la Germania -, con la politica delle sanzioni e il congelamento delle risorse finanziarie russe in Europa. Allo stesso tempo gli Stati Uniti di Trump rilanciano e addirittura teorizzano in un documento ufficiale la loro tradizionale politica in Europa, fondata su prevaricazioni di politica estera e anche interna ai suoi singoli stati. La UE non ha dato nessuna risposta proporzionata agli incrementi dei dazi sulle esportazioni imposti da Trump, né all’obbligo di aumentare la spesa militare nel quadro degli accordi Nato, per lo più in forma di acquisti di armi statunitensi.\nInsomma, siamo di fronte a una “vaste entreprise“, direbbe Charles de Gaulle. Eppure una diversa Europa, ispirata da quella delle origini, potrebbe prendere il suo posto in un mondo multipolare più pacifico, segnare la fine del prolungamento della Guerra fredda, persino stimolare una svolta di Stati Uniti e Russia, ancora impegnati nella sua spartizione in sfere d’influenza. Un mutamento di direzione che consentirebbe un’equa distribuzione delle risorse, una libertà di scambi come condizione di convivenza pacifica e produttiva nella salvaguardia ecologica del globo. Insomma, pane, pace e libertà per tutti. Utopia? Come affermava Barbara Ward, al fianco di Kwame Nkrumah, allora presidente del Ghana, più di mezzo secolo fa, abbiamo urgente bisogno di “relevant utopias” che, se anche non si avverano, indicano nell’immediato la direzione in cui impegnarci.\nGian Giacomo Migone\n","permalink":"https://geopolitics-today.com/it/articles/2026-03-30-usa-europa-storia-di-unalleanza-ostile/","summary":"\u003cp\u003eI governi europei – e i media accodati – continuano a reagire alla “Strategia di sicurezza nazionale” di Donald Trump come se fosse l’attuale presidente ad avere inventato l’ostilità di Washington nei confronti di ogni autentica unità europea, mentre egli si è limitato a renderla provocatoriamente esplicita, in collaudata sintonia con Mosca. In tal modo il presidente degli Stati Uniti fornisce una preziosa occasione agli europei per definire e focalizzare l’urgente correzione di struttura e rotta dell’Unione Europea, in direzione della sua indipendenza – non soltanto “autonomia” – strategica, restituendo l’unica sovranità possibile ai suoi popoli. Un ulteriore paradosso è Giorgia Meloni – la presunta sovranista ed ex fascista che, da presidente del Consiglio della Repubblica Italiana, si fa baciare in testa da Joe Biden, per poi diventare la tuttofare (per carità, non cortigiana) di Donald Trump – a ricordare ai pseudo europeisti di casa nostra che esiste un’altra Europa dall’UE attuale, quella di Ventotene. Non succederà ora, ma la prospettiva non può che  essere quella.\u003c/p\u003e","title":"Usa-Europa, storia di un’alleanza ostile"},{"content":"Ora che alla Casa Bianca siede un personaggio che definire discutibile significa usare un eufemismo, in molti cominciano a rendersi conto di un elemento geo-politico che ai più è sfuggito per oltre un trentennio: gli interessi europei e quelli americani non coincidono. Non hanno mai coinciso, a dire il vero: basti pensare alle ragioni profonde della Rivoluzione grazie alla quale le tredici colonie si emanciparono dalla madrepatria inglese nel 1776, esattamente duecentocinquant\u0026rsquo;anni fa. \u0026ldquo;No taxation without representation\u0026rdquo; era lo slogan: nessuna tassa senza rappresentanza. E per rendere palese il proprio sdegno, gettarono a mare un carico di tè (il movimento ultra-conservatore del TEA Party, che oggi esprime il segretario di Stato Marco Rubio, prende il nome da lì), onore e vanto della corona britannica.