Frontiere africane: la fine di un tabù

Bruno Clément-Bollée Nel 1960, con il raggiungimento dell’indipendenza, l’Africa ereditò un’organizzazione del tutto nuova per il continente, quella degli Stati, con confini ben definiti. Questi ultimi corrispondevano allora a quelli che gli ex colonizzatori avevano tracciato per delimitare i confini geografici della loro presenza. Lungi dal riflettere la realtà umana del continente, questi confini obbedivano solo a una logica politica fondata sulle rivalità tra vicini. Al momento delle indipendenze, l’Organizzazione dell’Unità Africana (OUA) aveva raccomandato il rispetto assoluto del principio dell’intangibilità dei confini ereditati dalla colonizzazione per delimitare i paesi del continente. All’epoca, era solo saggezza. Certo, la suddivisione era tutt’altro che soddisfacente –etnie separate, gruppi culturalmente e storicamente antagonisti costretti a convivere, confini incoerenti fino all’assurdo come la striscia di Caprivi o l’enclave di Cabinda – ma tutti immaginavano l’impossibile gioco di trattative da condurre per raggiungere la perfezione dei confini auspicata da ciascuna parte. Oggi, il principio sembra aver raggiunto i propri limiti. Dopotutto, «la storia umana è la storia dei confini che si spostano», come sottolinea illetterato! ...

13 maggio 2026 · 9 minuti · Bruno Clément-Bollée