\nEravamo nel Settecento, certo, ma la Rivoluzione americana non aveva la stessa matrice di quella che tredici anni dopo, nel 1789, avrebbe modificato per sempre l\u0026rsquo;assetto della Francia e del Vecchio Continente. Se nonostante il lungo periodo della Restaurazione, la Francia si è mantenuta, anche nell\u0026rsquo;Ottocento, la patria dei lumi, se Napoleone Bonaparte, pur essendo senza dubbio una sorta di despota, è comunque considerato dai francesi un padre della patria e se grandi affreschi della Francia post-napoleonica come \u0026ldquo;I miserabili\u0026rdquo; di Victor Hugo devono essere letti pure come una rivendicazione degli ideali di libertà, uguaglianza e fratellanza, è infatti perché quella rivoluzione aveva un afflato egualitario che quella americana possedeva solo in parte. Certo, Alexis de Tocqueville, andando a scrutare da vicino e in profondità le vicende d\u0026rsquo;oltreoceano, ne ha colto i tratti peculiari, i punti in comune e le differenze rispetto a quelle europee, ma nessun osservatore ha mai potuto mancare di riconoscere che la vera natura di quel popolo, per quanto discendente della vecchia Europa, fosse l\u0026rsquo;isolazionismo.\nNon a caso, le due dottrine cardine del Diciannovesimo secolo furono quella di James Monroe, \u0026ldquo;L\u0026rsquo;America agli americani\u0026rdquo;, e quella di Andrew Jackson, padre putativo del Partito Democratico, ossia, per l\u0026rsquo;appunto, l\u0026rsquo;isolazionismo, basato sull\u0026rsquo;idea che l\u0026rsquo;America vive e costruisce il proprio destino e il resto del mondo al massimo si ispira alla sua luce e alla sua grandezza. Seguirono, nei novant\u0026rsquo;anni successivi, una serie di miti alquanto posticci: l\u0026rsquo;eccezionalismo americano, la città sulla collina (\u0026ldquo;The city upon a hill\u0026rdquo;), il \u0026ldquo;Destino manifesto\u0026rdquo; e tutta un\u0026rsquo;altra serie di autonarrazioni che precedettero di circa un secolo quella che sarebbe stata, nel Novecento, l\u0026rsquo;epopea hollywoodiana dei western e del racconto enfatico di sé. Basti pensare che anche la questione della schiavitù venne risolta, in America, solo grazie alla caparbietà di Abraham Lincoln (repubblicano, perché all\u0026rsquo;epoca, e per almeno altri cent\u0026rsquo;anni, i democratici erano i veri rappresentanti del Sud schiavista e segregazionista), capace di sfidare i venti secessionisti che avevano condotto il Paese a una guerra devastante, durata un quadriennio e caratterizzata dall\u0026rsquo;assassinio dello stesso Lincoln. Senza approfondire ogni singolo aspetto della vicenda statunitense, ci limitiamo a sottolineare che anche Theodore Roosevelt, in realtà, aveva una concezione muscolare del ruolo del Paese nel mondo: lo riteneva, difatti, un gendarme ma senza compiere alcuna concessione al prossimo. Per avere una visione interventista e non isolazionista, bisogna arrivare dunque a Woodrow Wilson, demoratico, la cui esperienza fu segnata dalla furia degli stati del Sud, sempre più inclini a linciaggi e indescrivibili atti di barbarie, in particolare nei confronti dei neri, ma soprattutto dall\u0026rsquo;ingresso dell\u0026rsquo;America nella Prima guerra mondiale. La Società delle Nazioni, antesignana dell\u0026rsquo;ONU, nacque, nella mente di Wilson, proprio in quella temperie, mentre l\u0026rsquo;Europa vedeva i suoi imperi dissolversi e il suo ruolo di egemone globale venire meno. Chi è, pertanto, Donald Trump? Al netto delle sue innumerevoli controversie, politicamente parlando, ne esistono almeno due. Il primo (2017-2021) è un presidente paleocon, ossia improntato alla visione jacksoniana (non ci dimentichiamo che il nostro è stato, per lungo tempo, un assiduo finanziatore dei democratici, non poi così lontano dalle posizioni del clan Clinton) e al pensiero dei presidenti dei \u0026ldquo;Roaring Twenties\u0026rdquo;, gli Anni Ruggenti del pribizionismo, degli anarchici che volavano misteriosamente dalla finestra di un ufficio dell\u0026rsquo;FBI (Andrea Salsedo) o venivano assassinati sulla sedia elettrica (Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti) e del trio composto da Warren Harding, Calvin Coolidge ed Herbert Hoover, responsabili del disastro del Paese e, nel caso di Hoover, del tutto incapaci di far fronte alla crisi del \u0026lsquo;29, al punto che quando si parlava di baraccopoli, da quelle parti si parlava di \u0026ldquo;hooverville\u0026rdquo;. Il secondo Trump (2025-2029), che dichiara guerra all\u0026rsquo;intero pianeta pur pretendendo il premio Nobel per la Pace, è invece assai più interventista, sulla scia di repubblicani come i neocon Reagan, Bush senior e Bush junior e di democratici come Clinton.\nPerché questo mutamento? Perché gli Stati Uniti sono in declino. Se il bellicismo dei predecessori era legato alla necessità di espandere il potere e l\u0026rsquo;influenza americana, cogliendo l\u0026rsquo;occasione irripetibile offerta dal crollo dell\u0026rsquo;Unione Sovietica e dal disfacimento della sua sfera d\u0026rsquo;influenza, con tanto di annessione alla NATO (e poi, non per caso, anche all\u0026rsquo;Unione Europea) di quasi tutti gli ex paesi del Patto di Varsavia, il trumpismo ha oggi bisogno di riaffermare la funzione storica di un Paese che, a pensarci bene, non ne ha più nessuna.\nL\u0026rsquo;America, infatti, non è più una potenza culturale, nonostante l\u0026rsquo;industria hollywoodiana sia ancora fiorente, stenta in ambito economico, è incalzata da una Cina sempre più arrembante, deve vedersela con una Russia che Putin, sia pur con metodi atroci, ha riscattato dalla stagione del declino caratterizzata da El\u0026rsquo;cin e non sa come fare fronte a una polveriera mediorientale nella quale Netanyahu ha scatenato il finimondo senza riuscire a chiudere un solo fronte.\nE così, attualmente, l\u0026rsquo;America è una nazione sconfitta: in Venezuela ha cacciato Maduro ma non ha dato vita ad alcun \u0026ldquo;regime change\u0026rdquo;, lasciando al potere la sua vice, in Iran idem, con l\u0026rsquo;aggravante di dover fronteggiare un popolo di cento milioni di abitanti e un paese con tremila anni di storia gloriosa alle spalle, e, per quanto riguarda Gaza, ha lasciato che l\u0026rsquo;oligarca di Tel Aviv compisse un genocidio senza riuscire a far approvare nemmeno uno straccio di piano di pace, limitandosi al massimo a un\u0026rsquo;effimera tregua, mai davvero rispettata dagli israeliani.\nIn Ucraina, infine, un po\u0026rsquo; per l\u0026rsquo;innata ammirazione che Trump prova nei confronti di Putin, un po\u0026rsquo; perché con la Russia non è possibile per nessuno alzare troppo la voce, l\u0026rsquo;America ha manifestato tutta la propria debolezza e inconcludenza, peraltro dopo essersi ritirata in maniera ignominiosa, nell\u0026rsquo;estate del 2021, dall\u0026rsquo;Afghanistan.\nCi troviamo, dunque, al cospetto di un Paese stanco, in guerra con se stesso, improvvisamente riscopertosi fragile e assediato da una tecnoligarchia di multimiliardari che pretende di dettar legge non solo alla Casa Bianca ma all\u0026rsquo;intero pianeta, lasciandosi andare a ridicole predicazioni sull\u0026rsquo;Anticristo e pretendendo l\u0026rsquo;immortalità e la conquista di Marte.\nIn pratica, quello che è stato il Paese di Camelot e della Nuova frontiera kennediana, di registi come Elia Kazan, di drammaturghi come Arthur Miller, di attori come Marlon Brando, di dive come Marylin Monroe, del giornalismo indipendente e cane da guardia del potere, di editrici come Katharine Graham, del jazz, del charleston e di mille altri elementi e personalità che lo rendevano grande al netto delle sue contraddizioni, si trova adesso prigioniero di una sorta di setta fuori controllo che si avvale della compiacenza di un Presidente sulla cui sanità mentale più di un analista ha cominciato ad avanzare seri dubbi. In tutto questo, un\u0026rsquo;Europa finora postasi in una posizione di vassallaggio, incapace di esprimere una politica estera autonoma e unitaria, in grado di farsi distruggere il gasdotto North Stream 2 mandando in recessione la Germania e mettendo a repentaglio le forniture energetiche dell\u0026rsquo;intero continente, più che mai divisa e in preda alla revanche di fascismi e autoritarismi d\u0026rsquo;ogni genere, questa Europa sta forse iniziando a rendersi conto di dover cambiare atteggiamento. Non a caso, dopo la scomparsa di papa Francesco, per la prima volta nella storia è stato eletto un Papa americano, come a dire che il potere temporale del Paese dominante è terminato e che un po\u0026rsquo; di spiritualità, anche a quelle latitudini, non guasta. Non a caso, si comincia a ragionare di una difesa autonoma e di una NATO europea. Non a caso, ci si interroga su come muoversi sullo scacchiere internazionale, preso atto che nessun paese, nemmeno l\u0026rsquo;Ungheria di Orbán, può davvero pensare di seguire Trump e Netanyahu nella follia di scatenare un armageddon in Iran senza pagare per questo un prezzo altissimo. E anche i dazi, gli insulti continui, le accuse, gli attacchi, le diffidenze ostentate e la posizione indegna assunta nei confronti di Zelens\u0026rsquo;kyj, che non è uno statista ma non può essere scaricato dall\u0026rsquo;oggi al domani, e soprattutto del popolo ucraino non hanno certo contribuito a rasserenare gli animi.\nVoglio illudermi, insomma, che l\u0026rsquo;Unione Europea, benché mal rappresentata e ostaggio di una classe dirigente fra le più deboli che si siano mai viste nella sua lunga storia, stia prendendo atto della necessità di remare in direzione ostinata e contraria rispetto a un modello divenuto insostenibile e ormai del tutto opposto ai nostri interessi. La vera domanda, pertanto, è: siamo attrezzati per detrumpizzarci? È in grado il pensiero progressista di produrre anticorpi adeguati e, più che mai, di esprimere delle leadership all\u0026rsquo;altezza delle sfide elettorali che avranno luogo nei prossimi anni in paesi chiave come Italia, Francia, Spagna e Germania? E cosa farà nei confronti dell\u0026rsquo;Unione Europea la pentitissima Inghilterra, che sempre più ricorda la parabola del figliol prodigo? Se esistono degli statisti, si facciano avanti perché il tempo è scaduto e o ci si emancipa, una volta per tutte, dall\u0026rsquo;abbraccio con una Nazione che di fatto ci ha dichiarato guerra, in ambito valoriale ed economico, o finiremo con l\u0026rsquo;affondare con essa, senza avere nemmeno le risorse energetiche adeguate per far fronte a un\u0026rsquo;emergenza senza precedenti e con molteplici fronti di guerra che si stagliano all\u0026rsquo;orizzonte cingendoci d\u0026rsquo;assedio.\nRoberto Bertoni\n","permalink":"https://geopolitics-today.com/it/articles/2026-03-29-detrumpizzare-leuropa/","summary":"\u003cp\u003eOra che alla Casa Bianca siede un personaggio che definire discutibile significa usare un eufemismo, in molti cominciano a rendersi conto di un elemento geo-politico che ai più è sfuggito per oltre un trentennio: gli interessi europei e quelli americani non coincidono. Non hanno mai coinciso, a dire il vero: basti pensare alle ragioni profonde della Rivoluzione grazie alla quale le tredici colonie si emanciparono dalla madrepatria inglese nel 1776, esattamente duecentocinquant\u0026rsquo;anni fa. \u0026ldquo;No taxation without representation\u0026rdquo; era lo slogan: nessuna tassa senza rappresentanza. E per rendere palese il proprio sdegno, gettarono a mare un carico di tè (il movimento ultra-conservatore del TEA Party, che oggi esprime il segretario di Stato Marco Rubio, prende il nome da lì), onore e vanto della corona britannica.\u003c/p\u003e","title":"Detrumpizzare l'Europa "},{"content":"L’Iran è un insieme politico in cui la dimensione etno-confessionale è essenziale. La tradizione millenaria dell’impero persiano si basava sulla tolleranza verso tutte le minoranze. Il più potente imperatore persiano, Dario I, si presentava come «il re del paese di tutte le etnie». Questa frase è incisa sulla sua tomba a Susa (Shush), nel 486 a.C. Questa tradizione di tolleranza fu interrotta nel 1928 a favore di un sistema ipercentralizzato di repressione delle minoranze.\nQuesta cesura fu portata avanti dalla dinastia dello shah Pahlavi e, dal 1979 in poi, dalla Repubblica islamica dell’Iran, che rovesciò il regime dello shah e instaurò una teocrazia autoritaria fondata sull’islam sciita, religione di Stato. Il paese è in realtà governato dalla Guida Suprema, discendente proclamato del Profeta, scelto da un consiglio di mullah. Il braccio armato del regime è costituito dai «Guardiani della Rivoluzione», vera e propria polizia dei costumi, in particolare contro le donne che rifiutano di portare il velo. Le minoranze etniche delle periferie sono i principali bersagli di una dura repressione. Questi guardiani, che costituiscono la base del regime, sono circa 150.000 e svolgono sia il ruolo di polizia sia quello di esercito, controllando gran parte dell’economia. Dal 1979 hanno condotto una repressione feroce: assassini tramite fucilazione, impiccagioni, torture e stupri, in particolare contro donne, giovani e minoranze etniche. Il regime sciita radicale ha condotto una battaglia culturale totale contro l’islam sunnita e contro le culture delle minoranze etniche, imponendo una radicale islamizzazione forzata. Anche l’identità persiana è stata marginalizzata.\nQuesta è la principale differenza rispetto al precedente regime dello shah, che si inseriva nella tradizione persiana, sebbene fosse una dittatura repressiva dotata di una polizia politica, la SAVAK, che torturava e uccideva. Ciò rimane presente nella memoria collettiva iraniana. Per questo motivo il ritorno della monarchia Pahlavi, rappresentata dal figlio dello shah che vive negli Stati Uniti, non costituisce una soluzione condivisa per gli iraniani. La Repubblica islamica favoriva il «centro persiano» a discapito delle periferie etniche, lasciate in grande povertà. Il potere centrale si basava teoricamente sul 50% circa della popolazione, di origine persiana. Tuttavia, questo «centro persiano», molto istruito e colto, ha condotto un’opposizione frontale nei suoi confronti, in particolare attraverso i movimenti studenteschi e femminili. Per decenni, questi movimenti di protesta sono stati repressi con violenza e terrore dai Guardiani della Rivoluzione. La situazione può cambiare dopo l’assassinio della guida Khamenei e l’azzeramento delle élite dei pasdaran (la cui reale portata non è ancora nota)? È difficile che possa emergere un’opposizione strutturata dal centro, indebolito da anni di repressione.\nLe minoranze etniche costituiscono invece opposizioni realmente attive. Il loro declassamento economico rispetto al centro — dove sono state spesso considerate cittadini di seconda classe — costituisce il motore strutturale della contestazione. Queste minoranze, numericamente importanti (circa il 50% della popolazione), sono principalmente quattro: gli Azeri (25%), i Curdi (15%), i Baluci e gli Arabi. In primo luogo, l’Azerbaigian occidentale, popolato da Azeri turcofoni e sciiti, rappresenta circa il 25% dei 90 milioni di iraniani. Questa regione del nord-ovest dell’Iran è confinante con la Repubblica indipendente dell’Azerbaigian. Da entrambi i lati del confine, gli Azeri mantengono la speranza storica di una riunificazione, inserita in una logica politica pan-turca: Baku, Tabriz, Ankara. Tuttavia, il regime iraniano conduce una repressione molto violenta contro qualsiasi velleità di nazionalismo azero.\nIl potere islamico temeva molto una rivolta azera: il peso demografico degli Azeri è considerevole. Per questo motivo questa minoranza fu trattata relativamente meglio dal punto di vista economico, anche se il suo livello di vita resta Inferiore a quello della popolazione della Repubblica dell’Azerbaigian, ricca di petrolio e gas. L’Azerbaigian è inoltre un attore geopolitico di primo piano, con il Mar Caspio e la città di confine di Astara, vero nodo commerciale sull’asse settentrionale della Via della Seta. Il regime di Baku intrattiene relazioni complesse con queste minoranze: è vicino agli Stati Uniti e a Israele, alleato di Ankara, e dialoga alla pari con la Russia di Vladimir Putin. Il confine con l’Iran costituisce da diversi anni una problema militare importante, a causa in particolare della presenza americana e israeliana. Astara è così diventata un centro militare significativo. Inoltre, i negoziati di pace con l’Armenia sono molto avanzati. Il vicino azero pratica un islam sciita ampiamente secolarizzato, in forte contrasto con quello dell’Iran. Le donne attive generalmente non indossano il velo. L’Azerbaigian diventa così un polo di attrazione per gli Azeri dell’Iran. Circolano ipotesi di infiltrazione della CIA e del Mossad in questa provincia iraniana. Gli Azeri iraniani conducono soprattutto una lotta politica e culturale, non militare, a differenza dei Curdi a ovest e dei Baluci a sud-est.\nPer quanto riguarda il Kurdistan iraniano, situato a ovest dell’Iran, possiede una forte tradizione militare di resistenza, assente tra gli Azeri. La coscienza nazionale curda si è formata di fronte a una repressione implacabile. Nonostante ciò, i gruppi di opposizione armati restano attivi e beneficerebbero anche di appoggi esterni. Il Kurdistan iraniano, così come l’Azerbaigian iraniano, potrebbe fornire élite politiche in caso di crollo del potere centrale.\nInfine, la minoranza dei Baluci, un po’ a sé stante, è sunnita e rappresenta circa il 2% della popolazione iraniana. È il gruppo etnico più combattivo contro il potere centrale. I Baluci hanno pagato il tributo più pesante di fronte alla repressione estremamente brutale delle Guardie della rivoluzione. Tuttavia, nonostante la repressione, queste opposizioni etniche rimangono legate alla millenaria Persia. Esse sono favorevoli a un ritorno a una forma di Stato federale che richiami la tradizione imperiale precedente alla dinastia Pahlavi.\nIn attesa che gli Stati Uniti spieghino come immaginano il futuro dell’Iran, ecco la situazione etnica con cui dovranno confrontarsi le nuove élite al potere (che si tratti dei Pahlavi o dei movimenti di opposizione alla teocrazia iraniana), con l’obiettivo di preservare l’unità della più antica entità statale del mondo.\n","permalink":"https://geopolitics-today.com/it/articles/2026-03-20-il-ritorno-dei-pahlavi-una-buona-idea-per-lunit%C3%A0-delliran/","summary":"\u003cp\u003eL’Iran è un insieme politico in cui la dimensione etno-confessionale è\nessenziale. La tradizione millenaria dell’impero persiano si basava sulla tolleranza verso tutte le minoranze. Il più potente imperatore persiano, Dario I, si presentava come «il re del paese di tutte le etnie». Questa frase è\nincisa sulla sua tomba a Susa (Shush), nel 486 a.C. Questa tradizione di tolleranza fu interrotta nel 1928 a favore di un sistema ipercentralizzato di repressione delle minoranze.\u003c/p\u003e","title":"Il ritorno dei Pahlavi: una buona idea per l’unità dell’Iran?"},{"content":"Il mondo sta scoprendo Pedro Sánchez, il leader socialista spagnolo che guida un governo di coalizione di sinistra. Il suo “no alla guerra” in Iran risuona come un potente segnale di allarme di fronte al pericolo mortale che minaccia il sistema di sicurezza collettiva istituito nel 1945. Le Nazioni Unite — il cui vero significato era quello di “organizzazione di nazioni unite contro il fascismo” — erano state concepite per evitare qualsiasi nuova guerra. Questo “no” è anche un rifiuto netto del trumpismo. Pedro Sánchez è l’unico capo di governo europeo a opporsi frontalmente alla guerra voluta da Donald Trump, rifiutando all’United States Air Force l\u0026rsquo;uso delle basi americane situate in Andalusia. Al contrario, Francia e Regno Unito hanno concesso all’esercito statunitense l’accesso alle loro basi agli aerei americani che, in violazione del diritto internazionale, bombardano metodicamente l’Iran. Questo rifiuto è tanto più significativo che l’iniziativa bellica di Trump appare del tutto sconsiderata: una guerra contro un paese dalla storia millenaria potrebbe condurre la regione verso il caos generale. Pedro Sánchez si inserisce nella tradizione dei progressisti spagnoli. Il suo “no alla guerra” riflette una profonda cultura politica di rifiuto della guerra nella storia del paese. L’evento fondativo di questa cultura fu il massacro deliberato e sistematico di civili nella piccola città basca di Guernica da parte dell’aviazione fascista nel 1937. Tale bombardamento segnò una una svolta storica: inaugurò una nuova era in cui l’uccisione di massa dei civili divenne uno strumento strategico di pressione. Nel contesto della Guerra civile spagnola — che contrappose democratici e progressisti da un lato all’unione delle forze di destra attorno al generale Francisco Franco, sostenuto dagli stati fascisti — Guernica divenne un simbolo storico di libertà.\nQuesta pratica dell’aviazione nazista si sarebbe ripetuta tra maggio e giugno 1940 in Francia, quando colonne di civili in fuga dall’avanzata tedesca furono bombardate e mitragliate sulle strade. Nel 1937 il pittore Pablo Picasso creò un\u0026rsquo;opera di denuncia universale della barbarie con il suo dipinto Guernica. All’epoca, una parte della stampa di destra — tra cui Le Figaro — fece eco alla propaganda fascista accusando “i Rossi” di essere responsabili del massacro. Al contrario, il giornale L\u0026rsquo;Humanité riportò i fatti reali.\nSulla questione palestinese, Pedro Sánchez ha adottato una delle posizioni più apertamente opposte nel mondo occidentale a quella del governo israeliano di estrema destra. È stato tra i primi leader europei a riconoscere lo Stato di Palestina e l’unico a imporre un vero embargo sulla vendita di armi a Israele. È inoltre l’unico capo di governo occidentale a parlare dell’esistenza di un “genocidio a Gaza”. In Spagna, un recente sondaggio indica che oltre l’80% degli spagnoli condivide la sua posizione. Pedro Sánchez può dunque contare su un sostegno pubblico molto forte. Ma ovviamente condanna i massacri terroristici compiuti da Hamas il 7 ottobre e difende il diritto di Israele a esistere senza minacce.\nIn Spagna, come altrove, la politica estera è un potente indicatore dello scontro tra un blocco di sinistra e un blocco di estrema destra, rafforzato dall’adesione di una parte della destra tradizionale. Non appena entrato in carica come primo ministro, Pedro Sánchez ha dichiarato di voler costruire “un muro contro la destra e l’estrema destra”.\nPur non disponendo di una maggioranza per approvare il bilancio dal 2023, è comunque riuscito — grazie alle sue capacità retoriche, al suo senso della negoziazione e alla sua arte del compromesso — a costruire una coalizione che unisce tutte le forze della sinistra, inclusa la sinistra radicale. Ha inoltre ottenuto il sostegno dei partiti indipendentisti baschi e catalani. Questa coalizione è nata da quello che viene definito un “voto di sfiducia costruttivo”, una caratteristica specifica del sistema spagnolo. A differenza della Francia, una mozione di sfiducia può essere presentata solo da una coalizione che dispone già di un programma di governo.\nL\u0026rsquo;accordo sul bilancio viene quindi rinnovato di anno in anno, con aggiustamenti che permettono di perseguire una politica di sinistra a sostegno della domanda interna. Dal 2023 il salario minimo è aumentato del 60%, raggiungendo i 1.200 € in un paese in cui il costo della vita rimane inferiore a quello della Francia. Pedro Sánchez persegue dunque una politica di trasformazione piuttosto che una semplice gestione. Il Partito Socialista Operaio Spagnolo dichiara chiaramente di non seguire un modello di gestione puramente socialdemocratico. I segni distintivi di sinistra sono evidenti: priorità alle energie rinnovabili, femminismo assertivo e politiche sociali chiaramente definite. Questa politica di trasformazione ha anche ottenuto un successo economico. Oggi la Spagna registra la crescita più forte dell’Unione Europea, superiore al 3%.\nQuesta crescita si basa sulla domanda interna, sullo sviluppo del turismo e su un’immigrazione lavorativa significativa ma controllata. La politica di Pedro Sánchez rimane pragmatica ma radicata in valori di sinistra chiaramente affermati. È accolta positivamente dalle agenzie di rating. La forte crescita consente inoltre una significativa riduzione del debito pubblico. Un fenomeno comparabile si era verificato in Francia sotto il governo di coalizione di sinistra guidato da Lionel Jospin tra il 1998 e il 2002.\nCiò non ha impedito alla destra europea di criticare le politiche di Pedro Sánchez. Tuttavia, il momento attuale rivela i limiti delle politiche di offerta e di austerità che essa sostiene, in un periodo in cui la questione centrale resta il potere d’acquisto delle classi medie e lavoratrici.\nEric Djabiev\n","permalink":"https://geopolitics-today.com/it/articles/2026-03-20-la-spagna-salva-lonore-delleuropa/","summary":"\u003cp\u003eIl mondo sta scoprendo Pedro Sánchez, il leader socialista spagnolo che guida un governo di coalizione di sinistra. Il suo “no alla guerra” in Iran risuona come un potente segnale di allarme di fronte al pericolo mortale che minaccia il sistema di sicurezza collettiva istituito nel 1945. Le Nazioni Unite — il cui vero significato era quello di “organizzazione di nazioni unite contro il fascismo” — erano state concepite per evitare qualsiasi nuova guerra. Questo “no” è anche un rifiuto netto del trumpismo. Pedro Sánchez è l’unico capo di governo europeo a opporsi frontalmente alla guerra voluta da Donald Trump, rifiutando all’United States Air Force l\u0026rsquo;uso delle basi americane situate in Andalusia. Al contrario, Francia e Regno Unito hanno concesso all’esercito statunitense l’accesso alle loro basi agli aerei americani che, in violazione del diritto internazionale, bombardano metodicamente l’Iran. Questo rifiuto è tanto più significativo che l’iniziativa bellica di Trump appare del tutto sconsiderata: una guerra contro un paese dalla storia millenaria potrebbe condurre la regione verso il caos generale. Pedro Sánchez si inserisce nella tradizione dei progressisti spagnoli. Il suo “no alla guerra” riflette una profonda cultura politica di rifiuto della guerra nella storia del paese. L’evento fondativo di questa cultura fu il massacro deliberato e sistematico di civili nella piccola città basca di Guernica da parte dell’aviazione fascista nel 1937. Tale bombardamento segnò una una svolta storica: inaugurò una nuova era in cui l’uccisione di massa dei civili divenne uno strumento strategico di pressione. Nel contesto della Guerra civile spagnola — che contrappose democratici e progressisti da un lato all’unione delle forze di destra attorno al generale Francisco Franco, sostenuto dagli stati fascisti — Guernica divenne un simbolo storico di libertà.\u003c/p\u003e","title":"La Spagna salva l'onore dell'Europa"}]